Advertattoo, ovvero le incertezze del mestiere. Racconto di Giulio Mozzi

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[Quinto appuntamento domenicale con Giulio Mozzi su La poesia e lo spirito. Il racconto Advertattoo, ovvero le incertezze del mestiere  è un inedito del 1999. Domenica 22 febbraio un nuovo racconto dello scrittore padovano. (f.s.)]

 

 

di Giulio Mozzi

 

 

Nel cinquantaquattro Ruberto faceva il venditore di tatuaggi pubblicitari e, tutto sommato, non se la cavava male. Aveva cominciato nel trentuno, quando il tat-biz era considerato ancora roba da fuori di testa, e aveva goduti gli svantaggi e i vantaggi della situazione: gli svantaggi, perché per quattro anni era andato avanti a vendere sì e no tre tatuaggi la settimana, e due su tre non riusciva nemmeno a farseli pagare; i vantaggi, perché quando nel trentasei la faccenda esplose Ruberto si trovò a essere uno dei pochi che i tatuaggi pubblicitari a. sapevano esattamente cos’erano, e b. sapevano perfettamente come venderli. «Dopo che hai venduto per anni tatuaggi orribili a gente che non vuol sentirne parlare» diceva spesso Ruberto quando gli veniva di fare quello-che-le-ha-viste-tutte «è uno scherzo vendere tatuaggi belli a gente che sbava per averli. Nel trentasei potevi vendere tatuaggi vaginali alle verginelle, chiusura a prima vista. Che tempi!». In verità il vero colpo di fortuna (fortuna? a parlargli di fortuna, Ruberto avrebbe digrignato i denti) venne nel quarantuno, quando la sua agenzia vinse l’appalto della campagna di Pubblicità Progresso per i preservativi automatici: grazie ad una serie di accordi con associazioni salutiste, ecologiste, razziali e religiose, vendette (sulla carta) settecentomila tatuaggi inguinali in ventiquattr’ore. Poi quelli effettivamente realizzati furono poco più di trecentomila, e il ministero li pagava una miseria, ma in somma: trecentomila tatuaggi a tredicimilacinquecento l’uno, con un costo di esecuzione intorno alle tremila l’uno, e praticamente nessuna spesa di vendita, fanno un utile netto di tre miliardi e passa. Quanto basta per montarsi la testa: cosa che puntualmente Ruberto aveva fatto, trasformando un’agenzia di cinque persone (un creativo, tre venditori, una segretaria) in una faccenda di venticinque dove lui perdeva tutto il tempo a far quadrare i conti (che naturalmente non quadravano): «Avevo avuti i miei cinque minuti di gloria» diceva Ruberto quando voleva fare l’autoconsapevole «e pensavo di mangiarci sopra una vita. Invece mi mangiarono a me, e mi masticarono ben bene». L’agenzia gli si disfò tra le mani, al primo nanosecondo di ritardo nel pagamento degli stipendi i creativi si volatilizzarono, i venditori che non vendevano un cazzo si resero conto che se loro non vendevano un cazzo non era perché fossero dei venditori del cazzo (come gli ripeteva incessantemente Ruberto) ma perché Ruberto gli dava da vendere dei tatuaggi del cazzo. Così andarono da Ruberto e gli fecero il culo, strappandogli a suon di avvocati tutti i soldi di stipendi, di rimborsi spese (improvvisamente diventati astronomici) e di acconti di percentuali (su tatuaggi mai venduti). «Mi lasciarono lì, come un cane che trema di freddo sotto la pioggia in una lunga notte d’inverno» diceva Ruberto quando voleva fare il Raymond Chandler «e l’unica cosa che non mi portarono via fu la moglie, che peraltro ci pensò da sola ad andarsene. Fottuto e piantato». Poi le cose andarono grosso modo come dovevano andare, Ruberto si fece un paio di mesi di relax nella seconda casa di un amico, nel Vajont, sistemandogli il giardino e ritinteggiando gli interni a mo’ d’affitto, e quando le cicatrici al culo e al cuore rimarginarono si sistemò ben bene, tornò giù in città e col suo sorriso più smagliante si rimise a cercar lavoro. Lo trovò quasi subito, come direttore commerciale di un’agenzia piccolissima che operava quasi solo sul mercato locale: avevano sentito parlare di lui, quei provincialotti, lo consideravano più o meno un eroe del tatuaggio tradito dai cattivoni della subliminal vague, e lo accolsero grosso modo come si potrebbe accogliere un dio, benché decaduto. Gli offrirono esattamente la cifra che lui stava per chiedere e gli dissero: insegnaci. «Qui cominciò il mio quieto piccolo cabotaggio» diceva Ruberto quando voleva fare il Wu Wei «e qui cominciò la mia grande felicità. Ragazzi, non c’è niente di meglio che lavorare con calma, circondato da persone che ti ammirano, e pagato bene. Lo rifarei cento volte». Così, nel cinquantaquattro Ruberto faceva il venditore di tatuaggi pubblicitari, mestiere che peraltro aveva fatto per tutta la vita, e se la cavava niente male; ed è qui, il dodici luglio del cinquantaquattro, che comincia la fine della nostra storia.

