[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=pzN6gzMdZ_0]
Brian Eno (con Daniel Lanois),
Always Returning, dall’album Apollo: Atmospheres and Soundtracks
(musica composta nel 1983 per il documentario For All Mankind di Al Reinert).
Poca gente, quella sera, nel parcheggio davanti al molo. Metà giugno non è ancora la stagione piena che porta grappoli di villeggianti a ciabattare e zoccolare lungo il lago. Un giugno pur caldo. Lungo il lago. Via Lungolago, e il lago è appena sotto, liscissimo quella sera, una risacca impercettibile, un mormorio che si perdeva tra platani e marciapiedi. Via dei platani. Vicolo di sotto. Fantasia toponomastica stradale delle amministrazioni.
“Una bella fantasia… i nomi di queste strade… eppure qui ogni via ha una memoria, per chi ci è vissuto, per chi ci è passato. Questa è la piazza del primo litigio, la mia piazza della nostra baruffa”.
Un uomo di mezz’età mormorava e guidava, svoltando in Via Manzoni: “questa è immancabile in ogni centro”, volgendo e rivolgendo il volante.
Gli venne in mente ‘volver’. Volver a la palabra de Dios. Sorrise un momento, ridivenne serio, svoltò.
La giardinetta (si dovrebbe oggi dire station wagon) bianca entrò nel parcheggio e lui spense il motore. Ritornò il sottofondo della risacca. Una barca a remi accostava, il pescatore scavalcò la fiancata e salì in un passo sul molo. “Agile, agile”, pensò lui osservando, e mandò un cenno di saluto allo sbarcato che già trafficava con lenze e retine.
Cominciò a trafficare anche lui. Sfilò dal bagagliaio un lungo tavolo con le gambe pieghevoli, prese alcune sacche di tela e scatoloni di cartone, sistemò il tavolo sul marciapiede accanto alla vettura, e svuotò con ordine le sacche sul tavolo. Gli oggetti della sua mercanzia: orologi da polso, foulard, piccoli soprammobili, un po’ bigiotteria assortita. Per ultime, prese dagli scatoloni alcune pentole, nuove nuove nei sacchetti, con targhette e manualetti di uso e ricettari. Le mise al centro del tavolo.
“Ne vende molte di queste?” Il pescatore era adesso vicino al tavolo intento a esaminare la piccola batteria da cucina.
“Ah… ha visto? Una batteria di pentole AHC, nuove! Ho solo queste, una vendita fallimentare. Praticamente, sono vendute prima ancora di metterle qui. 30 per cento meno che sul nuovo già scontato!”
Il pescatore, da uomo coerente, prese in mano la pesciera e la soppesò con cura. Aprì il sacchetto. Coperchio con termostato, cestello interno, libretti vari. Il metallo scintillò alla luce radente del sole calante.
“La pesciera è ideale per trote… cavedani… ci può mettere un luccio di tre chili… La migliore. Guardi il fondo: due strati di acciaio speciale e un foglio di rame in mezzo, distribuisce il calore in modo uniforme e lo restituisce senza sbalzi. Potrà cucinare senza grassi, conservare tutto il sapore…”
“Quanto costerebbe questa meraviglia?”
“Completa di tutto – c’è la garanzia a vita, assistenza, consigli – fanno quattrocentottantanove, prezzo regolare. Posso dagliela scontata a trecentosessantanove euro e novantanove, questa sera.”
Il pescatore zufolò tra i denti.
“Li pesco in mezzo al lago, i dané per la pignatta. Bah…”
“Stiamo parlando di una cosa… sì, non la troverà all’UPIM di Gallarate. Se la mette così, trova sempre qualcosa che costi meno. Cinquanta euro, anche meno, e cosa si porta a casa? Queste pentole sono un’altra cosa, un altro mondo; non può paragonare, tra dieci, venti anni saranno come nuove. Un bene di famiglia. Lei ha cura della sua persona, si mantiene in forma, si vede. Lei sa come è importante l’alimentazione sana, continua, corretta. Cucinare senza olio, senza grassi nocivi, senza residui. Il pesce dal lago alla tavola, le sue proteine, le vitamine integre della verdura. Stiamo parlando della sua salute, non trova? Della dieta corretta naturale. Vuole mettere un prezzo al suo benessere? Lo sa quanti malanni seguono dal mangiare troppo unto? Prevenire è…”
L’uomo al tavolo lasciò il discorso in sospeso. L’altro, il pescatore, avrebbe dovuto completare “…meglio che curare”, come un pappagallo ammaestrato. Invece non aprì bocca e lo fece cadere, il discorso. Pensava però, lo si vedeva da come girava e rigirava con le mani l’oggetto, lo si vedeva dagli occhi fissi sul metallo lucido.
