di Augusto Benemeglio
Versi sospesi nel vuoto in cui “ la parola è sorda …il ritmo duro… si torce la gioia…” Versi di un eterno “viandante” , un nomade , uno zingaro alla ricerca non di un ungarettiano utopistico “paese innocente” , ma di un “ compagno di viaggio” che sta su un tram traballante , sballottato “di qua e di là , attraverso il mondo” , un compagno da conquistare, forse da incantare con un violino invisibile , nascosto sotto gli arguti baffetti di lana che lui , il vecchio Brana , suona divinamente , come un Paganini slavo. Ma sa suonare ugualmente bene il pianoforte con “ le dita (che) tastano la marmorea eternità”.
Versi di un novello Diogene che cerca inquietamente, intranquillamente l’ Introvabile , l’ Inconoscibile , l’Arcano , l’Inaccessibile , l’Invisibile , il Vuoto . E lo cerca con il lume della sigaretta accesa nell’Enigma “che s’installa nell’Essere” , nel “risolino che viene dietro al muro” oppure , come un’ape, “sciama da porta a porta” , lo insegue nei “deserti giardini , dove appassisce il fiore “; o , come devoto cristiano ortodosso lo va ad incontrare nella “Chiesa , quando è abbandonata dalla sua comunità” , o , come fornaio, “ sull’obliqua piastra del forno” , dove rotolano i “ciceri e tria” , o tra le “ sagne” e i “ minchiareddhi” di Chiesanuova . E lo fa con quel sorriso da serbo-napoletano illuminato , con quella bella acconciatura di capelli che cola l’argento vivo ; Brana se ne va a cercare quel dio – vuoto tra la muffa, l’abisso e “l’eco lontana che ti attira, gocciola in te, / ti pondera e tu sali il vuoto” , lo corteggia tra le tamerici intrepide e asfittiche sentinelle dello Scirocco , site sul lungomare gallipolino , o nei crocevia , nell’ “attesa-nascosta,/ segreta iniziazione in una nuova sorgente” , nella “rinconciliazione con la remota stranezza” , ispirato da vaghe muse che nelle “scialate luci” / si posano sulle ciglia…” e in sembianze di mosche gli parlano del “colloso vuoto” .
“ Come potremmo riempirci/ se il grembo del vuoto non esistesse?”
Dobbiamo svuotarci del nostro io , per poter riempirci d’amore. E l’amore è Dio. Questa è la poesia del vuoto di Brana . Poesia rigorosa , essenziale , antiretorica , che nasce da una fede strenua e vigorosa , ma anche dal “pallido vuoto/ diramazione del labirinto “ , là “dove sgorga/ l’incertezza” , da una carta di brisocla , da una vorace curiosità infantile , piena di stupore e desiderio di universo e di rinascita, che è condizione tipica dei vecchi saggi, ai quali , quando chiedi spiegazioni , ti rispondono come Rumi: “ Pensi che io sappia cosa sto facendo?/… Che per un respiro o metà respiro appartenga a me stesso?…pensi che la palla è in grado di immaginare dove sta andando?”
“La poesia del vuoto” di Sumanac non strizza l’occhio ai buddhisti , alla “ via di mezzo”, al nirvana , al distacco completo dal mondo, e non è neppure un “mandala” , che viene dal silenzio, che nasce , appunto, dal vuoto, dal nulla e si forma e dispiega , accompagnato dallo stupore stesso di chi lo disegna e lo guarda, in un gioco di specchi dove l’immagine riflessa è la tua , ma non più solo la tua. Il vuoto di Brana è altro: “è il suolo dove germoglia la domanda/ sulla vita e la morte” , e “ si apre a coloro che l’amano come partoriente” . E’ “ nel vuoto che inizia la via della preghiera” dove si trova il “ dio svuotato” , che è diventato Uomo per arricchire noi con lo Spirito.
