Quale creatività nella crisi? Finanza, economia e antropologia nella costellazione contemporanea, di Andrea Sartori

[Riprendo di seguito, con alcune leggere variazioni, un articolo apparso nell’«agenda economica» della rivista Il Ponte, anno LXV, n. 4, aprile 2009, pp. 110-120]

Tra gli anni novanta e l’inizio del duemila, la «creatività» spopolava nelle prassi e nei dibattiti economici. Con diverse variazioni d’accento si riteneva che essa potesse dare un impulso decisivo sia ai profitti, sia alla finanza pubblica. La crisi borsistica ha messo radicalmente in discussione questo acritico assunto. La creatività, mentre tutti invocano regolamentazioni più precise, è di conseguenza caduta in disgrazia. Tanto più le regole nello scorso decennio erano ritenute soffocanti, quanto più oggi sono ritenute imprescindibili. Non è questo, tuttavia, un atteggiamento altrettanto massimalista di quello precedente? Non bisogna piuttosto riformulare la creatività in termini di strategia, anziché di tattica a breve termine che aggiri le regole stabilite? Pur con tutti i suoi limiti, l’attuale knowledge economy (1) segna un punto di non ritorno nell’organizzazione del lavoro e nell’impiego del capitale. La creatività, d’altra parte, coniugandosi ad una sempre più diffusa precariarizzazione del lavoro, s’installa nel cuore stesso dell’economia della conoscenza, costituendone la principale facoltà cognitiva, nella misura in cui origina gli aspetti intellettuali, emotivi e relazionali della conoscenza stessa. Essa, tuttavia, come ogni paradigma che si affaccia sulla scena, va intesa criticamente, in modo da neutralizzarne quella comprensione irriflessa, che non impiega molto tempo a solidificarsi in un’ideologia impugnata dal più forte.

A. Oggi, l’angoscia. Che la speculazione (economica) sia uno dei mali peggiori della nostra epoca, è una verità che solo ora si lega sensibilmente alla paura, o meglio, all’angoscia, provata da centinaia di milioni d’individui, posti drammaticamente innanzi ad un futuro che pare avere un peso specifico analogo al nulla. Angoscia e non paura, poiché qui, come ricordava Martin Heidegger, non si tratta di temere tanto alcunché di specifico, che d’improvviso potrebbe giungere a noi da un domani indefinito, quanto il domani stesso nella sua indeterminatezza, di fronte alla quale si prova l’angoscia causata dall’assenza di uno sfondo, simbolico e materiale, in grado di esonerare l’esistenza singolare dalla fatica di determinarsi interamente da sé, in solitaria prossimità con il mondo. Nell’angoscia odierna si dissolve pertanto la familiarità con gli enti quotidiani – i “mattoni” dell’economia reale – e si produce l’esperienza «liquida» (Zygmunt Bauman) dello spaesamento, del non sentirsi a casa propria in alcun luogo, tipica di chi non sa più identificarsi con una certezza, con un affidabile sistema di riferimento (economico, politico, persino morale). In questo senso, ciò che s’avverte è una minaccia indeterminata quanto al suo oggetto, che rivela l’indefinita possibilità d’identificarsi con tutto e con niente, al solo imprecisato fine di mantenersi in vita.

B. Crudeltà immateriale. Ciò che è in atto nei mercati, ha i tratti inquietanti dell’inveramento di una distorta e solipsistica forma d’idealismo, nella quale la cosiddetta economia della conoscenza, ben presto dilagata in un’equivoca società della conoscenza, ha fatto piazza pulita della determinatezza dei beni di scambio, dell’usabilità dei beni stessi, ed infine degli individui che nuotano nell’oceano dei mercati e della società civili, privandoli di quelle certezze che sono sempre state le “cose” dell’economia. Ferruccio Pinotti, in un terribile ed ingiustamente ignorato recente romanzo-inchiesta, ha scritto chiaramente quel è il rischio dell’attuale società del sapere, il pericolo del perverso cortocircuito tra università e potere economico: che ciascuno lotti per la propria autoconservazione nello spregio degli altri (2). Il bene immateriale della conoscenza, proprio in quanto immateriale, può divenire strumento delle ideologie più folli. Acquisire il capitale cognitivo oggigiorno richiesto dalle organizzazioni produttive, e perciò avvalersene a fini professionali, non significa ipso facto aver eliminato in piena libertà le barriere che fungono da ostacolo materiale, da cesura, tra il tempo della formazione e il tempo dell’inserimento lavorativo vero e proprio. Sapere non significa di per sé essere liberi di progettare una carriera, ma introiettare quelle barriere, quegli ostacoli, sottoforma di impalpabili, benché a lungo andare dolorosi, blocchi emotivi. L’università, infatti, rischia di non essere (più) il luogo in cui il carattere dei singoli si predispone alla professionalizzazione o alla ricerca scientifica, ma «un modello di società: la società della competizione estrema, del capitalismo che sbrana i più deboli, della sopravvivenza del più forte. È la società del sapere, quella in cui chi ha accesso alla conoscenza ha diritto al potere, alla ricchezza, al dominio» (3). Il mondo della produzione economica, da parte sua, s’avvale di strumenti che non sono più solo le braccia degli uomini e le macchine che questi progettano, ma le loro stesse qualità mentali, immaginative, affettive e relazionali. Secondo Vanni Codeluppi, infatti, possiamo oggi parlare di un «biocapitalismo» (4) che mette al lavoro l’essere umano nella globalità delle sue capacità e delle sue funzioni. Sulle ragioni profonde di questo punto, la Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno aveva già fatto chiarezza, illustrando la dialettica dell’astuta razionalità, quantitativa e matematizzante, del “preistorico” Odisseo. Grazie ad essa, l’eroe omerico – matrice dell’individuo borghese, primo attore dell’economia capitalistica, e a maggior ragione dell’economia della conoscenza – sacrificava la propria naturalità, di cui il sogno incantatore delle Sirene era segno, al principio di un’autoconservazione cieca. In quella vicenda, collocata nel cuore stesso del mito, il prototipo dell’individuo borghese era istruito a fare a meno dei contenuti, ad approntare schemi formali di validità che prescindessero da essi, per quanto al prezzo del sacrificio di sé. Questa «introversione del sacrificio» (5) è ciò che la società del sapere richiede ormai senza pudore, trovando un alleato sempre più smaliziato nell’homo oeconomicus evoluto, che non tiene in conto il valore qualitativo, cioè il valore d’uso, sostantivo, dei beni che produce e vende, e che anzi si espropria delle proprie emozioni e delle proprie visioni del mondo per renderle produttive. Questa economia della conoscenza, ed in particolare il suo cattivo pensiero, cioè la speculazione finanziaria, non hanno mutato qualitativamente la ratio strumentale in qualche cosa d’altro, di più emancipante, ma hanno portato ancor più visibilmente la conoscenza nell’ambito di quella stessa ratio, codificandosi come potere senza vincoli, in-condizionato e ab-soluto, socialmente irresponsabile.