In quel lunghissimo tempo della deliberazione il venditore avrebbe dovuto incalzare senza pause. Fu però distratto dalla luna. Si era accorto della luna crescente alta sul lago alle sue spalle, una macchia incerta di bianco giallastro nell’azzurro e nella foschia, sbocconcellata ai margini, una friabile particola spezzata, un ritaglio di pergamena consumata dalle cancellature.
Il pescatore mise tutto giù d’un tratto.
“Grazie per il suo tempo. Buonasera!”, avviandosi in direzione del Vicolo di Sotto, dietro il parcheggio.
“Tanto così…”, mormorò il mancato venditore, allargando indice e pollice della mano destra un paio di centimetri, appena l’altro, il pescatore, si allontanò dal tavolo.
Poi accadde un fatto che il venditore non si aspettava.
Dopo alcuni minuti il pescatore ritornò al tavolo, libero da lenza e retine.
“Ha detto che viene tutto da un’asta fallimentare? Questa roba si vende solo con vendita diretta. Chi mi assicura… la garanzia… se comprassi così…?”
“Avrebbe assistenza, la garanzia a vita della casa”, e il pescatore farebbe in più un buon, ottimo, affare, e del tutto lecito, perché i prodotti AHC sono davvero un investimento per la cucina, la salute e il palato, e la provenienza della batteria sul tavolo è legittima. Ma su questo ultimo punto, di canali regolari di distribuzione delle pregiate pentole, c’era qualche complicazioni che il venditore avrebbe comunque taciuto.
“Le do un assegno per la pesciera e la casseruola, le va bene?”
“Fanno in tutto quattrocentonovantasei… quattrocentottanta. Le serve la fattura? Complimenti per la scelta!”
“Mi dia pure la fattura, grazie.”
Il venditore, finalmente vero venditore quella sera, unì le punte dell’indice e del pollice della mano destra, la sciente sinistra impegnata in un cenno di saluto al pescatore, fatto cliente, allontanantesi con le due scatole in grembo.
La luna aveva acquistato ormai consistenza di luce propria, sospesa sul lago.
Le complicazioni erano iniziate in febbraio.
In febbraio c’era stato il breve brindisi nell’ufficio regionale dell’azienda e il venditore, che ancora era provvisto di tesserino (si dovrebbe oggi dire pass), carta intestata e accrediti, e non si chiamava venditore bensì consulente, aveva alzato il bicchierino di plastica in mezzo al gruppetto di colleghi consulenti. Brindavano ai suoi tre anni di lavoro, cioè di obiettivi (si dovrebbe oggi dire target) raggiunti e successi. Il consulente aveva osservato tra sé e sé che i colleghi – anzi, tutti i presenti nell’ufficio – erano più giovani, perlomeno rispetto alla data di nascita. Un esempio, uno dei migliori, aveva detto il nuovo capoarea. Il capoarea era infatti uno nuovo, aveva un nome tedesco, e nessuno, nell’area di cui era ora a capo, lo aveva mai conosciuto prima, né sapeva quali titoli potesse lui vantare, o quali ragioni presiedessero alla sua nomina. Nomina che era arrivata inaspettata, soprattutto per il venditore, che aveva creduto in realtà di ottenere lui quel posto, un po’ per esperienza (che non è anzianità), un po’ per fatturato mensile (si dovrebbe oggi dire una parola che non mi viene in mente).
Invece, col ricambio continuo di personale, e di pentolame, eccoti il capoarea crucco, bassetto, crespo capelluto, baffetti intollerabili alla vista. Si era insediato, aveva incontrato i venditori (“no, noi non diciamo mai ‘venditori’! sempre ‘consulenti’”) uno per uno stringendo vigorosamente la mano e dando del lei, e a lui, il più esperto di loro, aveva detto che era un esempio, uno dei migliori.
“Si sieda, prende un caffè? È sposato? Ha figli?” Lui, l’esperto consulente, guardava il bicchierino di plastica del caffè amaro, rispondeva con monosillabi, non alzava gli occhi su quelli del capoarea, non sorrideva. Uno, due, tre, quattro errori in pochi minuti di colloquio. Eppure avrebbe dovuto saperlo bene, da esperto consulente, come trattare con le persone!
