Giuseppe Bonaviri, scrittore nato a Mineo (Catania) l’11 luglio del 1924, è morto la sera del 21 marzo 2009, prossimo agli 85 anni d’età. L’avevo incontrato di recente – nel mese di maggio dell’anno scorso – presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania. In quell’occasione ho avuto modo di videoregistrare alcune sue dichiarazioni (disponibili su YouTube): sono le ultime immagini pubbliche di Bonaviri. Inserisco il video di seguito a questa breve nota.
Giorno 19 marzo l’aspettavamo al Palazzo della Cultura in Via Museo Biscari, a Catania, per un pubblico omaggio organizzato in occasione della pubblicazione de «La ragazza di Casalmonferrato» – romanzo del 1954 – edito da “La Cantinella” (2009, p. 213, € 20) e curato da Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla. Le condizioni di salute non gli hanno consentito di essere presente.
Con Bonaviri se ne va una delle ultime e più autorevoli voci del Novecento letterario italiano. Rimangono vive le sue numerose opere: tra cui il romanzo d’esordio, “Il sarto della stradalunga” (Einaudi) e “L’infinito Lunare” (ri-edito da Bompiani nel 2008).
«La ragazza di Casalmonferrato» che è uno dei primi scritti di Bonaviri, diventa anche il suo ultimo romanzo pubblicato in vita. Era già apparso una prima volta nel 1998 in appendice al volume «Bonaviri inedito» (La Cantinella), “grazie all’affettuosa amicizia di Lina” – scrivono Sarah ed Enzo Zappulla – “che, mettendo finalmente a tacere l’antica, mai sopita gelosia, ce ne ha fatto generoso dono”. Ma l’autore aveva sempre manifestato il desiderio di vedere quel romanzo autobiografico (frutto di una giovanile esperienza dell’autore) in una pubblicazione autonoma.
È possibile richiedere il volume scrivendo a: [email protected]
La casa editrice “La Cantinella” e i due curatori del volume mi hanno concesso la possibilità di pubblicarne la prefazione (potete leggerla di seguito) in esclusiva per La poesia e lo spirito. Li ringrazio di cuore.
Massimo Maugeri
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Segnalo questo speciale Bonaviri su Letteratitudine.
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«Manichini umani»
di Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla
Scaturito da una giovanile esperienza autobiogra?ca, unico fra quelli ascrivibili al periodo d’esordio ad essere ambientato fuori dall’isola, il romanzo “La ragazza di Casalmonferrato” è strutturato in due blocchi narrativi, ri?esso l’uno dell’altro e tuttavia disposti in successione cronologica, con un tempo interno retrodatato, secondo il modello inaugurato con “Il sarto della stradalunga”. Il romanzo muove dal malinconico ritorno a Mineo di Pino, giovane emigrato, prima voce narrante lo scrittore, come il ragazzo Peppi de “Il sarto della stradalung”a, che in treno rievoca il tempo trascorso a Casalmonferrato, «paese straniero» dov’era giunto «con un gran vuoto nell’animo» e «per ogni occhiello della giacca una lanternina funebre». Dentro la cornice del duplice viaggio, da e per la Sicilia, Pino dispone le minute tessere dell’incolore mosaico esistenziale, concluso con l’abbandono ingiusti?cato di Carla, gentile ?gura di donna a metà strada fra emancipazione e tradizione, che l’alibi della necessità economica non avvalora. In tasca un diploma, velleitario passe-partout per l’aspirante ex-burocrate di estrazione contadina, provato nella corsa al «posto ?sso» da umilianti insuccessi. Simbolo eloquente l’insistito sogno di un cappotto di sapore gogoliano alla ?ne realizzato. Come “L’uomo senza qualità” di Robert Musil, incline ai sogni, alle fantasticherie, psicologicamente fragile, inetto, s?duciato, Pino è destinato alla resa: un ricco matrimonio in ‘patria’ così come prospetta lo zio Vincenzo: «Mio caro nipote […] hai un titolo e le ragazze al nostro paese son pronte a sposare uno che ha un titolo […] tu staresti bene e faresti il signore con la tua macchina e col rispetto di tutti». Facile conquista di stabilità, rivalsa sociale, e tuttavia sigillo di oltraggiosa scon?tta. Pino si apparenta così a “Giovannino” di Ercole Patti, irretito dalle manovre del padre in un ricchissimo, malinconico matrimonio, «amaro miele», alla pirandelliana marionetta sulla cui testa di legno «il ?nto cielo si conserva senza strappi» («Mi piaceva guardare quei poveri manichini umani che in ?la si susseguivano, con le mani rosse posate sulla merce. […] Ed io starei a guardare… No, sono anch’io un manichino e ci sarebbe anche il mio posto assieme a mia madre che mi aspetta e a mio zio Vincenzo e a tutti i contadini del mio paese, coi berretti neri e le zappe levate in aria, pronte ad abbattersi su un terreno fatto di ciottoli sfaccettati e lucidi, ?tti ?tti»), all’uomo pigro, dolente, vinto, di Joaquín Maria Machado de Assis, per essere pur sempre portatore di autogiusti?cazioni morali: la dolorosa madre e la sorella Maria senza appoggi economici, il saggio zio ormai vecchio e malato («Sì, forse è meglio che faccia ciò che vuole lo zio Vincenzo: lui ha la sua età e la sua esperienza. In fondo è la strada migliore che mi indica. Uscirò così da questi anni incerti»). Una ferrea compagine familiare che non si rassegna alla sua perdita, premendo af?nché senta, con la responsabilità che gli deriva dal suo ruolo, gli indissolubili legami con la lontana ed assolata Mineo. Quella Mineo arroccata su un monte nella Sicilia orientale, che per Bonaviri è il luogo dei confusi primordi, degli umori declinati lungo la corda della miseria e della fatica del vivere, topos sacro, speculum mundi, spazio d’invenzione.
Sin dall’incipit, «Io sono Pino e debbo pensare alla mia storia, mentre viaggio in questo treno pieno di viaggiatori uguali e magri», si avverte la necessità d’istruire un processo alla coscienza frastornata in cerca di un verdetto di assoluzione per il duplice reato di fuga, dal paese natale prima, anche allora in risposta ad una sollecitazione, quella del cugino Giacomino, e da Casalmonferrato poi, dove, pur tra le af?izioni, aveva intrapreso un timido percorso di crescita. Autosollecitazione emozionale («Mia madre. Chissà se ha ancora i capelli tutti neri. Mi sorriderà quando mi vedrà salire sulle scale. Mi sorriderà») e veri?ca del vissuto, la memoria, scandita da frequenti ritorni alla realtà, evoca immagini di Carla («una vedovella in abito blu», «né bella né brutta, coi capelli neri riccioluti sulla nuca»), oziose giornate senza lavoro, passeggiate nei giardini dove risuona lo sciabordio del Po e a sera tra «il ?tto fogliame» si sente «il grido straziato e uguale dell’assiolo». La cittadina di Casalmonferrato, con la sua composta eleganza, esercita un sottile fascino sul giovane provinciale. I ritrovi, i bar, le trattorie sono affollati da uomini e donne in egual misura, accomunati, dopo lunghe ore di lavoro, dalla stessa voglia di svago. Più liberi e disinibiti i rapporti, talora severamente giudicati («In una luce cattiva pensai: “Si fa baciare presto costei”»), giacché agli occhi di Pino l’esercizio della sessualità femminile è grave colpa. Immaturo, introverso, dietro l’apparente candore Pino nasconde insospettabili zone d’ombra: una pericolosa misoginia istintuale ed intellettiva che af?ora ora con improvvise illuminazioni ora con sconcertanti scoppi d’ira. Teso alla tutela della propria narcisistica immagine, pronto ad afferrare l’occasione ma anche a condannare la corresponsione femminile, Pino tradisce vieti pregiudizi maschili. Nonostante gli slanci, le tenerezze, gli abbandoni erotici, le accese gelosie non soltanto retrospettive, la delicata corrispondenza con la natura, infatti, gioca una sleale partita sul piano dei sentimenti e del progetto di vita. Dif?cile dialettica fra i sessi.