C. Creatività d’azzardo. Due sono i cardini attorno ai quali ha ruotato sino ad oggi la porta girevole della globalizzazione finanziaria: la creatività e l’individuo. Concetti entrambi centrali e tuttavia ora inflazionati, svuotati di significato. La prepotente alleanza tra creatività e finanza, sorta negli USA, in uno scenario globale non più manifatturiero ma fortemente terziarizzato, è stato il primo passo verso l’indebitamento delle famiglie, e poi delle stesse banche. La cosiddetta finanza creativa ha fornito lo strumento più rapido al sogno senza bordi di una crescita indefinita, ingenuamente uniforme, alla portata di tutti. Tutti hanno così creduto di potersi arricchire facilmente ed in tempi brevi, e come conseguenza tutti si sono indebitati. La creatività è stata qui intesa come scorciatoia, non come progetto ragionato, ovvero come stratagemma per l’aggiramento delle regole a governo del credito. Regole saldate le une alle altre in maglie non troppo strette, tanto da permettere, anche senza sconfinare nell’illegalità, d’infiltrarsi tra di esse con il moral hazard di uno sgangherato sogno d’arricchimento immediato.

D. Individui abbandonati. In secondo luogo, una siffatta creatività di bassa lega è stata contrabbandata come strumento in mano all’individuo, come strumento in suo possesso, di cui egli poteva avvalersi per far risaltare il proprio merito. Ciò che era valido per i top manager che incassavano sulle rendite non solo reali – ma semplicemente attese, o peggio, ingannevolmente preannunciate – delle aziende, è diventato possibile anche ai singoli risparmiatori che masticavano di finanza, o che semplicemente si fidavano di altri. Sì è così assistito al dispiegarsi di una forma particolare di ciò che Guenther Anders avrebbe chiamato «patologia della libertà» (6). L’individuo, in balia dei mercati in interconnessione globale, armato di sogni e di spirito d’iniziativa, cioè di un’ingenua propensione alla creatività, subordinata ad un’avidità più o meno senza freni, si è ritrovato in una condizione simile a quella del primo uomo sulla terra, solo che il suo ambiente era ormai il mercato, non la natura. In una condizione d’estrema libertà, certo, ma anche, parafrasando il titolo di un agile libro di Axel Honneth, di dolorosa indeterminatezza (7), a fronte di una carenza di Stato, e di soluzioni sociali a bisogni che reclamavano legittime risposte da parte delle iniziative di governo. Nel mercato di questo inizio millennio, tutto sembrava daccapo possibile, tutto sembrava daccapo da costruire, come quando ci si trova al principio di un’era, non semplicemente di un nuovo anno, in preda, per dirla con Theodor W. Adorno, allo «shock dell’aperto» (8). Come non pensare, in questo caso, allo shock dell’uomo americano medio di fronte a Ground Zero, animato dall’impellente, straziante, ma anche scontornato bisogno di riempire quel vuoto, di fare qualcosa purché fosse qualcosa, non diversamente dall’«uomo delle origini», di cui parlava Arnold Gehlen, che per la prima volta avvertì l’assolutamente estraneo, l’impensato, smuovere all’improvviso la terra sotto i suoi piedi, generando in lui il riverbero psichico di una «scossa emotiva»? (9) Si è così manifestata l’insostenibilità del fare fronte al peso di tutto il possibile, convogliando la «scossa emotiva» dell’imprevisto, in ambito di politica economica, innanzitutto sull’individualità creativa delle aziende, dei manager, dei cittadini. Il privato, costretto a fronteggiare da solo l’indeterminato, non può infatti avere una funzione vicaria rispetto allo Stato.

E. Il marekting come rimedio. In ambito sociale, d’altra parte, come ha efficacemente descritto Alain Ehrenberg nella sua indagine su depressione e società (10), ad un assetto in cui vigeva il registro dell’autorità è subentrato il registro dell’autonomia, della responsabilità, in ottemperanza al quale l’individuo è chiamato a sostenere da sé il peso di divenire se stesso. Ehrenberg riprende il motivo già andersiano della patologia della libertà, notando che «la follia è la malattia di una libertà che non trova più il proprio senso e la propria giustificazione in una divinità esterna. E, proprio perché indeterminata, tale libertà è, sul piano simbolico, aperta a tutti i possibili» (11). Quanto accade nei mercati oggi, è la controprova di come la fatica del possibile sia divenuta opprimente non solo nelle dinamiche sociali delle famiglie, delle scuole, dei gruppi, ma anche, appunto, in ambito economico. La figura, comica e tragica insieme, dell’imprenditore e del manager creativo, è la medesima del figlio che non ha risolto il suo problema con il padre, e che non è addivenuto ad una corretta integrazione sociale, schiantato sotto il peso di responsabilità irricevibili, di obblighi smisuratamente indeterminati. Più il lavoro, la ricchezza, gli stessi beni dell’economia si smaterializzano, più diventa incerto sancire che cosa è permesso e che cosa è vietato all’individuo, rendendo ovunque possibile l’infiltrazione di un comportamento nominalisticamente corretto, ma di fatto contrario alle regole convenute. La depressione, quale patologia della libertà, è allora, come sostiene Ehrenberg, non più la conseguenza di un senso di colpa derivante dall’infrazione di un regola, ma il derivato psichico dell’inefficacia di un’azione che non riesce a padroneggiare con successo la complessità del possibile. Sintesi di questa dinamica è che, nel linguaggio corrente, il prodotto farmaceutico a cui porzioni sempre più ampie di umanità si affidano per la cura dello scompenso depressivo, venga indicato non con il nome comune di «antidepressivo», ma con quello proprio di una marca molto diffusa: Prozac (12). Anche in questo caso dunque, è un brand, ovvero nient’altro che un nome evocativo, a soddisfare la fantasmagoria di attese sociali estremamente radicate e sentite, come quelle relative alla domanda di guarigione dalla malattia mentale. Tale domanda trova così risposta nel marketing del brand, sul quale, come è noto, proliferano le campagne pubblicitarie più creative delle aziende. Nei loro esiti estremi, i derivati finanziari ed il marketing del brand costituiscono il nient’affatto necessario livello meta-discorsivo di quei discorsi particolari, che sono il linguaggio pubblicitario e le strategie d’investimento. Il dramma di un’economia della conoscenza che sviluppa livelli sempre più rarefatti e sofisticati di tali meta-discorsi, è che si perda di vista la base concreta della loro applicazione: qui la creatività segna il passo e si trasforma, nel migliore dei casi, in esercizio di ricerca fine a se stessa, nel peggiore, in strumento ideologico del potere.