In mattinata Ruberto aveva liquidato un cliente di quelli che non vorresti avere mai, un tipo loschissimo di Sadofans che per due ore di chiacchiere non aveva mai voluto sedersi ed era sempre rimasto in piedi dietro la poltroncina, le mani appoggiate sullo schienale; proponeva qualcosa di veramente tremendo, e Ruberto aveva cercato inutilmente di convincerlo che non era il caso. «Il tatuaggio, anche se pubblicitario, dev’essere qualcosa che valorizza la persona» aveva detto, ripetendo un discorsetto fatto mille volte a mille clienti diversi «e non è vendibile un tatuaggio del quale il nostro supporto possa, domani o fra due anni, vergognarsi. Non ne faccio una faccenda di visibilità: anche il tatuaggio più microscopico e nascosto, se non valorizza la persona, prima o poi sarà rifiutato dal supporto. Lei vuole investire in tatuaggi ad alto rischio di raschiamento? Padronissimo. Ma io, come agenzia, voglio poter dire ai miei clienti migliori che i tatuaggi che ho venduti vent’anni fa sono ancora lì, al loro posto, e addirittura c’è chi passa ogni tanto al laboratorio a farsi rinfrescare i colori. Io non ho pregiudizi verso nessuna parte del corpo, signor Smitto, e tantomeno verso quelle parti del corpo che, per così dire, di solito esibiamo soltanto alla tazza del cesso; ma non posso dire ai miei venditori che devono vendere un tatuaggio che richiede al supporto due ore di trattamento a gambe aperte e a testa in giù». Il signor Smitto non aveva battuto ciglio e, spostando con estrema cautela il peso da una gamba all’altra, aveva giocata la sua ultima carta: la cultura. «Lei avrà sentito parlare di Franz Kafka» disse Smitto. Ruberto annuì (ricordava che era un classico, come Warhol e Cobain, ma più in là non andava: roba studiata a scuola e accuratamente dimenticata da anni). «Nel racconto Nella colonia penale Kafka parla di una curiosa forma di supplizio. In questa colonia penale i carcerati che si fossero resi colpevoli di una violazione del regolamento dovevano affrontare l’erpice: una sorta di macchina per il tatuaggio integrale, non come quelle d’oggi, s’intende, ma un aggeggio tutto fatto di cinghie, rotelle e aghi di vetro. Il soggetto veniva steso sotto la macchina, e la macchina gli tatuava sulla schiena l’articolo del regolamento carcerario che il soggetto stesso aveva violato. La scrittura era molto elaborata, la macchina ci metteva ore, e dopo un certo numero di ore il soggetto riusciva, benché evidentemente non potesse leggerla con gli occhi, a interpretare la scritta comparsa sulla sua schiena. In quel momento aveva un sussulto – il pentimento, un istinto di ribellione, chi sa – e la macchina reagiva al sussulto considerando finito il proprio lavoro, e trafiggendo il soggetto. Un racconto istruttivo» concluse il signor Smitto.

«Se lei spera di convincermi con questi mezzi» disse Ruberto «si sbaglia di grosso. La letteratura è letteratura, la comunicazione pubblicitaria è comunicazione pubblicitaria. Io considero solo: a. che l’esecuzione del tatuaggio che lei ci propone è di per sé umiliante per il supporto, cosa che lo rende quasi invendibile, b. che inoltre è tecnicamente molto difficile, e pertanto costoso, c. che non so quanti siano i cittadini maschi in grado di “leggere”, diciamo così, con il proprio membro una dicitura in braille. Che la ripetizione dell’atto, come mi pare lei abbia voluto suggerirmi, possa di per sé far affiorare nella coscienza del partner attivo il significato di quella frase, mi sembra una fantasia. E non credo che, in quel momento e in quelle condizioni, qualcuno abbia voglia di annotarsi le condizioni di abbonamento alla sua rivista. E con ciò, vorrei finirla».