Modesto l’impiego ?nalmente ottenuto per interessamento di Carla presso l’alberghetto del signor Mercoledì, ritrovo di giovani prostitute. Qui l’autore riversa i ricordi autobiogra?ci delle case d’appuntamento e delle squallide pensioncine del centro storico catanese, il cui assordante frastuono gli impediva il sonno. Con tratti rapidi, essenziali, Bonaviri narra la problematica convivenza di Pino non tanto con le miserie quotidiane di un mondo di cui è osservatore distaccato quanto con i rumori e l’insonnia che lo straziano: «Cristo, che sofferenza svegliarsi sulle prime ore del giorno quando una nube piccola si muoveva appena per la mia stanza, deformandola e facendola apparire profonda e cupa come una spelonca! Le mie stesse gambe, che si delineavano sotto il lenzuolo, parevano nodose ed enormi come tronchi d’alberi investiti d’una luce verdastra che ?uttuava. Mi rigiravo e sentivo la mia testa appiccicarsi al cuscino per il sonno, ma quando sembrava cadessi nel dormiveglia, fra tanti giri concentrici di pensieri che fumavano, ecco il vicino di stanza che tossiva». Dopo la morte del signor Mercoledì, nella cui stanza sono rinvenute le tracce del surreale tanatouccello, «Ecco la morte ha lasciato le uova!», motivo che sarà ripreso con ben altro spessore in “Notti sull’altura”, ma già presente nella poesia “Giuseppe” del marzo 1950 («Aprirono una ?nestra nana / e sparsero per le tegole rosse dei tetti / le uova che la morte aveva depositato / sul pavimento e sul letto curvo»), sarà uno stanco bussare da una porta all’altra per strappare inutili promesse di lavoro. A Casalmonferrato come a Mineo ci sono reprobi ed eletti con rigide distribuzioni di parti e di funzioni. Il bene giunge solo dal passato, dall’isola-madre. Fuggire dalla natia Mineo era stato recidere traumaticamente il cordone ombelicale. Il ritorno all’utero materno, nel riannodare quel viscerale legame, sancisce il de?nitivo annichilimento del sé, interrompendo il processo di crescita ed azzerando la possibilità, appena accarezzata, di edi?care autonomamente il proprio destino e quello della donna amata, il distacco dalla quale è signi?cativo della morte.
Attorno ai due protagonisti ruotano piccoli personaggi, conoscenti, colleghi o datori di lavoro alle prese con congiunture economiche, licenziamenti, facili assunzioni, intenti a discutere di donne, a canzonare improbabili avventure o disavventure sessuali.
Nel secondo blocco narrativo Carla, l’altra voce narrante, ormai sola, oscillando fra grigiore quotidiano e nostalgia del passato, rievoca momenti di appagante erotismo, tristi vicende familiari, crudezze del mondo del lavoro, spesso insidioso, ma, a differenza di Pina de “Il sarto della stradalunga” o di Mena de “I Malavoglia”, non si arrende. Dopo la grave malattia, lentamente disilludendosi, sceglierà anche lei di «partire»: «Perché credere ancora a qualche cosa?»
Quanto alla scrittura, affiorano da “La ragazza di Casalmonferrato” talune anticipazioni, quasi un sottile filo rosso, di future peculiarità bonaviriane, suffissazioni, prefissazioni, diminutivi, metafore, dialettismi, cromatismi e, soprattutto, l’insistitito uso dell’onomatopea, per quella maliziosa inventività linguistica destinata a divenire, nel tempo, sempre più raffinatamente giocosa, ironica (spesso autoironica), umoristica, parodistica.