Commise questi errori, ma pensò intensamente: “Questo qui è solo un fighetto ignorante e raccomandato non ha mai lavorato un’ora in vita sua la BMW nera gliel’ha comprata paparino pezzo grosso va a sciare gioca a tennis gioca a golf veste come una vetrina della boutique del centro la camicia azzurrina con le iniziali ricamate a mano FK (ridicolo!) la cravatta con il nodo allentato ieri sera è andato a puttane, sento l’odore! Viene qui e vuole fare il manager, manager del cazzo, come tutti.” Insomma, pensò intensamente molti e diffusi luoghi comuni sui giovani dirigenti del commerciale. E qualche luogo comune addizionale su sci tennis e golf, che sono rispettabili pratiche sportive e che in quel frangente il venditore considerava soltanto alla stregua di attività degeneranti di degenerati, come altre cose in Italia.
Due giorni dopo c’era stato un secondo incontro con il capoarea, che portava indosso una camicia rosa pallido. Anche i toni del colloquio furono diversi.
“Mi dispiace davvero fare questi rilievi, ma, lei capisce, abbiamo ricevuto ben quattro segnalazioni di clienti sul suo conto. Guardi lei: ‘maleducato… in forte ritardo… noioso, non cordiale… poco divertente’. Soprattutto queste: ‘maleducato’, ‘in ritardo’. Inammissibili. Mi dispiace, ma un altro commento così, solo un altro, e lei è fuori.”
“Posso sapere da dove vengono questi commenti?” e pensava “Fighetto merdoso, queste sono balle inventate per fottermi, ma io ti brucio la macchina, ti spezzo le gambe, ti spacco il cranio, ti ammazzo, ti metto in una bara, vacci ancora a sciare, a giocare a golf!”
“No, assicuriamo sempre la confidenzialità dei commenti. Le va di discutere di questo? Suggerisco un affiancamento per qualche tempo. È affaticato? Sta passando un momento delicato? Se ha bisogno di un po’ di riposo, chieda delle ferie.”
“Voi stronzi non pagate le ferie” pensò lui. Si sentì sopraffare dal disgusto per quella farsa. Volevano farlo fuori, perché… mah, per età, per rendimento (eppure portava risultati buoni), perché forse era rimasto troppo a lungo con quella ditta a fare il venditore… pardon consulente… e basta, o vai a sapere perché. E allora parlò. Guardò nel profondo degli occhi il fighetto e parlò, con voce impostata, con proprietà di dizione, chiaramente e distintamente sull’accento crucco dell’altro.
“Se le cose stanno così, e se questa non è una sua iniziativa personale, caro signor K., sono io quello che vado fuori. Eccole il tesserino (avrebbe dovuto dire pass), e gli accrediti. Le scrivo ora la lettera di dimissioni. Naturalmente attendo il pagamento puntuale di tutte le mie provvigioni maturate fino a ieri. Sono sicuro che lei da solo farà meglio dei miei quaranta-cinquantamila euro di fatturato mensile.” Si alzò e uscì subito dal’ufficio del capoarea, che rimase seduto alla scrivania senza dir parola. Il suo fatturato mensile in realtà era più sui trenta-quarantamila euro, e non tutti i mesi, ma non stiamo tanto a sottilizzare. Ora il venditore era senza lavoro.
Mentre sbrigava le pratiche di cessazione del rapporto di lavoro con la segretaria tuttofare (a tempo determinato), il capoarea lo raggiunse.
“Aspetti, non se la prenda, parliamo. Guardi che non intendevo dire… volevo darle un’opportunità di migliorare! Lei ha tutta la nostra stima, le assicuro, non è vero Irene? Non glielo dico sempre ‘è un bravo consulente…?”
Al che il consulente, ormai ex, cioè ormai fuori, oppose silenzio. Silenzio. Non disse nulla. Lasciò il capetto in imbarazzo. Strizzò l’occhio alla segretaria Irene e uscì dalla sede, così. Una delle maggiori soddisfazioni della sua vita, non aveva prezzo. E bisogna stare attenti ai prezzi da pagare; infatti quel silenzio comportò una specie di personale catastrofe finanziaria nei mesi successivi. Ecco quel che significa infatti essere fuori, fuori dall’azienda, fuori dall’organizzazione del telemarketing (che vuol dire rompere le scatole alla gente via telefono, sperando che un contatto su cinquanta non butti giù subito il telefono), fuori dalle serate organizzate, fuori dal servizio finanziario, dall’assistenza post-vendita. Significa che le provvigioni non arrivano più e il conto in banca cala, cala, cala.