F. Declinare altrimenti la creatività. A fronte di tutto ciò è certamente sensato, nell’ambito della politica economica, un richiamo all’austerity, un radicale emendamento della deregulation, un ritorno alle regole e allo Stato. Tuttavia, affinché non si propugni un astratto capovolgimento di paradigma, ironicamente opposto e speculare al primo, occorre riprendere il filo della creatività proprio dove si è spezzato. Vanno così rivalutati almeno alcuni aspetti che la deregolamentata creatività finanziaria ha colpevolmente negletto: la creatività, come l’innovazione, non è una variabile dell’avidità personale, ma un progetto a cui lavorano molte persone in territori distribuiti al di fuori degli uffici dei brokers, in una relazione di co-responsabilità, e non solo di competizione. Lungi dal sancire la fine dell’economia della conoscenza, la crisi odierna obbliga a riformularla alla luce di un’etica della responsabilità. La libertà creativa non è inchiodata all’angoscia dell’indeterminatezza, allorché, come scrive Mario Ruggenini, non si coglie come «potenza mitologica di produzione», ma come «risposta che rivela all’esistenza la sua individualità mondana» (13), vale a dire relazionale ed intersoggettiva. La creatività, di conseguenza, non è la scorciatoia per il profitto, ma la ricerca costante di soluzioni adeguate a problemi che si trasformano nel tempo, ed ha quindi molto più a che fare con la scoperta, che non con l’invenzione. L’analisi e l’interpretazione del dato, non solo l’intenzione del nuovo, è per la creatività un che di ineliminabile, se non altro perché gli individui stessi sono il precipitato più o meno stabilizzato delle loro esperienze. Non c’è nulla da fare, non si può ignorare che anche l’uomo più creativo, così Anders, «non possa fare altro che scoprirsi, senza poter inventarsi», e se «in tutto ciò la sua debolezza gli viene costantemente dimostrata e rinfacciata» (14), ebbene, essa è una debolezza necessaria, un limite da rendere produttivo. Inoltre la creatività ha una gittata limitata, condizionata da tutto ciò che condiziona gli altri strumenti della produzione del valore, e non può rappresentare il pass par tout magicamente risolutivo di problemi altrimenti insolubili. L’idea che esista un genio creativo svincolato da un determinato contesto, che possa produrre dei capolavori in solitudine, o che possa arricchirsi individualmente all’infinito, o che ancora possa comprendersi come innovatore assoluto, è tanto ingenua quanto mendace, nonché debitrice, come scrive ancora Ruggenini, della propria remota origine nella metafisica creazionista cristiana, la cui eco giunse alle «prime generazioni romantiche sullo sfondo della metafisica kantiana della libertà», per toccare il tempo attuale nella forma di certo efficientismo tecnologico presuntuosamente ottimista (15). Il suo primo limite, ma anche, in altra prospettiva, la sua prima risorsa, è piuttosto il contesto sociale in cui sorge, che per le aziende rappresenta parimenti una fonte ed un ostacolo. Da tempo, grazie ad un utilizzo “artigianale” di una tecnologia autoprodotta, i consumatori possono intervenire direttamente sulla fisionomia, sulle qualità e sulla promozione dei beni, fornendo in rete suggerimenti migliorativi, proposte pubblicitarie, idee per nuovi canali di diffusione del marchio. Le imprese, riferisce Codeluppi, «dovranno quindi probabilmente rinunciare a una parte della loro capacità di controllo sul prodotto, cercando comunque di mantenere il potere all’interno della relazione con il consumatore» (16). Essendo relativa, la creatività non consiste unicamente nell’esecuzione di una performance vincente, ma altrettanto nell’accoglimento, nella cura, nell’interpretazione di un che di inedito e di originale, che le si può presentare sottoforma di evento, non necessariamente sottoforma di risultato. Questo equivale, per il creativo inserito in un ambiente organizzato, ad una lezione di umiltà. Resta, cioè, una «riserva d’improducibile», una «realtà altra (…) irriducibile al creativismo ottimistico dominante» (17) – alla Schwärmerei romantica aggiornata tecnologicamente – che agisce sulla creatività come suo limite. Un limite, questa volta, riconducibile all’esperienza del fallimento, della panne, del rovinare su se stessa di quella esaltazione romantica, che non a caso porta con sé una matrice di genere maschile. Un’alterità, dunque, in un senso forte, che si lega alla finitezza e alla limitatezza antropologica dell’individuo, e da cui pure «dipende l’indeterminatezza del suo essere, vale a dire la sua libertà» (18). Il limite che fa esistere l’individuo creativo, e che tuttavia lo mette in crisi, sottraendosi, come evento, al corso previsto della sua progettualità. Progetto ed evento, attività e passività accudiente d’un fenomeno inatteso, anche sconvolgente, concorrono insieme a declinare una creatività che vive della dialettica tra i suoi termini, senza essere il risultato quantificabile della loro mera sommatoria. E tutto ciò non significa che «bisogna ricondurre la stessa creatività dell’esistenza a un’interpretazione innovativa di rapporti umani o di stati di cose?» (19). Il pensiero che ancor oggi, più per inerzia intellettuale, che per adeguatezza alla cosa, viene ascritto al femminismo, sta sviluppando un’affilata sensibilità al tema delle differenze e delle alterità nell’ambito della sociologia del lavoro, ponendo attenzione non solo all’incidenza statistica del lavoro femminile nell’economia globalizzata, ma soprattutto ai suoi aspetti qualitativi e di contenuto. Da questo versante posso giungere lezioni estremamente significative. «Il capitalismo», scrive Cristina Morini, «ha puntato, in termini generali, ad appropriarsi della polivalenza, della multiattività e della qualità del lavoro femminile, sfruttando, con ciò, un portato esperienziale delle donne che deriva dalle loro attività realizzate storicamente nella sfera del lavoro riproduttivo, del lavoro domestico» (20). Attitudini relazionali, capacità di cura, mediazione linguistico-affettiva sono il portato simbolico e cognitivo che le donne mettono all’opera in contesti non di rado anche naturalmente cooperativi, declinando l’impiego della creatività in termini innovativi rispetto a quanto accade in un registro comportamentale principalmente maschile. Da queste esperienze e dalle relative elaborazioni teoriche, che vertono, ad esempio, sulle infiltrazioni delle relazioni di prossimità nei contesti fisici della produzione – home office e domestication del luogo di lavoro – la creatività, come paradigma dell’economia in tempo di crisi, non può che trarre alimento per la propria riformulazione, e avvalersi di uno strumento in più per contrastare il proprio appiattimento unidimensionale sui criteri dell’efficientismo. Proprio perché appesa ad una rete di relazioni non tutte catturabili da un’univoca schematizzazione di processo, la creatività necessita però di comportamenti organizzativi adeguati (21), essendo complesso, da ultimo, il compito che sarà chiamata a svolgere: rendere ragione di ciò che è andato storto nel passato e, a partire da esso, proporsi laicamente di “redimerlo”, affinché il futuro sia migliore. Qualcosa di molto diverso, dunque, dal salto nel vuoto, a seguito del quale, poi, la colpa è di tutti e di nessuno.

