Moby Dick e la vita. Chiamatemi Angelo. Angelo Cocchinone, di Casapulla, anzi di Casagiove, portiere di notte. L’Hotel Roma è una nave, il Pequod alla ricerca del mistero della balena bianca. Angelo lavora a Torino, ma è laureato in lettere. Lui è esperto di storie, così come Ismaele era esperto di cetacei, da quelli più comuni, a quelli più rari e leggendari. Mi domando se sia un caso che Cesare Pavese amasse la letteratura americana, che si deve a questa sua passione, coltivata meticolosamente nell’officina dell’Einaudi, se il capolavoro di Melville venne portato in Italia? Certo questa suggestione che sale dalla lettura delle pagine di Autoreverse trascina come un’onda marina. Le notti dei portieri d’albergo sono notti marine. Scrutano le anime dei viaggiatori come in cielo si inseguono le stelle alla ricerca della rotta polare.
Torino, Hotel Roma, stanza 313, anzi 346. Qui lo scrittore de La bella estate si è il 27 agosto 1950. Stanza 313, anzi 346 (dopo la ristrutturazione dell’albergo). La differenza fa 33. Non si tratta di numeri simbolici. Sono tracce per segnare la rotta in cerca di un Pavese inedito, nella notte dell’anima, quando un incontro, fosse pure poco importante, ti gira le spalle, e si rimane soli, idioti come nessuno si immaginerebbe, come nessuno si aspetterebbe da uno dei più lucidi scrittori italiani del novecento. Ed invece arriva una donna, ha il nome esotico, una bellezza incredibile, di colpo scopri che persino la bellezza delle colline della tua terra è insignificante e incapace di colmare il tuo vuoto. E’ solo un’ombra che anticipa la morte. Poi questa arriva, ed ha i suoi occhi. Gli occhi di Constance Dowling.
“I nasi non voglio essere da meno degli occhi”. Penetrando nella notte stellata della lettura del romanzo di Forlani, è dagli odori che comprendiamo dove ci troviamo. Gli odori degli alberghi sono inconfondibili, allo stesso tempo intimi e siderali, familiari e ignoti. L’odore della prima colazione alle sette. Desidera la sveglia alle sei? Certo che è possibile. La pulizia delle camere; l’odore acre e profumato di ammoniaca e citronella. E all’arrivo, alla Reception, quello che il naso percepirà sarà il primo odore, per sempre, quello che non ci abbandonerà più per tutto il viaggio. Nell’Hotel Roma forse sarà di cera l’imprinting materno che ci orienterà. “Gli oggetti dell’odorato fissano così bene il punto, per così dire, della loro prospettiva, come quelli della vista”, dice Sciascia citando il Magalotti della Filosofia degli odori. E gli odori dell’ Hotel Roma portano alle foto di Cesare Pavese. Sono rare, osserva lo scrittore Francois nel corso della sua indagine sensoriale intorno al poeta. In una foto su due Pavese ha una sigaretta, o tra le dita o tra le labbra, la postura che ricorda Camus. Non sorride mai. Forse Pavese non amava farsi fotografare. Ancora una volta, per comprendere cosa Francois cerca di Pavese ci aiuta Leonardo Sciascia là dove parla di fotografia come entelechia. Quando fissa le foto di Pavese, è come se riuscisse a cogliere per un istante lo sguardo che ha veramente visto Pavese fumare. E’ capitato anche al grande scrittore siciliano mentre guardava le foto di Pasolini. “Un uomo che muore tragicamente è, in ogni punto della sua vita, un uomo che morirà tragicamente”. Questo ce lo dicono le sue foto. Ma Francois vuole andare oltre, vuole squarciare il velo delle fotografie, crede che anche la voce possa portare una memoria della propria realtà, proprio come gli odori. Per uno scrittore la voce è tutto. Ora ha una voce e un sangue/ ogni cosa che vive. Al termine del suo viaggio notturno, Francois quella voce la trova, come Astolfo sulla Luna, in cima ad un castello di nastri e bobine, confusa tra altre voci di scrittori, oltre centomila pianeti e stelle di sogni sognati, desideri desiderati e vite vissute.
