La finestra
Questo travaso d’azzurro
mi scoscende
nelle crepe che diramano dal cielo
dentro il vuoto di un dolore nascosto
in ogni uomo
sotto altri dolori e qualche felicità
un dolore ma forse una voce
perché se lo coltivo nel silenzio
sento crescere un’erba di parole
un dolore ma forse un amore
perché se abituo l’orecchio mi accorgo
che accoglie in sé una moltitudine fraterna
un dolore ma forse me stesso
che in quella moltitudine sono uno
un dolore ma forse un pertugio
nell’abbraccio tra parola e silenzio
dove i morti vanno e da dove ritornano
un dolore ma forse la vita
che è infiammazione sulla pelle del tempo.
Ma io non sono un medico soltanto
un apprendista poeta che di quella voce
quell’amore quel pertugio quella vita
fa una finestra a cui ti affacci
con la gamba slanciata all’indietro
come una ballerina
mentre nel golfo della schiena
s’inazzurrano i ricordi.
Il cielo ritagliato tra gli infissi è muto
come se ti fosse scesa la veste
le rondini sui fili della luce sono mute
come se ti fosse scesa la veste
il cuore che cerca la parola
incontra il fruscio
di una veste che scende
il cuore cerca la parola
e ammutolisce
perché vive in quel cercare.
Così affacciandoti alla finestra
del mio scoscendere vuoto
accosto un vuoto a un sogno
vertigine e luce
così
ti schiudo a un punto più rischioso di quello
su cui svetta il tuo aereo equilibrio sulla punta del piede,
il punto che sono, il brulichio
inesteso, il vuoto baricentro di versi e
reticenze di questa poesia
così
semino il dolore
della tua bellezza
perché la bellezza è un seme segreto
nel torsolo del tempo.
Succederà che – trema l’infisso nell’occhio del cuore –
anche per le grinze sulle labbra di una donna
dio chiederà un perdono che non gli negheremo
perché è così che si sarà fatto uomo fino in fondo
quando del tempo non resterà che il seme segreto.
Allora sarà lui a mandarti un’altra volta
a quella finestra spalancata e tu ti sporgerai
come una ballerina
nel pertugio dell’abbraccio
tra parola e silenzio
dove da sempre ti aspetto
diramato nell’azzurrità.
Il polso di Cluny
Come l’istante di silenzio prima
del temporale quando il vento cade
e senti la vergogna della tua
nudità non sai di fronte a chi come
il bianco e nero obliquo di una foto
del tuo paese con la gente in piazza
e qualcuno che sorride al fotografo
(e un disagio ti dice che sei tu)
l’aria stranita di famiglia e il tono
della pelle del tuo polso di questo
polso fulmina deissi e pronomi
pulsandoti di sordi paragoni.
Lo vedi adesso nella luce d’ambra
dell’estate indolente di Borgogna
dove le stanche colline si impietrano
nelle guance paffute di madonne
inalberato come un campanile
tozzo si colloca nel mezzo qui
il chiaro delle chiese di calcare
là lo scuro di quelle di granito
polso romanico agli occhi irrequieti
come l’arcata cieca di un portale
su cui corrono i sogni dei silenzi
di antichi antifonari e di cicale.
Polso generale muove falangi
a perlustrare avvallamenti colli
del tuo corpo più rischioso del lancio
di un astragalo in bocca al destino
– se si schiantasse da un momento all’altro
non sarebbe strano – polso architetto
traccia linee incoscienti e curve ardite
lambisce i contrafforti che sostengono
questo tempo di pelli che si incontrano
granito e calcare e fanno tremare
l’animula ammutolita da quando
lo ha riconosciuto imparentato
col transetto destro dell’abbazia di Cluny.

Forza e Grazia. Non so come altro dire, non so come riescano a non elidersi. Un’apertura quasi narrativa, concentrazioni liriche. Un gusto del suono mai esteriore, come un tappeto sonoro su cui scivola l’enormità del dire. Bellissime.
Quel “dio chiederà perdono”, è potentissimo, ma è potentissimo perché è detto lì, tra quelle parole, quella musica, come la cosa più naturale…
Anche il Polso di Cluny. Poesia chiara eppure in parte sfuggente. Le si sente scorrere un non detto sotto le parole. Leggermente inquietante. Come avvertire una presenza misteriosa di cui fino a un attimo prima neppure si ipotizzava l’esistenza. Già questo fa grande la poesia. Grazie Roberto.