G. Non proprio da zero. Per portare alla luce queste declinazioni “altre” della creatività, va riacquisito il senso di una temporalità diacronica, il senso, al femminile, della “generatività” delle azioni, ossia quanto la globalizzazione ha tentato di fagocitare nel giro di poco più di dieci anni, nel corso di quella che già Horkheimer e Adorno avevano chiamato la «follia aperta» del tardo capitalismo. Triste merito della bolla speculativa planetaria, come ha sostenuto pubblicamente Bruno Manghi, è proprio l’aver fatto esplodere il presente a cui eravamo autisticamente assuefatti, nelle prospettive del passato e del futuro. Perché è accaduto quello che è accaduto? Che ne sarà di noi? Queste sono le domande fondamentali che non eravamo più in grado di porci, e non perché la storia fosse finita – come sosteneva Francis Fukuyama dopo il 1989 – bensì perché la simultaneità crono-topologica della globalizzazione, alleatasi con il consumismo imperante del “qui e ora”, ci aveva fatto dimenticare la storia. Senza una corretta percezione del tempo, infatti, non ci sono né strategia né progetto, ovvero ciò che è richiesto da una qualsivoglia fuoriuscita dal delirio speculativo degli ultimi, smemorati, anni. Se non è iperbolico prevedere che la recessione e la depressione economica si collocheranno nel futuro prossimo, occorre ulteriormente predisporsi ad accogliere l’appello che l’attuale esplosione della bolla speculativa indirizza alla nostra capacità interpretativa e d’azione. Un appello a riscoprire, proprio nel fondo della crisi, proprio nel limite materiale ed inaggirabile dell’imminente impoverimento e della stagnazione – in tutto simili ad un episodio depressivo maggiore in senso clinico – il principio di realtà ignorato da quelle forze economiche che si sono drogate con l’idea dell’accumulazione illimitata. Corrisponde ad un siffatto principio di realtà, il riconoscere che lo smisurato desiderio di appropriazione finanziaria è crollato su se stesso, e che il possesso ha lasciato dei vuoti, delle assenze. Tuttavia, come sosteneva Anders, «nel fatto di “perdere il possesso”» è inclusa un’attitudine epocale, segno di una realistica consapevolezza, consistente in nient’altro che questo: «il prendere congedo» (22). Congedarsi da un’epoca comporta l’appropriazione di una negatività, nella quale la libertà creativa può essere rimessa in gioco, proprio perché arricchita dall’esperienza storica del fallire. Necessaria diventa allora, per l’individuo che non può ancora fare a meno di creare, l’abilità d’essere compromesso con ciò che accade come evento – non solo come azione intenzionale – ed insieme di prenderne le distanze, «accompagnando ciò che abbandona e senza concepirlo come qualcosa di definitivo», in un «atto di tendere la mano per ritrarla», in un «movimento contraddittorio e toccante di addii» (23). Ne va, qui, del congedo narcisisticamente ferito, ma inevitabile, dell’individuo sovrano da se stesso. Il frutto maturo nietzscheano è ormai caduto a terra, e da lì deve tornare a germogliare. I suoi nuovi strumenti sono i cocci del progetto che irrealisticamente ha creduto di realizzare, in un’epoca in cui vigeva l’imperativo indeterminato di cambiare, «di scegliere tutto e decidere tutto», come scrive Ehrenberg: restano «solo alcune macerie, che le parole “vulnerabilità”, “fragilità”, “precarietà”, riassumono molto bene» (24). Ciascuna di esse è l’index veri da cui farsi guidare nella ricostruzione della dimensione relazionale di una libertà creativa responsabile, poiché «se i vincoli morali si sono allentati, i vincoli psichici sono più che mai forti e dominano la scena sociale» (25). Sono questi vincoli di intimità, a rappresentare i nuovi “mattoni” delle azioni creative finalizzate non unilateralmente alla competizione, ma al partenariato, alla mediazione, a partire dai quali gli attori economici possono ripensare il compito del loro futuro. Occorre pertanto non annichilire la figura individuale dell’operatore economico e della sua iniziativa, imbrigliandola nella camicia di forza delle regole, ma fornire di essa una versione un po’ meno da spot pubblicitario. Se non si fa ciò, la conseguenza può essere anche peggiore di quella attuale: una nuova, dolorosa forma di perdita del senso della realtà, di smarrimento della direzione dei processi economici reali, ad opera non di individui presuntamene meritevoli, ma di inquietanti ed astratte entità collettive, secondo una dinamica che infine avrebbe del grottesco, come accade agli scombinati personaggi di un film dei fratelli Joel e Ethan Cohen (Burn after reading), risucchiati in un vortice insensato d’azioni, che tesse una trama irrazionale di eventi esemplarmente ritagliata sulla superficie del tempo attuale. Un tempo che racconta l’effervescente incoerenza d’un delirio psicotico sganciato da un mondo concreto, la cui economia di senso rischia ancora di restare sconosciuta, annegata nello stagno delle proprie illusioni infrante.