Il venditore sperò nelle prime settimane di mettere a frutto la sua esperienza (che non coincide con l’età di anagrafe) con altre aziende nello stesso settore. Avrebbe dovuto essere una transizione indolore, e invece non ricevette alcun “benvenuto tra noi!”, anzi, in qualche ditta lui non fu ricevuto proprio.
Gli assetti finanziari dipendevano da un flusso calibrato. In uscita le spese per vitto suo e della moglie (5-600 € al mese), la figlia che studiava (800 € al mese), shopping della moglie (5-600 € al mese), leasing della giardinetta (si dovrebbe dire station wagon) bianca (450 € al mese), bollette assicurazioni tasse gasolio stupidaggini varie (1200 € al mese). 3500 € al mese solo per stare a galla, e per fortuna la casa era di proprietà. Ah, sua moglie si era appena iscritta a una palestra (anzi, a un wellness and fitness club), 89 € al mese.
In entrata, da febbraio: niente. Nada. Nichts. Nothing. Rien. Uhm… Dacci oggi il nostro nada quotidiano… Give us this nada our daily nada and nada us our nada as we nada our nadas and nada us not into nada but deliver us from nada; pues nada.
Ma che cos’era la storia della palestra? Glielo aveva chiesto, a sua moglie: “Perché la palestra? Facciamo una vita attiva, mi sembri in forma… a me piaci così come sei.”
“Io devo piacere a me stessa!”
“Ahi ahi ahi” pensò lui. Qualche interesse extraconiugale? Quel ‘devo’ suonava male, e nel tono e nella sostanza, e spalancava abissi di significazione, nel rapporto di lei con se stessa, con lui, con il resto del grande mondo sconosciuto, significati per lui poco chiari, ma comunque sinistri.
Ripensando a quella conversazione, il venditore, che non ricordava alcun momento in cui era veramente piaciuto a se stesso, si rese conto che non era stata una conversazione. Conversazioni ne avevano poche, meno ancora che litigi, a bassa o alta intensità, come quello nella piazza del paese, che aveva in un certo senso dato inizio a quella non-conversazione… come si dice? incomunicabilità, incomprensione, indifferenza… da parte di lei. Era stato dopo la nascita della bambina. Lui aveva pensato allo stress del dopo parto, ma a essere uno stress è la vita, non solo i parti, e quella situazione di poche parole, di misera intesa, era continuato (e ora la bambina era cresciuta e studiava in un’altra città). Così, come se fosse una condizione naturale in un matrimonio. Lei, spesso ingrugnata, spinosa, irrequieta.
A fine febbraio il venditore le chiese di lasciar perdere almeno la palestra, per un po’, ma lei non volle sentire ragioni, tanto più che il venditore si guardò bene dal comunicarle l’improvviso cambio di condizione lavorativa.
A fine marzo il venditore capì che non c’era da illudersi in un rapido inserimento in una qualche azienda del settore. Alla sera usciva con l’auto, come sempre, ma solo per peregrinazioni senza meta, badando a consumare poco gasolio, fermandosi nelle aree di sosta delle strade provinciali, nei parcheggi fuori mano, seduto al volante, intento a pensare, a guardare il cielo, la luna, quando c’era.
Una sera, verso la fine di aprile, una coppia di esibizionisti si sedette sul cofano dell’auto, gli fecero un cenno, e iniziarono a palpeggiarsi a vicenda. Lui non mosse un muscolo, rimase al volante e aspettò che concludessero, e non li osservò nemmeno tanto. Apprezzò più la robustezza del cofano dell’auto, acciaio svedese, che gli atti dei due.
Il capoarea aveva parlato di ritardi, accidenti a lui. Su quello, e solo su quello, c’era qualcosa di vero. Era successo solo una volta, però. Era in anticipo per l’appuntamento, così se l’era presa comoda lungo la strada panoramica. A una svolta, eccoti sotto il ramo del lago, la superficie scura increspata di mille e mille rifrazioni d’argento come specchi della luna quasi piena, nella fredda notte di dicembre, l’aria nitida e frizzante mossa dalla tramontana.
Niente gli era mai apparso così vicino, così perspicuo, un tutto afferrabile, il lampo di comprensione di una mente superiore.