La voce di Pavese? Come sarà stata la voce del poeta. Per il lettore resta un mistero. I libri non possono svelare i misteri che si portano dentro. Possono soltanto lasciarne un indizio segreto. Questa è la magica eredità dei racconti, da trasmettere di lettore in lettore per mille e una notte. E questo mistero ci salverà.
Autoreverse e Rashomon. Angelo il portiere laureato e Francois lo scrittore che insegue la voce di Pavese con la tenacia scientifica di un etologo si sono incontrati alla Reception dell’Hotel Roma. Entrambi sono allo stesso tempo viaggiatori notturni ed esploratori di storie umane. Diventano l’uno specchio dell’altro, nel quale riflettersi per ripercorre lungo un vecchio nastro le loro rispettive esistenze, le storie della ciurma dell’albergo e dei suoi misteriosi viaggiatori, i segreti della camera “di Pavese”. Le storie contenute nel romanzo di Forlani si stratificano in un palinsesto esistenziale e letterario. Cos’è questo romanzo? Né biografia (né tanto meno autobiografia), né inchiesta, e neppure giallo, malgrado la fine tragica di un grande scrittore, la presenza di una femme fatale, un furto e tanti misteri. Se fosse possibile un parallelo con il cinema, Autoreverse è un Rashomon dell’anima. Ognuno racconta la propria verità sulla vita, sulla camera 313, sulla collana di perle rubata, sulla misteriosa figura di Madame, che il giorno 27 di ogni mese – lo stesso giorno del suicidio di Cesare Pavese – prenota la camera 313. Dietro ognuna di queste verità parziali, c’è un unica grande realtà, l’anima delle cose, ciò che resta nel mondo quando tutto è trascorso, definitivamente passato: la memoria, la registrazione di una voce, un oggetto, una fotografia. E questa realtà può rivelarla solo la letteratura. In questo Angelo e Francois sono uguali, sono l’uno il doppio dell’altro. Ed entrambi sanno bene che Constance Bowling, l’attrice americana cui Pavese si era legato ossessivamente non c’entra nulla con la morte del poeta. Semmai con la vita. E con l’impossibilità di coglierla nella sua pienezza e per sempre, se non mediandola con l’arte, la poesia. Cosa ne rimarrebbe, senza questo medium, sulla scena nel mondo? “Una favola raccontata da un idiota, piena di urla e di furore, che non significa nulla”. Come nel passo del Macbeth che Pavese legge ad un suo amico la sera prima del suicidio. “Domani e domani e domani.” La tragedia di Pavese non è stata la morte. E’ stata la vita.
Autoreverse. La forza del libro di Forlani sta nell’essere riuscito a attrarre intorno al dialogo di Angelo e Francois lo stupore della rivelazione. Più che un romanzo è un reperto da custodire, un indizio rivelatore, un raro campione archeologico, una insospettabile chiave di volta. E’ un libro da portarsi dietro per dimostrare agli increduli – mandando la registrazione in autoreverse fino al punto decisivo – che esiste la poesia, che esiste la vita, e che può chiamarsi La bella stagione.
Francesco FORLANI Autoreverse
Edizioni L’Ancora del Mediterraneo (Napoli, 2008)
Collana Odisseo
Euro 13,50

Pasquale,
la bellezza delle tue parole (a prescindere dall’oggetto preso in esame) mi ha commosso al punto da farmi superare l’imbarazzo nell’accogliere tanta attenzione da parte dei redattori di LPELS, (penso a Giorgio, pater Faber, Antonio, e ora Giovanni)
Attenzione spontanea, a conferma di una preziosa regola – per molti di noi- che recita, non chiedete e vi sarà dato!
un abbraccio
effeffe
ps
micro lettera indirizzata al compagno Marino Magliani
Sai Marino, l’unico rammarico che ho, è nel non aver ambientato il mio romanzo in Liguria, la qual cosa mi avrebbe sicuramente procurato gli strali di un eminente critico di quelle parti da poco assunto all’ufficio di collocamento degli scriventi (UCS). Curioso avrei atteso il responso, apprendendolo dalle gelatinose colonne di un bel “canard” di destra (italiana, che è tutto dire) su come collocarmi.