Bé, non so quasi rispondere, che dire Mirco, che dire Maddalena se non Grazie! Quel che scrivete non so se è meritato ma mi fa certo immenso piacere. Non pubblico da parecchio, anche per il protrarsi di “lavori in corso”, e queste poesie non sono recentissime (ho lasciato libera la scelta per il blog ad un amico) ma hanno un tratto credo che le accomuna ad altre già confluite nella medesima ideale raccolta. Un certo procedere narrativo o comunque affabulante (una spinta comunicativa)che si raggruma qua e là in condensazioni, polle dove la logica (la logica peculiare del pensiero poetante-amante) fonde, implode si trasforma o forse cambia di livello, lambisce approdi che non possono essere sostenuti, ma che restano l’occhio del vortice attorno a cui lento gira il corso dei versi. O forse è questa la speranza, l’illusione. Ma davvero che dirvi se non, di cuore, grazie.
Grazie, Roberto, per le tue poesie (bisogna sempre ringraziare i poeti perché fanno di se medesimi “una finestra a cui ti affacci” sull’essere: luogo di svelamento, sempre, la poesia, e mistagogo, sempre, il poeta). Grazie, perché oggi, dalla tua finestra, vediamo “un dolore” che è “forse un amore”, e “che accoglie in sé una moltitudine fraterna”. In questa moltitudine affratellata dal dolore ci sono anch’io. C’è ogni fragile canna pensante piantata su questo fragile pianeta. Il comune dolore che diventa amore, il comune dolore che scintilla di luce e di bellezza… Comune dolore: degli uomini. Ma anche degli uomini e di Dio. “Non negheremo” dunque “il perdono” al Dio dolorante dolore… La croce di Dio piantata tra le croci degli uomini: “fatto uomo fino in fondo”, davvero. Non so. Non so se ho colto. Ma il cantare una poesia è sempre, comunque, un aggiungere carne alla carne, un abbandonare una neutralità glaciale, un “entrare” con il proprio vissuto in quella zona in cui la “vertigine” si confonde con la “luce”, la “parola” con il “silenzio”, il “dolore” con la “bellezza”: zona di “abbracci” impossibili e dunque realissimi. Zona disvelata dal poeta (là dove il pincipio di non contraddizione non esiste, perché esso non esiste nella VITA). GRAZIE, POETA!
Caro Antonio,
uno si aspetta magari un “la poesia mi è piaciuta” o un “è bella anche se..” e poi invece si trova il dono di parole nate da altre parole e messe lì come un’eco che ti rimanda indietro le tue – parole – ma con la voce di un altro, o la tua voce ma con le parole fraterne dell’altro e allora ti dici ma come faccio a rispondere ma che serve rispondere qui c’è solo da ascoltare, l’insolita anzi normalissima unione, il ritorno arricchito d’alterità vicina, c’è piuttosto da abbracciare l’ombra di quest’eco anche se le braccia paiono tornarti indietro e stringerti a te stesso. Paiono perché ormai è un altro anche “te stesso” è voce della moltitudine è l’eco accolta e fatta carne.
Si aprono pertugi nell’aria. Spazi dove il principio di non contraddizione non esiste, non perché semplicemente negato, messo al margine, fuori sguardo, bensì perché vissuto intensamente fino all’attraversamento. Nicchie dove le parole di un amico diventano cosa salda. Dove tu Antonio tieni la consistenza di un’ombra: è il tuo dissiparti per moltiplicarti e allungarti dai piedi delle persone che ami (ai piedi del loro amore e del loro dolore): mistagogo perfetto mi vien da dire, liberato anche dall’ego del poeta, che sa essere direzione senza corpo. Lo sapevo che mi conveniva tacere. Limitarmi a: E’ bello esserti amico. Un abbraccio tra ombre.
…Un Arciere un giorno mi disse:
“tutti gli amori inconclusi nella vita terrena
rifioriscono e si completano in quella eterna.”
la poesia “la finestra” conferisce ad essi quasi un tocco di concretezza attuale..oppure,ti permette di tornarvi con la mente che sta già navigando nell’azzurro…
Anch’io voglio ringraziare Roberto…
La freccia scagliata arriva molto più lontano dell’arciere che strizza gli occhi per vederla e la parola è già altra, libera e autonoma come un figlio, dopo che l’hai pronunciata o fissata sul foglio… a volte ritornano, la freccia e la parola, sono quelle e sono diverse, sono avvolte dell’aura di chi le ha prese e nuovamente liberate lasciandovi addosso lo scatto del lancio, la confidenza della stretta, l’inclinazione di una nuova voce. E la tessitura dell’azzurrità, il percorso verso l’infinita conclusione sono già iniziati.
Grazie Ottavia per il cerchio delle tue parole