Note

(1) Tecnologia informatica, industria culturale e finanza sono i veicoli della trasformazione cognitiva dell’economia, in seno alla società postindustriale. Oltre al pionieristico F. Rossi-Landi, Il linguaggio come lavoro e come mercato. Una teoria della produzione e dell’alienazione linguistiche (1968), Bompiani, Milano 2003, hanno scritto su questo tema: L. Cillario, Il capitalismo cognitivo. Sapere, sfruttamento e accumulazione dopo la rivoluzione informatica, in AA. VV., Trasformazione e persistenza. Saggi sulla storicità del capitalismo, Franco Angeli, Milano 1990; L. Cillario e R. Finelli (a cura), Capitalismo e conoscenza. L’astrazione del lavoro nell’era telematica, manifestolibri, Roma 1998; L. Boltanski e E. Chiapello, Le nouvel esprit de capitalisme, Gallimard, Paris 1999; C. Azaïs, A. Corsani, P. Dieuaide (a cura), Vers un capitalisme cognitif, L’Harmattan, Paris 2000; D. Cohen, I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano, Einaudi, Torino 2001; C. Marazzi, Capitale & linguaggio, DeriveApprodi, Roma 2002; M. Castells, Il potere delle identità, Editrice Egea, Milano 2002; A. Gorz, L’immateriale. Conoscenza, valore, capitale, Bollati Boringhieri, Torino 2003; E. Rullani, Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti, Carocci, Roma 2004; F. Carmagnola, Il consumo delle immagini. Estetica e beni simbolici nella fiction economy, Bruno Mondadori, Milano 2006; C. Vercellone (a cura), Capitalismo cognitivo. Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, manifestolibri, Roma 2006; A. Deiana, Il capitalismo intellettuale, Sperling & Kupfer, Milano 2007; A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione?, Carocci, Roma 2007; V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino 2007.
(2) F. Pinotti, La società del sapere, Rizzoli, Milano 2008.
(3) Ivi, p. 10.
(4) V. Codeluppi, Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
(5) M. Horkheimer-Th. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo. Frammenti filosofici (1947), trad. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino 1966, p. 62.
(6) G. Anders, Patologia della libertà. Saggio sulla non-identificazione, intr. di K. P. Liessmann, Palomar, Bari 1993.
(7) A. Honneth, Il dolore dell’indeterminato. Una attualizzazione della filosofia politica di Hegel, manifestolibri, Roma 2003.
(8) Th. W. Adorno, Dialettica negativa (1966), trad. di C. A. Donolo, Einaudi, Torino 1982, p. 30.
(9) A. Gehlen, Le origini dell’uomo e la tarda cultura. Tesi e risultati filosofici, pref. di R. Madera, il Saggiatore, Milano 1994, pp. 146-147.
(10) A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, pref. E. Borgna, Einaudi, Torino 1999.
(11) Ivi, p. 31.
(12) «Nel linguaggio comune Prozac ha preso il posto di antidepressivo, così come, se diciamo Kleenex, intendiamo fazzoletto di carta», ivi, p. 4.
(13) M. Ruggenini, Creatività e interpretazione. Forse anche una questione di verità?, in Id., Dire la verità. Noi siamo qui forse per dire…, Marietti 1820, Genova 2006, p. 215.
(14) Anders, Patologia della libertà, cit., p. 75.
(15) M. Ruggenini, Creatività e interpretazione, cit., p. 193.
(16) Codeluppi, Il biocapitalismo, cit. p. 36.
(17) M. Ruggenini, Creatività e interpretazione, cit., p. 191.
(18) Ivi, p. 198.
(19) Ivi, p. 201.
(20) C. Morini, La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, in «Posse. Politica Filosofia Moltitudini», giugno 2008, http://posseweb.net/spip.php?article86.
(21) Sugli aspetti non solo esistenziali, ma anche organizzativi, del lavoro al femminile, si veda il volume di C. Bombelli, La passione e la fatica. Gli ostacoli organizzativi e interiori alle carriere al femminile, Baldini e Castoldi, Milano 2006.
(22) Anders, Patologia della libertà, cit., p. 49.
(23) Ivi, p. 48.
(24) Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, cit. pp. 257-258.
(25) Ivi, p. 311

11 pensieri su “Quale creatività nella crisi? Finanza, economia e antropologia nella costellazione contemporanea, di Andrea Sartori

  1. Giocatore d'Azzardo

    L’articolo è sicuramente interessante e racconta qualche ‘verità’, ma omette colpevolmente alcune considerazioni che, a mio parere, sono estremamente importanti per riuscire, sia a fornire qualche elemento in più di giudizio, sia ad aprire ipotesi diverse.

    1) La prima domanda che mi pongo è semplicissima: perché è così complesso, a fronte degli eventi economici cardine degli ultimi 70/80 anni, riuscire a cogliere il filo comune che lega tutti questi eventi? Possibile che si continui a commettere l’errore di considerare le crisi, le bolle speculative, la creatività, la presunta rinascita dello statalismo, etc… semplicemente come eventi casuali scollegati fra di loro? Non c’è niente e nessuno di meglio da citare, per cercare di dare un senso a questi cambiamenti, che “pannicello caldo” Bauman?

    2) L’osservazione sull’economia della conoscenza è, anche se non nuovissima, una buona osservazione, ma sarebbe necessario fare un ulteriore sforzo e passare da un dettato teorico, largamente condivisibile da tutti (e quindi inutile perché non genera “scontro” intellettuale), ad un’analisi più dettagliata. Presentata in questo modo, l’economia della conoscenza indica pochi nomi e sposta il pensiero in un’unica direzione; cito i nomi italiani: Bocconi e LUISS. Sono due università che generano “utili idioti”, necessari per diffondere il ‘vangelo’, ma quale vangelo diffondono? Chi scrive quel vangelo? Constatare che, in circolazione, ci sono un sacco di teste disposte a vendersi per far carriera sulla vita degli altri è interessante, ma ancora più interessante, anche in questo caso, sarebbe provare a capire perché, in pochissimi anni, università fondamentalmente “inutili” abbiano acquisito un livello di priorità (apparente) così alto nella scala della conoscenza. E dico inutili a ragione: non c’è un solo Bocconiano o ex Bocconiano o economista, nobel compresi allineati o alternativi, che abbia indovinato, negli ultimi venti anni, ma anche trenta, uno solo dei grandi eventi economici.

    3) Qui sono in completo disaccordo: analisi semplicistica. La creatività (? truffa ?) finanziaria è nata a fronte dell’assoluta mancanza di potere degli stati, tutti, di controllare il loro denaro. Federal Reserve e BCE, con il beneplacito di tutti, sono due ENTITA’ PRIVATE, controllate da privati e gestite da persone che non sono state elette da nessuno e che non rispondono a nessuno. Prive di alcun controllo, e la situazione non è cambiata di mezzo millimentro e nessuno (o quasi) dice nulla, è stato relativamente semplice, per queste strutture, inventarsi i mostri economici che sono le attuali banche e metterle nella condizione di battere AUTONOMAMENTE moneta sotto forma di pezzi di carta vuoti e senza senso. Cosa c’entra l’individuo? Detta così sembra quasi che tutte le colpe siano di chi ha creduto, malamente, nella possibilità di arricchimento dal nulla. Il problema non è il sogno, ma chi e come ha forzato il sogno delle persone per poi ucciderle una volta rinchiuse nel recinto.

    4) Qui il ragionamento è viziato all’origine dalla mancata constatazione di cui al punto 3: gli stati non sono più proprietari delle loro economie. Qualunque ragionamento non tenga costo di questo dato di fatto, non farà altro, in modo più o meno forbito, che deviare il ragionamento dal punto focale e consolidare lo status quo. E’ un punto semplicissimo: il potere economico, ora ancora di più, è uno dei pochi poteri (assieme a quello militare) che non è soggetto a nessun controllo democratico. Si autoalimenta. I manager ladri e i loro super compensi, Ground Zero e tutto il resto, sono tasselli minimi attorno ai quali è possibile, in funzione della base conoscitiva di ognuno di noi, costruire qualunque ragionamento. Un grande spot pubblicitario multi-livello, in grado di adattarsi, come il mercurio, a qualunque “forma mentale”; restituendo soddisfazione.

