Manto di vita

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Pietro Pancamo, Manto di vita, LietoColle, Faloppio, 2005

di Luciano Troisio

I libriccini di LietoColle si raccomandano per l’artigianale raffinatezza della veste grafica, che allude a una cura davvero insolita, in un panorama di sciatta banalità al minimo del decoro, caratteristica di tanti editorucoli improvvisati, abili nel solleticare il narcisismo delle copiose falangi di diciottenni, ragionieri e professoresse delle medie, costretti a pagare un più o meno “modesto contributo” al fine di vedere su effimero cartaceo i loro versi. Inoltre i libretti di LietoColle hanno un’altra caratteristica positiva: non esagerano quasi mai con le pagine. Le sillogi sono plaquettes concise e in genere intense. Giorni fa ho letto in un’ora uno di questi esili libriccini, di appena 40 pagine: «Manto di vita», di Pietro Pancamo, giovane giornalista e redattore professionista. Non ancora quarantenne, assai attivo, collaboratore di vari autorevoli siti, del quotidiano «Corriere dell’Umbria», del semestrale «La Mosca di Milano», ha pubblicato articoli, racconti e poesie su diverse riviste.
Già alla prima veloce lettura mi sono reso conto che sarei dovuto tornare sulle pagine, rifletterci, perché le parole erano pesate, non dico come pietre, ma certo assai solide, per nulla gratuite né dominanti l’autore, invece usate con intelligente economia.
Una felice caratteristica che ho immediatamente rilevato in Pancamo, e su cui desidero soffermarmi, è l’impiego straordinario della similitudine, che lancia al lettore sciabolate fulminee, avvolgenti trattenute delicatezze. Un sistema pregiato per “forare il video”, lasciare nel lettore un ricordo stampato, difficile da scordare. Ingenuità autentica del poeta ma anche sottile astuzia, efficacia riservata, con tale profondità, a pochi. In sede più ampia qualche studioso più agguerrito potrebbe risalire a suggestioni, a matrici culturali, o siamo di fronte a un autore autentico e ruspante di suo, che sente tali figure necessarie, ticoscopie anticipatrici, in luogo di abusate metonimie, metafore in attesa di degradarsi in catacresi? E quindi naviganti (verso l’ignoto, ma con notevole sicurezza) in uno spazio ancora naïf, prima di altro spazio, per il momento evitato, coscientemente (aggiungerei fortunatamente) rifiutato?
Perché la parola di Pancamo non è certo di quelle che il giovane Montale definiva “donne pubblicate che s’offrono a chi le richiede” (poi più avanti con l’età, dopo aver scoperto l’esistenza e l’uso delle figure ironiche, addirittura con lemma dialettale ligure: zambracche), ma invece mi pare appartenere a un autore che al presente sembra prevalere agevolmente sul sistema del linguaggio, anche profondo.
Risulta utile per affrontare il testo la brillante e articolata prefazione di Marisa Napoli, dell’Università cattolica di Milano, che con precisione e profondità, analizza sincronicamente varie pagine, dandone un’originale personale interpretazione.

Luciano Troisio

Pietro Pancamo (1972) coordina il portale culturale «www.labileabile-traccia.com» (citato a dicembre del 2007 in un volume della Zanichelli); è caporedattore per la poesia dell’e-zine «Progetto Babele», nonché redattore del semestrale cartaceo «La Mosca di Milano».
Ha pubblicato una silloge di liriche (Manto di vita, LietoColle, 2005) recensita fra l’altro dal trimestrale a stampa «Atelier».
È stato incluso in diverse antologie, fra cui Walter Mauro (a cura di), Geografie poetiche, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005.
Suoi testi sono apparsi, talora in inglese, su riviste come «Poesia», «Gradiva», il «Notiziario dell’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma», «Il Paradiso degli Orchi», «Books Brothers», «InFonòpoli», «TELLUSfolio.it», «Books and other sorrows», «El Ghibli», «Scriptamanent» (mensile della Rubbettino Editore), «Filling Station» (quadrimestrale cartaceo di Calgary, Canada) e «Snow Monkey» (periodico cartaceo dell’area di Seattle, Usa).

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