
di Fulvio Panzeri
È una Liguria, tra tradizione e ombre contemporanee, quella che ci descrive Marino Magliani nei suoi romanzi, una terra alla quale ritorna ogni estate, dopo aver scelto di andare verso il Nord, in Olanda. Un vissuto che vibra in questa sua storia (la quarta che ha scritto) attraverso una tensione morale, che gli permette di innestare all’interno di una terra, apparentemente isolata e sconosciuta, una sorta di centralità che coinvolge anche una dimensione molto più europea. Con il nuovo romanzo dimostra di sapersi muovere con una libertà inconsueta, anche se rimane fedele ai capisaldi della sua narrativa, nell’ambito di una storia che apparentemente si costruisce secondo i criteri di un romanzo «giallo», che mette in scena molti punti oscuri, morti misteriose, un ritorno al passato prossimo, quello della Resistenza, affari poco chiari, a scapito della tutela del paesaggio. Troviamo così il protagonista, un olandese, Jan Martin, che vie ne inviato sulla riviera di Ponente da un Bureau belga che sta indagando sull’eventuale uso indebito e illegale dei fondi europei elargiti ai privati per la costruzione di un piccolo porto. Per portare a termine la sua missione si presenta come un archeologo, interessato a recuperare un prezioso mestolo lasciato nella Tana degli Alberibelli da un reduce della battaglia di Marengo. Si tratta di un’area carsica, di cui i partigiani conoscevano bene la conformazione, nascondigli o «stanze» che racchiudono altri misteri. «Non c’era niente, in Liguria, di più mutevole del corso d’un torrente o della planimetria di una grotta carsica». Da lì emergeranno verità insospettate, come quella di un partigiano cattolico di nome Iliev che, prima di essere ucciso, ha lasciato strani segni, che non hanno ancora trovato una decifrazione e si scoprirà rappresenteranno un atto d’accusa, nel momento in cui rivelano l’identità di chi ha tradito.
Jan Martin deve fare i conti con un collega che viene ucciso, con una Volvo bianca che lo segue, con le ombre del presente che si confondono, con quelle del passato e cercano una sorta di rivelazione. Magliani rivela che all’inizio voleva scrivere una storia sul tradimento, un tema importante per la cultura ligure: «E’ una parola che si sente spesso in Liguria, ma che non è il solito tradimento tra un uomo e una donna. Qui il tradimento è una cosa che riguarda le sostanze, i possedimenti.
Toccagli tutto a un ligure dell’interno, ma non toccargli la roba. Per questo se gli tocchi la roba è tradimento». Una storia di cui doveva essere protagonista una donna. Poi il progetto ha preso un’altra direzione: «Ho finito per scrivere un romanzo sulla Resistenza e su un territorio pubblico regalato a un monopolio, a un cartello, a una scatola cinese.
Storie di ingiustizie come quella della donna tradita». Una figura femminile c’è però, che ha un ruolo diverso, infatti durante la guerra civile aveva fatto la spia. Ed è una figura bruciante nel corso di questa storia, in cui lo scrittore di mostra nuovamente di sapersi tenere su un piano di scrittura che è forte, nonostante i molti elementi messi in gioco, dove la trasparenza lirica del paesaggio fa i conti con le ombre del passato e di un presente che gli scrittori italiani tendono sempre più ad eludere dalle proprie storie. Magliani invece racconta e al contempo interroga il lettore.
Marino Magliani
La tana degli alberibelli
Longanesi. Pagine 330. Euro 18,00
Pubblicato su Avvenire, 18 aprile 2009

Marino, se mi deluderai, sappi sin d’ora che ti strozzo. 🙂
Leggo cose molto belle del tuo libro: domani me lo accatto. Me lo accatto io. Già. Investo su di te, memore dei bei romanzi con Sironi.
OT (se ne è andato Ballard)
grazie Giuseppe e Fabrizio,
marino
La recensione è chiara e pulita.
Lo leggerò al più presto e sono sicuro che ne sarò contento!
Auguri Marino!
Un mio contributo al libro anche qui:
http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2009/04/marino_magliani_2.html#more
grazie a te, Marino.
e in bocca al lupo per quest’altra avventura.