Francesco Forlani non è un romanziere ma un contrabbandiere
Francesco Forlani non è un poeta ma un novellista
Francesco Forlani non scrive bene perché non si fa i cazzi suoi
Francesco Forlani farebbe meglio a dedicarsi esclusivamente all’Emilia Romagna
Francesco Forlani come cuoco vale molto di più che come cameriere
Francesco Forlani alias Effeffe farebbe meglio a cedere il suo posto di redattore di NI a me (lui)
Francesco Forlani semplicemente non è
a me non sarà concesso caro Marino tutto questo
e un po’ – solo e almeno- me ne dolgo
effeffe
io. uomo tedesco di nome italiano di fatto. italiano di fatto tedesco di fattezze. io. fratello di magliani. fratello di forlani. io. contro fogli pulirsi culo. io. uomo chiamato cavallo. io. soldato blu. io, felice di essere libero. io. che ho guardato il mare con magliani ed elio lanteri a porto maurizio. io. che ho mangiato una pizza a torino con forlani. io. che sono stato il protagonosta schreck di un cortometraggio anni 20 di forlani. io. che non sopporto la critica fatta dal bar, aperitivo in mano. che non sopporto i dandy della minGhia. i dandy come quello, non come il mio eroe furlen. ti amo furlen. ti amo marino.
vitagliano a presto! bravo!
oh franz malapartiste comme moi
w Caporetto M (abbasce) Bonaparte
franz qui sei stregun et nun strega
ostreca franz nein cozz
que ppur io cum Marin
que l’est lu jack london de ligur
lu francisco coloane de l’entrutera
in mutande facettimo lu bain
a uneglia e a porto maurizio
a pruteziun do mare apierto
et costa qui vale contre lo speculatur
immubiliare e cimenteiri
cum cazzola n’do cervel
ke cimiteri de sabla
pura et blanca et pietra
l’han sutterrà
effeffe
Furlen, Franz, collegamento a singhiozzo dalla liguria,stop,lontano da scritture,
preso dalla piantagione del sedano, buono ilsedano,
a presto,
marino
Caspita. Ma questa è proprio metaletteratura. I post hanno l’autonomia di piccoli pezzi di scrittura.
Grazie e a presto. Pasquale
et al pascal pascaliano vituliano
qui ha l’heimat de tera uliva
tera campagna pulia
cum marino et franz famo
bannera de sbarco de imperia
passanno pennapoles
(che stu titulo me lo fotten pour un concurso
de atelier d’escritura e scrematura)
et circum barnum naviigum de strito de Messina
et da hidalgo en alga
de bari venimo attia
amaro brancaleon et bianco sarti
effeffe
bon il sedan, dis marino nela langua d’occ de la ocitania liguran. minchia de di, ma porc e l’occ, el sedan? marin, me se dientà buliscio a bordu? sta attent ca la sardinaira cul belin a fanti t’a a do! la ciucc a elio lanter, a e me e al furlen l’eroi de heimat mpurtant en un mund d’egnurant, vadavialciapon, cazu, nisb. vive la ligur liber, vive l’anarKie conservatoire de prezzolin, vive dario arkel, vive la fic, ca dieu purcatruia la benedic!
saludo los a caballeros Francisco et Franz et Marino et Pasquale in esta lingua (de plume) d’oc muy spennada
e de impenada et frita para nos otros o nuscis ce conducis et festad
de libertad a dos a tres a quattuor incensamo lo ligur pueta
que comme na munta nu speculo de cielo na puzzangara
d’aqua mediterra ce cunsula l’cio la mente
et far pensar a paz de li homini en plena guera
collo spirto de Nicce et d’Ezra Pound, et l’anima in Biamonti et de andrade
fondamola alors kesta comune nova ligura – sine li mostri acciakki
et famo ne eglisa de spientimiento cum lo faber
et urgiastica kocin cum gaia et luigia
famo comunetade de fisicos sparzos et mtafisicos panellae
et cum nuje pure les loups garoufs
encuentro de humilitade et facie arragiate a reparare tuort
effeffe
Vabbù Iei sum prunt