Il signor Smitto non si era dato per vinto così facilmente, e la discussione si era stiracchiata per un’altra ora, con grande noia di Ruberto. Gli era passata perfino la voglia di chiedere al signor Smitto se per caso, come facevano supporre la cautissima deambulazione e il rifiuto di sedersi, avesse recentemente voluto provare su di sé l’efficacia della propria idea promozionale. Tant’era. Perdita di tempo. Scocciatori.

L’appuntamento pomeridiano era con un altro (potenziale) nuovo cliente, e Ruberto l’affrontò con la rassegnazione di chi sa che, per guadagnare uno, bisogna tentarne cento. Si chiamava Marius End (Ruberto consultò la scheda preparata dalla segretaria) ed era stato ammesso al colloquio, benché non rappresentasse né un’azienda né un’associazione o un ente, perché si era detto disponibile a pagare, secondo le tariffe standard, per il tempo che gli fosse stato dedicato. “Ai miei tempi non sarebbe successo”, pensò Ruberto; poi pensò: “Al diavolo”, e si preparò a far durare il colloquio quanto più a lungo possibile.

Marius End era alto, bello, baffuto, elegante e sicuro di sé. Portava cappotto nero e cappello nero (quando lo tolse, scoprì una calvizie perfetta), nonché un correttissimo abito nero (con la giacca curiosamente lunga). Sedette nella poltroncina senza incrociare le gambe.

«Tutto ciò che desidero» disse Marius End quando Ruberto la finì con i convenevoli e fece la faccia di chi cede la parola «è pubblicare quattro tatuaggi simili a questo (posò un foglietto sul tavolo) sulla schiena di quattro ragazze che si esibiscano contemporaneamente in un nude-pub».

Ruberto guardò il foglietto. Il disegno rappresentava un angelo nell’atto di suonare la tromba, e sotto l’angelo un cartiglio conteneva la sillaba: «ged». Sia il disegno sia il lettering erano molto eleganti. Un buon lavoro. Guardò il suo (potenziale) cliente. «E in quanti nude-pub vuole uscire?» domandò.

«Oh, me ne basta uno. Uno è sufficiente».

«Uno non è sufficiente. Qualunque cosa lei voglia vendere», e io dovrò sapere di che si tratta, naturalmente, «non ha senso promozionarla solo in un locale dove passeranno massimo duecento persone ogni sera. Anche che la tenga su per un anno, non sono…».

«A me basta che si esibiscano una volta sola. Non mi serve di più».

Ruberto aveva già allungata la mano verso la tastiera, per fare due conti. La ritirò. Guardò il suo (potenziale) cliente.

«Non capisco», disse.

«Non si tratta di una campagna pubblicitaria» disse Marius End staccando la schiena dallo schienale e protendendosi leggermente verso Ruberto. «Diciamo che si tratta di un’operazione artistica. Di una specie di happening. Io voglio avere la soddisfazione di vedere quattro ragazze nude che fanno il loro numero con questa roba tatuata sulla schiena. Che la vedano anche altri, questo mi interessa meno. Il piacere estetico (sorrise) è per sua natura un piacere solitario».

Ruberto esitò. «Lei è un artista?».

«Sì».

«Io non m’intendo d’arte, non si offenda per la domanda. Lei è un artista famoso?».

«No, ma posso pagare anticipato».

Ruberto sospirò. «D’accordo, lei sembra addirittura desideroso di spendere i suoi soldi. Io non ne faccio una questione di soldi. Questa agenzia, per quanto sia un nano tra i colossi, ha un suo buon nome. Ci piace fare solo cose che ci piacciono» (non era vero: per campare si faceva tutto, anche se c’erano dei limiti; ma Ruberto riteneva di sapere che cosa doveva essere detto ai clienti) «ma soprattutto ci piace fare solo cose che capiamo».

«Faccio un esempio. Lei vuole costruirsi una casa. La vuole fatta in un certo modo. Ha delle idee precise. Tuttavia, non è in grado di progettarsela da sé. Va da un architetto, e a sua volta l’architetto va da un ingegnere. La casa, alla fine, sarà bellissima, e lei la sentirà come cosa sua: tuttavia, ha avuto bisogno del lavoro di un artista e di un professionista – nonché di un’azienda di costruzioni – per averla. Mi spiego?».

«Vada avanti».