    5) Analisi condivisibile degli effetti collaterali, con qualche esagerazione che porta, a mio parere, a sopravvalutare l’impatto del marketing. L’abbinamento fra marchio (brand) e prodotto (vedi Prozac, tra l’altro in disuso) esiste da “sempre”, un esempio su tutti è quello della cerniera che molti chiamano lampo, ma Lampo era (è) il marchio di una societa che ancora oggi produce cerniere e non la cerniera in quanto tale. Il ragionamento ha anche un’altra pecca e l’esempio eclatante è l’alimentare: i prodotti no brand, quelli sotto costo dei supermercati per capirci, sono sempre più venduti e in molti paese (l’Italia sta recuperando) hanno superato il 50% dei prodotti alimentari acquistati. Non hanno marchio, non hanno pubblicità, solo un prezzo più basso. Il lato ridicolo della faccenda è che, spesso, sono gli stessi marchi noti a produrre questi prodotti senza marchio. Ripensare la potenza del marketing.

    6) Questo paragrafo mi trova in completo disaccordo e non perché riporti considerazioni in sé errate, ma perché scrivendo “A fronte di tutto ciò è certamente sensato, nell’ambito della politica economica, un richiamo all’austerity, un radicale emendamento della deregulation, un ritorno alle regole e allo Stato.” si ricommette l’errore di dimenticare il passaggio fondamentale: gli stati non sono più proprietari delle loro economie. Com’è possibile riuscire a gestire ciò che non si possiede? Io non sono ancora riuscito a comprenderlo e, il giorno in cui qualcuno me lo spiegherà in modo convincente, non avrò alcun problema a prenderne atto. In un simile contesto di mancanza di potere effettivo, da parte degli stati e di chi vota gli stati, non mi meraviglia che ci sia chi scrive “Il capitalismo”, scrive Cristina Morini, “ha puntato, in termini generali, ad appropriarsi della polivalenza, della multiattività e della qualità del lavoro femminile, sfruttando, con ciò, un portato esperienziale delle donne che deriva dalle loro attività realizzate storicamente nella sfera del lavoro riproduttivo, del lavoro domestico.” Qualcuno mi spiega cosa vuol dire? Caramellina alla causa femminile?

    7) Troppe citazioni erette su una base incosistente. Ritorno terra, terra, quasi volgare, con una barzellettaccia d’osteria: “Se te l’hanno messo nel c..o, cerca almeno di non agitarti; il massimo che puoi ottenere è far godere il tuo nemico!”.

    Blackjack.

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  2. Andrea Sartori

    Ciao Giocatore D’azzardo, ti ringrazio per la lettura e il particolareggiato commento.

    Il mio testo, ovviamente, non vuole esaurire gli elementi di giudizio relativamente al tema che tratta, né precludere ipotesi diverse da quelle che formulo io.

    1.I fenomeni che elenchi nel tuo primo punto certamente non sono scollegati tra loro, né provengono dal nulla. L’imporsi d’un paradigma che potremmo definire «economicista», anche sul piano delle relazioni sociali – congiuntamente al declino della società industriale, in direzione di aggregazioni produttive, caratterizzate da fattori sempre più cognitivi – mi sembra possa costituire un buon punto di riferimento (per tacere di altro, soprattutto sul piano politico). La terziarizzazione della produzione, anziché portare a ripensare i fondamenti sociali di una sfera economica sempre più intesa come produzione di servizi, ha perso l’occasione di riconfigurare il rapporto tra individuo e società, intendendo il primo per lo più come portatore di interessi utilitaristici, che una società mediatizzata ha svolto il compito di ammansire, in maniera ora subdola, ora palese. Terreno di coltura di tutto ciò è, come dice Bauman, una modernità «liquida». Questa per sua natura è deformabile in varie direzioni. Bauman, comunque, non è un autore che si possa tirare da un lato e dell’altro, poiché le sue proposte sono ricche di presupposti, e giungono in un dibattito che perlomeno annovera tutti i testi che menziono nella prima nota del mio intervento.

    2.Nouriel Roubini, la cassandra della crisi, è stato un allievo bocconiano di Mario Monti. Al di là di questo, però, concordo su un aspetto che farei derivare da quanto dici. In istituti del genere, mi sembra, le materie sociali svolgono una funzione «cosmetica», e non scalfiscono di un millimetro la sicumera di un sistema che fondamentalmente vuole produrre degli agguerriti aziendalisti. Questa è l’impressione che ho tratto, osservando le reazioni di chi seguiva con me, in contesti del genere, i pochi convegni di economia a cui ho assistito. Altre impressioni simili mi sono poi giunte per esperienza diretta, di lavoro all’interno delle imprese.

    3.Le entità private che menzioni, si sono comportate esattamente come degli individui de-responsabilizzati. Il problema è come declinare l’individualismo. Il problema non è ovviamente nel singolo risparmiatore che ha inseguito un sogno ed è stato truffato, ma nella ristrettezza del sopra citato paradigma «economicista», che ha finito per asservire anche le aspirazioni rispettabili – quando erano rispettabili – del singolo.

    4.Sono d’accordo sul fatto che gli stati non siano più proprietari delle loro economie, anche per i motivi che ho già detto: sono stati esautorati da altre entità private. In tutto l’occidente è in atto un’emergenza democratica, che però non si risolve ricorrendo a stratagemmi di carattere ingegneristico-istituzionale – a livello sovra-nazionale – poiché anche questa sarebbe una riposta politica riduttiva. La politica, piuttosto, dovrebbe trovare la via d’accesso non populistica e manipolatoria alla struttura relazionale dell’antropologia dell’individuo.

    5.Ripensiamo la potenza del marketing: i marchi che vanno di più, oggi, sono quelli della g. d. o. (grande distribuzione organizzata), non dei singoli prodotti. Ad esempio: LIDL, Darty, Carrefour, Metro… . La sostanza del ragionamento, però, è la stessa: ci si sposta dalla determinatezza di un bene, di un prodotto, di un oggetto, ai meta-livelli di un marchio, che può a sua volta indicare un sistema distributivo di un certo tipo, tuttavia incidendo sempre sullo stile di vita delle persone e sul loro immaginario.

