Viviana Scarinci

il nome

puoi parafrasare

questo comma

con agio sulfureo

ctonia meraviglia

crescere lievito

come un loto, fiore

che trafigge l’enigma

perché sia del nome

marca irredenta

perché sai il ritmo

di una sentenza

morte, il numero

dell’ora che rinviene

l’olocausto, tu sai

che il corpo è solo grafia

di questo arbitrio, testo

colmo dei nomi

dell’avvento, disturbo

della fede che

evacua dal confine

della carne un ossimoro

il battesimo

se tardano a degnare

amarezza al viso, le ferite

bisognerà chiamarle

a battesimo, la grana

smagliata del rimosso

spiga l’ansito del nome

quando il tempo è un credo

un’agiografia elusiva

che non piomba l’atollo

in una mappa deteriore

il feto

Morire. Infinito dove finisce

appuntata a una fissità di incerti

la legagione del fiore

verbo eiaculato da una fonte

sul prosciugare, esatto

svenire della siccità:

per un lungo attimo

la notte ti asciuga, fossile

indeducibile dalla sua pietra

cosa inerte, mio frantume

il convitto è sprangato

il confine

uretra di campo, la piracanta

emana il suo lezzo quasi umano

secondo la regola sontuosa dei corpi

ad esempio, nervoso

il corpo magro del volo

moltiplica i detti dell’ingiuria

in un crogiuolo animato

e nei rapaci, a tratti pare violenta

la chiusa dello snodo, però

immobili, così si reggono

Ma il moto verso la sponda abbiente

quella che affama il nuoto

degli anfibi, chi lo capisce?

Essi vanno oltre

il magma contuso del flutto

nella ricreazione continua

del loro corpo apicale

che indietreggia e avanza

nell’afflizione di una postura

interlocutori immalinconiti

della discontinua

improntitudine

avrei subito l’ansa

come un fatto silente

avrei appreso la laguna

come la convergenza

dell’acqua al buio

se altri moventi

se altri garanti

non mi avessero emulsionata

in una fisica dirimpetta

e io non mi fossi perfezionata

nella distanza che mi divide

una dall’altra innervata

che sloga volo e caduta.

Tutti i fatti subiti

e orditi dal corpo

mi dicono che

rimane sul polpastrello

l’impronta, più che

in questa creta

plasmata altrove

Un pensiero su “Viviana Scarinci

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