«Ecco. Io sono un artista. Ho immaginata un’opera d’arte effimera, composta da quattro ballerine nude con questi disegni tatuati sulla schiena. Io non so tatuare e non so dove potrei procurarmi delle spogliarelliste professionalmente serie. Non so se lei sappia dove procurarsi delle spogliarelliste professionalmente serie (non voglio dubitare della sua moralità, naturalmente) ma immagino che lei sia abituato a procurarsi le cose più strane. Sicuramente lei è un esperto di tatuaggi. Conosco la sua carriera, è per questo che sono qui da lei e non negli uffici della Sacchi & Scacchi. E’ chiaro?».

«E’ chiaro. Tranne una cosa. Importante. Qual è, il senso, o il significato di… di questa opera d’arte?».

«Non me lo chieda. Non lo so. Potrei dirle che mi è venuta in mente mentre facevo la doccia. L’inconscio produce cose, ciò che fa di un uomo un artista è la capacità di accettarle e la volontà di realizzarle. Scusi il tono pomposo, ma è così».

«Va bene» sbottò Ruberto in tono conclusivo. «Dovrei pensarci un attimo. Consultarmi con i creativi. E’ la prima volta, capisce, che riceviamo una proposta del genere. La sua proposta mi onora – lei è un artista – ma sono anche un po’ imbarazzato. La chiamo entro pochi giorni».

Marius End si alzò, prese cappotto e cappello. Dalla fiducia con cui gli strinse la mano Ruberto capì che aveva già capito che gli avrebbe detto di sì. E dall’energia del passo con il quale Marius End uscì dallo studio Ruberto capì che avrebbe potuto chiedere praticamente qualunque cifra.

 

L’exSex, come tutti i locali del suo genere, era pieno di rumore, fumo e odore di alcol. Ruberto e Marius End si erano fatti riservare un tavolino dei migliori. Ruberto era agitato. Marius End aveva partecipato personalmente alla selezione dei tatuatori, era rimasto schifato quasi da tutti, e alla fine aveva scelti i quattro più cari. Per le ragazze era stato un incubo: tre settimane di provini, cinque minuti l’una, fuori una dentro l’altra. Avevano speso fiumi di soldi e Marius End non aveva mai esitato a sborsare. Poi aveva preteso che ciascun tatuatore lavorasse senza vedere il lavoro degli altri, e che le ragazze provassero separatamente i passi di danza: dovevano incontrarsi per la prima volta lì, sulla passerella dell’exSex. E dopo tutta quella onerosissima preparazione, ora stavano lì in mezzo a una mandria sbandata di maschi ubriachi e con la patta gonfia, mentre sulla passerella si esibiva un campionario di ragazze bruttissime e volgarissime. «Quello che cerco è l’effetto di contrasto», aveva detto Marius End, e la cosa si poteva anche capire: certo che il contrasto era bello forte. Passando loro davanti le ragazze notavano Marius End, così bello e distinto, e facevano una sosta apposita. Marius End non sembrava neanche guardarle; Ruberto già alla terza fica spalancata aveva provato un senso di disgusto, e ora le ragazze gli facevano lo stesso effetto eccitante di una processione di monache in lutto. L’uscita del Tattoo Four (così venivano annunciate nel programma della serata) era prevista per mezzanotte in punto, subito dopo il sestetto delle Creative Sex Contorsions. Quando queste cominciarono il numero, Marius End divenne improvvisamente nervoso. Guardava l’orologio, evidentemente temeva ritardi o anticipi. Ma il gestore dell’exSex aveva preso un acconto troppo grosso su un totale troppo grosso, per voler fare sbagli. A mezzanotte in punto il Tattoo Four fu in passerella, e il pubblico schiamazzante ammutolì. Probabilmente non avevano mai viste, e non avrebbero mai più viste in vita loro, donne così belle. Portavano t-shirt nere che sfioravano l’attaccatura delle natiche alle gambe, e facevano intravedere il sesso. Danzavano con grazia, non provocavano eccitazione ma estasi. Ruperto, nel silenzio improvviso, percepì un intenso odore di sperma. D’un tratto le ragazze si bloccarono, spalle al pubblico. Con gesto sincrono sfilarono le magliette, rimanendo in piedi, le gambe leggermente allargate, le braccia alzate, le magliette nella mano destra come piccole bandiere nere. I quattro angeli erano bellissimi. Si sentì un «ooh…» corale, soffocato. Ruberto sillabò, leggendo le schiene: «Ar-ma-ged-don». Pensò che quelle sillabe formavano una parola, e che quella parola l’aveva già sentita da qualche parte. Si voltò verso Marius End, che si voltò a sua volta verso di lui. Il suo viso esprimeva più che soddisfazione: gioia intensissima. Proprio allora il pavimento cominciò a tremare.

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