Poesia metaforica , simbolica, mistica , talora ermetica e surreale del Vuoto ( “ gocciola il tempo/ nell’eco del mistero… Il vuoto cresce come libellula della notte … fuggono nel vuoto i mulini a vento…..colmo il vuoto/lo accendo…il vuoto si volge a me/mi opprime con le creazioni) che si fa umile “ canto alternato” ( Invito solennemente / ad essere clementi/ per la mia cenere), generosa pena consacrata , che non cerca la luce (che lusinga e inganna ) ma il buio soave, “ disperso nell’ombra ,/ esteso dietro le stelle, libero”. E’ poesia “che illumina verso il basso/ come una materna chimera sul muro” , sogno, arpa eterna , ma anche tenebra, “oscuro vuoto della serenità”. E’ voce che risale dalle cave di tufo , pietra e roccia , è voce salsa di mare , spinosa , collosa , sa di foglie di fico e lattice , è scarna, essenziale , scheggia di luce, lama affilata ; sibila nel vento tra le feritoie delle torri antiche , è scalpellino e intaglia , incide la pietra angolare di una cattedrale di carparo giallo; scava , ara , vola , corteggia le nuvole , cerca il vuoto estremo, interstellare , dove “ foschi custodi sfregano le loro fredde mani/ e sorvegliano i sepolcri”, dove il sole è tramontato, per sempre abbandonato, dove intorno al recinto qualcuno canta o forse grida il silenzio
E’ l’esangue, malato lamento dello spirito o l’austero compromesso tra gli inconciliabili – Luce e Tenebre . E’ l’amara preda del giorno, essere fedele al vuoto. E’ da qui che bisogna ri-partire , da questo attestato di fedeltà al vuoto , questo vivere nell’ignoto , senza alcuna certezza , annullandosi , questo sentirsi scaraventato nella lontana eco , per uscire dal nostro angoscioso deserto e iniziare la nuova via della preghiera , della speranza e dell’amore , che è come un trasuono , una flebile eco , un sussurro appena percepito che “ si torce di gioia”.
Brana Sumanac è un serbo con la memoria implacabile di un Ivo Andric , ma con un’anima che ha radici che affondano nell’antica Grecia di Euripide , Sofocle e Grigorio Palamas ( greca era anche la madre) e in Grecia , presso la piccola isola di Skopelos, ha scelto di vivere dal momento in cui ha lasciato la sua attività di psichiatra presso l’Università di Basilea. Ha cominciato a pubblicare le sue prime raccolte di liriche nel 1991, tutte scritte in tedesco e tradotte in greco e, successivamente, in italiano.
“La poesia del vuoto” è la sua quinta silloge , la terza in italiano, tradotta dal tedesco da Eleonora Scorrano , e messa , in versione poetica, da Augusto Benemeglio, amico di Sumanac, che ha curato questa edizione per i poeti dell’Uomo e il Mare, Gallipoli, 2002..
L’enigma del vuoto si installa nell’essere,
si apre a coloro che l’amano come partoriente.
Nel vuoto inizia la via della preghiera.
( Brana Sumanac)
La parola è sorda ,
imbrogliato il respiro,
in un ritmo duro
si torce di gioia.
Come vuoto risuona la speranza,
sciama da porta a porta
l’impaurito dolore.
Scambiati i sogni con la carogna,
estorto al tempo l’arpa eterna,
acceso
e abbagliante il rimanente calore.
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Il vuoto cresce in sembianza, nel caso
come una libellula blu della notte.
Nel cammino lieve s’interseca
lungo la costa del tempo,
lungo il deserto del giorno,
come una balia , come un messaggero della sosta.
Gradito seme e vuoto sepolcro
amico fedele che rischiara la sorte
L’offuscata pietà vanisce
insieme al mistero della Trasformazione,
fino all’alito che indica la pace.
La parola di Dio , oppressa, derisa,
riposa in serenità, dona alla preghiera
la prossima , la distante mano Eterna.
Sei ancora una volta di nuovo qua,
Grigorio Palamas,
come soffio dell’imperitura eternità.
****
In lontananza vagano
voci notturne.
I muti hanno superato il silenzio
delle tenebre,
fitti suoni in smarriti
terreni,
pigolanti salti di gioia.
Sull’obliqua piastra del forno rotolano
i ceci,
i vecchi devotamente tessono
i lenzuoli funebri,
urla dei ciechi che aborrono
le imprese rischiose.
Foschi custodi sfregano le loro fredde mani,
e sorvegliano i sepolcri,
il sole al tramonto, abbandonato;
intorno al recinto svolazzano riconoscenti comandi:
E’ l’esangue , malato lamento
dello spirito
o l’austero compromesso
tra gli inconciliabili – Luce e Tenebre.
E’ l’amara preda del giorno,
essere fedele al vuoto.
