di Domenico Lombardini
Non ho tempo neanche per nettarmi il culo, oberato, come sono, del lavoro di un altro… certo, devo essergli grato per il posto, in aeternum: grazie Signore feudatario! D’altronde e comunque devo metterci il nome, l’ultimo, su ogni lavoro scientifico che pubblicherò da qui in poi… sine die… in continuo vassallaggio intellettuale, e pratico, la corvée… schiattasse pure, lo stesso avrebbe il nome, postumo anche… In questo lavoro non importa il messaggio, portare avanti un pensiero suffragato dai “fatti”… merda sono i “fatti”! – l’importante è l’assertore, la sua veste cattedratica, nel caso, o la sicumera con cui parla… anzi, direi proprio questa, la sfacciataggine con cui vomita addosso agli altri, suoi pari o no, il proprio simulacrale ego ipertrofico schifoso, malcelato opportunamente dall’amore per i “fatti”, l’evidenza scientifica… merda! Lo scienziato è un prete bello e sputato, ecco cos’è!
Che fatica devo fare, poi, per piegare l’evidenza empirica all’ipotesi iniziale! L’uomo della strada inorridirebbe solo sapesse; no, se sapesse non comprenderebbe, e se comprendesse nulla farebbe, schiantato com’è dalla sua infingardaggine… vizzo di cervello, muffito d’abulia… qualcuno ci penserà, c’è gente che se ne intende, ci penserà Lui… così pensa l’uomo della strada! Cos’è l’uomo della strada? È un qualunquista, un bamboccio, uno che va accompagnato mano nella mano, diretto opportunamente, agìto… è un potenziale violento, omicida, razzista, fascista, stercorario, razza di sicofante merdoso… pozzo d’ogni ignominia… un bambino violento che va ammansito… E noi vogliamo elevarlo? Ma quale patetica mentalità populista! A lui basta rigurgitare, dilatarsi le trippe, tenersi nella cucurbita le poche sparute verità che gli cadono addosso, già bell’e fatte e digerite e vomitate da chi veglia sul suo sonno, sul suo
welfare! Eccolo sputato tale e quale l’uomo occidentale… un tipo che ha barattato, manco fosse un patto faustiano, il proprio senso critico, un occhio quel tanto oggettivo per farsi un modello di realtà, con il benessere borghese, una tranquillità piccola piccola, una piccineria degna dell’insetto più immondo che grufola smascellandosi nello sterco dell’informazione, dei mass-media… e in più ha la faccia tosta di pretendere quel benessere come fosse un risultato acquisito minimo, le grade zéro dell’umanità… ma quale superbia diabolica, quale iniquità! E io dovrei elevare questo energumeno?

Grazie a Fabrizio per aver postato. Dovrei premettere che questo testo è pensato come parte di un qualcosa di più comprensivo, ad esempio un pezzo di teatro. Il personaggio, unico e monologante, è uno scienziato moderno. Da una parte vorrei descrivere la distanza sempre più incolmabile fra scienze e società, e l’impossibilità oggettiva di una divulgazione scientifica che non sia mera attrazione ludica, come offerta nei festival della scienza.
Si veda Simone Weil in Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (Adelphi, pagg. 11-12): “[…] Quanto al progresso scientifico, non si vede come possa servire accatastare ulteriormente conoscenza su un ammasso già fin troppo vasto per essere abbracciato dal pensiero stesso degli specialisti; e l’esperienza mostra che i nostri antenati si sono ingannati credendo nella diffusione dei lumi, poiché non si può divulgare fra le masse che una miserabile caricatura della cultura scientifica moderna, caricatura che, lungi dal formarne la capacità di giudizio, le abitua alla credulità”;
Beh, “quello” scienziato può sempre consolarsi al pensiero che, al termine della sua gavetta, non sarà più l’ultimo a mettere il nome nei lavori scientifici che fa per conto di un altro, ma il penultimo, perché sarà subentrato un nuovo ultimo, e col passare del tempo, quando il suo “signore feudatario” andrà in pensione, se non schiatta prima, il primo nome nei lavori scientitici sarà il suo, e lui stesso imporrà di mettere per ultimo il nome al povero e nuovo tapino appena entrato a far parte della catena. Così funziona la ricera scientifica, in ItaGlia.
Quanto all’uomo occidentale, è da un po’ che chiama e rivendica come “diritti” ciò che gli uomini di altri emisferi vedono come privilegi.
Sto incominciando davvero ad odiarla, Simone Weil.
a macondo: forse non hai ben capito: il ricercatore che tu dici “in gavetta” in effetti ha già i suoi quarantacinque anni, ed è obbligato, pur di mantenere il posto, a svolgere funzioni docenti a cui formalmente non è tenuto. per quanto riguarda i nomi sul lavoro scientifico: il primo nome dovrebbe andare all’autore che di più ha lavorato in laboratorio, e in ultimo il docente di riferimento, l’ordinario che ha reperito i fondi. Solo che, molto spesso, sui lavori scientifici l’assegnazione dei nomi avviene con mezzi politici, non proprio trasparenti e onesti, e frequentemente vi figurano nomi di autori che non hanno partecipato affatto né al lavoro di laborotorio né alla stesura del manoscritto. Non volevo, poi, fare un discorso sulla situazione in Italia; quando il personaggio dice: “Che fatica devo fare, poi, per piegare l’evidenza empirica all’ipotesi iniziale!” nega esplicitamente il metodo scientifico, e questo accade frequentemente. Qundi solo chi è guidato da un forte spirito deontologico e di onestà intellettuale svolge un lavoro di ricerca dignitoso. E c’è una forte contradizione quando rinfaccia all’uomo della strada l’assenza di senso critico, quando in lui stesso questa qualità è latitante.
per gli articoli c’è anche l’alternativa di scriverli e firmarli da soli. E’ una strada più difficile, si fa più fatica e bisogna avere idee, ma la libertà sempre ti fa trovare con i piedi sbucciati! Lo scienziato dovrebbe essere quello che ha inventiva e la difende. Conosco giovani scienziati con decine di articoli, di cui spesso sono autori unici, che non hanno un posto ancora, solo borse di studio, ne conosco che si mettono dietro a un professore e prima o poi, cioè alla prima occasione, vengono proposti e difesi per il posto. Chi è delle due varianti che perpetua un sistema?
@ dlombardini,
se limitiamo l’ambito della ricerca scientifica all’università italiana, dai racconti che mi fanno amici docenti ordinari sull’ordine dei nomi nelle pubblicazioni collettive su riviste,viene fuori che l’ordine degli stessi nomi raramente è alfabetico, ma il più delle volte gerarchico. Un ordinario difficilmente acconsente a che il nome di un suo ricercatore lo preceda nell’elenco, anche se questo ricercatore ha fatto in sostanza tutto il lavoro di ricerca. Anche perché, come sai, sono gli ordinari i titolari dei fondi di ricerca.
Quanto poi al “quarantacinquenne”, nei reparti geriatrici che sono divenuti gli Atenei in Italia, la sua età equivale a quella di un neonato.