    6.Il richiamo alla regolamentazione statale non è certo risolutivo, benché necessario, nei momeneti in cui si è con l’acqua alla gola. Se fosse considerato risolutivo, avremmo un difetto opposto e speculare rispetto a quello della creatività selvaggia, il che è quello che sostengo io. Certo, come già detto, gli stati non governano fino in fondo le proprie economie, per questo le differenti declinazioni della creatività da me proposte, attengono più all’antropologia che all’economia o alla politica, e non per propinare, in conclusione, una «caramellino alla causa femminile». Al centro v’è piuttosto la questione della responsabilità delle azioni, della loro generatività diacronica, della contestualizzazione sociale dell’agire creativo, della possibilità dischiusa dall’odierna crisi di ripensare il rapporto con l’altro, a beneficio della stessa politica, e del suo bisogno, per lo più negletto, di riforma.

    7.Black Jack, perché fai così il cattivone con me? Questa battutaccia è davvero ingenerosa.

    Buona serata,

    Andrea.

    Rispondi
  3. Giocatore d'Azzardo

    Andrea, e chi fa il cattivone? Se il tuo articolo non fosse stato buono, non avrei mai commentato in modo così dettagliato e non mi sarei mai preso la briga di leggerlo e rileggerlo tutto 😀
    Però ora sono le 2 di notte, sono appena tornato, devo assolutamente andare a dormire e se ne parla domani. Non volermene, ma sono quasi fuso stasera…

    Blackjack.

    PS: quando giochi a carte non esistono tonalità ‘diverse’, ma segni o rossi o neri; è per questo che, a volte, mi partono le battutacce quando mi trovo di fronte a carte scolorite.

    Rispondi
  4. Giocatore d'Azzardo

    Andrea, faccio fatica a seguirti, probabilmente perché partiamo da basi iniziali diverse; provo a riapprofondire sperando di non annoiare troppo.

    1) Dato che concordiamo sul fatto che non sono eventi scollegati, e non lo sono, sarebbe interessante, se concordi, uscire dalle considerazioni “sociologiche” e provare a capire chi e cosa collega questi eventi. Scusami l’approccio “meccanicistico”, ma rimango convinto del fatto che è possibile affrontare e tentare di risolvere qualunque argomento, se è nota la genesi; in caso contrario il rischio è quello di limitarsi ad affrontare i sintomi senza mai riuscire a lavorare dove si dovrebbe. Che è poi l’obiettivo di chi, nel mondo reale, gestisce i meccanismi economici. Bauman, per esempio, è un ottimo divulgatore di “cure per sintomi” e ciò che dice/scrive piace a tutti. Ergo: non serve a nulla. Ergo: per chi lavora Bauman? Non so se conosci la storia del personaggio Bauman; io un po’ sì e i personaggi come Bauman non mi hanno mai ispirato. Chi nasce tondo non muore quadrato.

    2) Mario Monti è uno dei membri fissi del Bilderberg: quelli che le crisi le inventano e poi si scelgono le cassandre adatte per raccontare la loro versione delle crisi. Vale la stessa considerazione fatta per Bauman, chi nasce tondo non muore quadrato. A mio modestissimo parere, dobbiamo imparare a scegliere meglio gli “esperti” a cui concedere credibilità. Non servono “guru” bocconiani per prevedere queste crisi, basta saper fare di conto e quando scopri che il circolante teorico è almeno 50 volte superiore rispetto al circolante reale, mica è difficile capire che c’è qualcosa che non quadra. Allo stesso modo, mica è difficile capire, osservando i loro comportamenti effettivi (vedi storiella quotazione SARAS dei Moratti, tanto per citare l’ultimo caso) che se ne fregano del mondo.

    3) Non sono d’accordo; non si sono comportati come “individui deresponsabilizzati”, ma come dei DELINQUENTI. Utilizziamo i termini corretti, una volta tanto. L’individualismo economico, e le conseguenze che si porta appresso, sono il sintomo: se non si risolve prima la gestione privata delle risorse economiche mondiali, perderemo solo tempo in bellissime discussioni, ma non arriveremo da nessuna parte. Scusami se sono radicale, ma tu scorgi la possibilità di comportamenti moderati a fronte del loro massimalismo?

    4) Qui non ti comprendo, ovvero: non comprendo la soluzione che proponi. Se diamo per vero, ed è così, che i governi eletti non hanno più alcun potere reale sulla gestione economica, ho l’impressione che il lavoro da compiere, per redistribuire potere alle persone, non sia solo a livello politico. Ti quadra?

    5) Complichi troppo: ci si sposta da un prodotto/marchio di costo 100 a un prodotto/marchio di costo 60 (questa è generalmente, a parità di “contenuto” la differenza di costo). La comunicazione pubblicitaria si è invece spostata (nel caso della GDO), e qui concordo con te, dal marchio/prodotto al marchio/tramite: colui che vende. Ovvio che una struttura distributiva di un certo tipo influisca sullo stile di vita delle persone, ma non solo e la GDO ha un impatto molto importante anche sui produttori/marchio. Tranne pochi prodotti di punta, gli altri pagano gli spazi espositivi (vedi elettronica di consumo) oppure sono posizionati in modo più o meno favorevole in funzione delle marginalità che incassa la GDO. Epperò è un’altra storia e il marketing, con il fenomeno marchio/tramite c’entra poco: sono arrivati due, come diceva il famoso ciclista, e le dinamiche che hanno generato il successo di questi prodotti sono diverse.

    6) Partiamo da due punti di vista diversi: il tuo che concede ancora qualche margine di manovra agli stati/politica, il mio che non ne concede più (e quando ci sono, vedi Cina, è perché stato e potere economico coincidono). Fino a quando non riusciremo a definire questo punto, ho l’impressione che continueremo a viaggiare su binari diversi. Provo con qualche numero: se sommi il “valore” di FED, BCE e Banca Centrale Cinese e fai la conta delle persone che FISICAMENTE gestiscono queste entità NON ELETTE da nessuno (al di là delle balle che ci raccontano), ottieni un numero inferiore a 30!!! Tradotto in soldoni vuol dire che meno di 30 persone GESTISCONO il 90% della ricchezza mondiale. Sarebbe interessante, dal punto di vista antropologico, scoprire per quale strano gene ereditario queste 30 persone si arrogano un potere assoluto di tali dimensioni. Attenzione: non sto parlando dei Bernanke della situazione, attori transitori, ma degli AZIONISTI PRIVATI di queste strutture.

    7) Andrea, mica era cattiva la battuta, direi quasi un consiglio paterno: se dobbiamo agitarci, facciamo almeno in modo che chi ci sta sodomizzando, non goda. Far finta di ignorare che ci hanno inchiappettato e illudersi di avere ancora margini di movimento autonomo, è esattamente ciò che non dobbiamo fare. Meglio scoprire, il più rapidamente possibile, come siamo messi realmente. Non credi?

    Blackjack.

