
di Viola Amarelli
Pura follia, il molo ch’era inverno, i pescherecci fermi per le onde, Yossouf che fingeva di abbracciarmi ma come attrice ero più brava io, così quando sentii sotto il giaccone il caldo che saliva, basso in alto, riuscii a buttargli lo zaino nella risacca, schiuma ruggente su inneschi e candelotti. Non l’ho più visto ma m’hanno detto, almeno so, Allah Akbar, che è vivo.
Mi mancano gli aranci dell’Atlante, l’odore della neve, gli intagli delle travi su in montagna, l’acqua alle gole e nei canali. Cucino ceci, strofino una teiera, cose da poco, scivola il tempo, manciata sul granito. Mi manca mio nipote, la sua risata: l’ultima volta aveva rughe in fronte e la disperazione desolata.
Poiché non si dà pace nel cerchio dei nemici, tra la miseria nera e i corpo dei fratelli dilaniati. Vorrebbero comprarci, la fede con l’onore, quello che conta sempre, più della stessa vita. Per quanto fiato abbia combatterò, spada contro spada, come i padri dei padri dei miei padri, restassi solo. Anche qui ora, server contro computer, terra straniera. Le donne non capiscono, molli di cuore.

*ma come attrice ero più brava io*
E grazie Viola, ogni tuo scritto/detto è un (f)Atto Grande.
*spada contro spada* – sei lo scudo di Luce che. Amelia sempre ti riporta: *io ero decisa a combattere*
Nell’abbraccio
Bellissimo!
Muchas gracias, ricambio co affetto,
OT Chiara: tichiamo in settimana, Viola
Avevo già avuto modo di dirti che questo testo è pregevole e rileggerlo è stato un piacere.