    Rispondi
  5. Andrea Sartori

    Ciao BlackJack, in effetti non conosco la storia del personaggio Bauman, ma concordo sul fatto che non occorresse un’inaudita capacità previsionale, per rendersi conto che c’era una differenza insostenibile e preoccupante tra il capitale norminale e quello effettivamente esistente. Sono stati anni, gli ultimi, in cui si sono fatti allegramente degli investimenti utilizzando consapevolmente il debito come leva. Primo o poi doveva finire. In merito al punto 4) dici che il lavoro da svolgere non è solo a livello politico: io intenderei il “politico”, in questo caso, come la somma e l’articolazione degli ambiti d’intervento, ovvero come sisnonimo di una risposta strutturale, di sistema. Sul punto 5) rimango della mia idea, limitatamente a quello che volevo dire: la struttura concettuale del rapporto tra marchio e prodotto è uguale anche nella g. d. o, benchè le empiriche strategie di marketing, in un caso e nell’altro, siano differenti.

    Ti ringrazio delle puntualizzazioni, e dei dati che hai introdotto nella discussione, e accolgo pure il consiglio finale, se non altro per una questione di dignità, di cui nessuno potrà privarci!

    Buona giornata,

    Andrea.

    Rispondi
  6. Giocatore d'Azzardo

    Andrea, ultimo intervento e poi chiudo, che per qualche giorno me ne andrò a spasso. L’argomento è sicuramente molto interessante e ogni singolo punto meriterebbe un approfondimento, ma tant’è: siamo destinati a grattare la crosta del mondo. Epperò un paio di note te le devo fare.

    La prima. Scrivi: “si sono fatti allegramente degli investimenti utilizzando consapevolmente il debito come leva”. Non sono d’accordo su questa interpretazione per il semplice motivo che il debito non è stato utilizzato [dalle banche!] come leva per gli investimenti, ma per drenare denaro e impoverire la gente creando prima le basi e poi i sintomi di questa crisi. Non è esattamente la stessa cosa fare investimenti utilizzando il debito, che se ben fatti creano lavoro e distribuiscono ricchezza, e speculare [rubare!] battendo MONETA fasulla senza averne il diritto. Ci sono state [e ci sono ancora] banche che, a fronte di ogni euro depositato dai clienti, hanno spinto il loro livello di indebitamento a 70, 80 volte la raccolta, contro un valore “fisiologico” che varia da 7 a 10. Non facciamo confusione sui termini, è molto importante, altrimenti succederà che questa crisi sarà solo colpa dei poveri cristi che hanno acceso i mutui sub-prime: non è vero.

    La seconda. Per “politico” in questo caso io intendevo i politici in quanto tali, quelli che noi eleggiamo. Se col termine “politico” identifichiamo un insieme più vasto di elementi, sono d’accordo, ma allora perché non identificare questo insieme più vasto col nome di società e gli interventi chiamarli semplicemente interventi? Non vorrei sembrare noioso, ma anche in questo caso è fondamentale utilizzare termini che circoscrivano e descrivano correttamente e senza dubbi l’insieme di riferimento; in caso contrario il rischio è sempre lo stesso: che le colpe tornino ad essere dei cittadini. E non possono tornare ad essere dei cittadini e noi, normali cittadini, dobbiamo imparare a valutare meglio chi abbiamo di fronte.

    L’impressione che ho, netta, è che non sia chiaro qual è il nemico di questa guerra [se ancora in giro ci fosse qualcuno convinto che non siamo in guerra è ora che si informi] che si combatte non con i fucili, ma con il controllo totale dell’economia che conta. E’ una guerra che sta chiudendo sempre di più gli spazi di libertà economica e, se non hai la possibilità di gestire il tuo giornaliero, tutto il resto crolla. Quando il pensiero principale è come fare per mangiare e pagare le bollette, tutto il resto diventa acqua fresca.

    Blackjack.

    PS: andare ad approfondire che “sant’uomo” è stato Bauman, è un lavoro che, a mio modesto parere, dovresti fare; sarò anche fissato, ma mi piace sapere chi erano e chi sono i presunti “guru” che compaiono all’orizzonte ciclicamente 😀

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  7. Andrea Sartori

    Ciao BlackJack, grazie per queste puntualizzazioni, e ok anche per l’approfondimento su Bauman, che farò.

    Le banche hanno utilizzato la leva del debito per fare di tutto, legittimando le proprie esposizoni con presunte strategie d’investimento. Che non sia stato esattamente così (che cioè non ci siano state affatto delle strategie d’investimento), è sotto gli occhi di tutti, almeno per quanto riguarda le banche che sono effettivamente fallite o per quelle che continuano ad avere dei grossi problemi (per altro di varia natura). Certo fa impressione sentirsi dire quotidianamente, dai maggiori operatori finanziari, che il sistema creditizio italiano è in fondo in buona salute. Purtroppo mancano degli strumenti di controllo democratico su questa materia, che non siano quelli di istituti per lo più privi di poteri effettivi (vedi Consob).

    La tua impressione che il mio testo alluda ad una colpevolizzazione dei cittadini e dei risparmiatori, deriva secondo me dal fatto che ho dato ampio spazio ad una interpretazione “antropologica” dei fondamenti della crisi, inquadrando in essa i temi dell’economia e della finanza. Non per dire che l’ “uomo” in quanto tale è colpevole – e buonanotte – ma per verificare, ripeto, sul piano antropologico, quali siano i problemi e le possibili vie d’uscita. Questa almeno è la mia opinione.

    Per il resto, allora, buona… passeggiata, e grazie anche a Elio per aver visitato l’argomento.

    Andrea.

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  8. replicant24

    Mi verrebbe da applicare un principio davvero economico a tutti questi bei discorsi, il famoso rasoio di Occam.

    La faccenda è in realtà semplicissima (altro che nemici e complotti vari, la realtà è ben più complessa perchè le si possano adattare seppur raffinate teorie del complotto).

    Il valore si produce lavorando (lavoro = valore, quasi un anagramma) non speculando finanziariamente e facendo bolle come di sapone. E il lavoro è un’attività che costa fatica e uno sforzo (va bene anche la definizione che la fisica dà della quantità di lavoro). Il sogno della creatività è stato il sogno pre-seconda legge della termodinamica (leggi: entropia) che esistessero lavori creativi, cioè che non richiedessero quasi alcuno sforzo, a partire dalla creatività finanziaria. Questo sogno (che per molti si è lynchanamente trasformato in incubo, consiglio in questo senso la visione di Mulholland Drive) si è per fortuna concluso. L’unica vera soluzione della crisi è lavorare e lavorare sodo. Perchè, come sapevano i vecchi saggi, primum vivere deinde philosophare o, che è lo stesso, philosophia non dat panem.

    Rispondi

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