“Così appare il mondo agli occhi di Dio… tutto scintilla… tutto è…” tutto è (che non è dir tutto), ma pur pensando lui stentava a formulare qualcosa di coerente, rimasto come folgorato, come un discorso interiore cristallizzato dalla visione, discorso che non scorre più e specchia solo l’apparizione muta.
E allora fermò l’auto – che altro c’è da fare negli istanti di epifania?. Si sedette a lato della strada e guardò giù. Non era proprio un guardare, era uno stare di fronte al tutto senza elaborare la nozione del tutto, uno sguardo che trapassava organi e tessuti e incideva direttamente, nudo e crudo, sugli strati della memoria, e li confondeva, e li mischiava, li riportava alla superficie.
“Ho conosciuto Clara nella sua casa al lago, vicino alla rocca. Là ci siamo abbracciati” e ribolliva la memoria di lui e della moglie, giovani, per sempre giovani, come deve essere, che si guardano e si avvicinano e si gettano le braccia al collo e si stringono… e ancora lei, corpo caldo, corpo accogliente, corpo ignaro… lo stesso amore superstite, lo stesso amore due volte vivo.
Il problema con le epifanie è che non hanno granché a che fare con coordinate spazio-temporali. Per un osservatore esterno (ipotetico, non c’era nessuno oltre a lui lì intorno) il venditore (ancora consulente) rimase fisso, imbambolato, come se la luna facesse su di lui un incantamento e lo trasformasse lentamente in minerale di quarzo. Come se; infatti si scosse, dopo un po’, e guardò l’ora, e non credette ai suoi occhi, della cui visione non aveva invece eccepito nulla per ben… eh sì, erano passate un paio di ore di oblio. L’appuntamento, la serata, era andato a monte, al monte della luna, era il caso di dire.
Prese freneticamente il telefonino. Schiacciò sui tasti. Buonasera. Sono il consulente che aspettava. Contrattempo. Foratura. Strada sbagliata. Mi scusi. Non è tardi? No? Sono lì in un momentino.
Il seguito della serata, ormai notte, non contribuì alle sue fortune finanziarie.
Ecco il ritardo. Tutta colpa della luna, che è una dura realtà e non perdona nulla ai sentimentali.
Il mercato del lavoro è un’altra delle dure realtà, in special modo per agenti di vendita a provvigione rimasti là fuori. Si risolse alla fine a chiedere aiuto ai colleghi di prima, quelli di loro con cui aveva avuto a che fare. Tutti ne guadagnavano – no? – lui comprava da loro, a prezzo scontato, anche i pezzi con qualche imperfezione – perché no? – che non si vede se non si sa dove guardare, e le fine serie, e gli accessori, e poi si arrangiava lui a rivendere, in qualche modo, da qualche parte. I colleghi aumentavano il fatturato, lui avrebbe tirato su un duecento, magari un trecento a sera. Perché no?
In qualche modo, cioè dando fondo alla sua agenda di contatti, ai numeri dei parenti, degli amici, e poi la bella trovata del tavolino nei parcheggi da qualche parte, cioè nei posti di turismo, verso sera che i vigili urbani già sono a casa e non controllano. Paccottiglia dai paesi dell’est, orologetti, bigiotteria, scialli e foulard, e al centro pignatte e pentole, occasioni uniche, solo per questa sera, vendite fallimentari, doppi ordini, eccetera.
Dando fondo anche al suo repertorio. Parlare parlare parlare, e non pour parler. AHC fa le pentole e fa i coperchi! C’è un prezzo per la salute? La salute vien mangiando. E così erano passati, di corsa, altri tre mesi.
E la corsa, in più di qualche senso, terminava lì, quella sera. Sarebbe stato meglio lasciare un messaggio, niente di lungo, nessuna verità, nessuna recriminazione. Come? Con il palmare, con il telefonino, è impossibile lasciare uno scritto, cioè, è difficile scriverlo, intendendo un vero messaggio. Magari nessuno l’avrebbe trovato: bisogna accendere i trabiccoli, schiacciare i pulsantini in sequenza, minuscoli per i polpastrelli di un adulto. Allora prese un foglietto dal blocchetto delle note spese. “Buona fortuna! Buona fortuna!”, colla biro, in lettere maiuscole. Nient’altro gli venne in mente, perché era distolto, ancora una volta, dalla luna che incredibilmente pareva crescere, gonfiarsi sotto i suoi stessi occhi, tra una maiuscola e l’altra della B-U-O-N-A-F-O-R-T-U… entrava dal finestrino della giardinetta, illuminava sedili e cruscotto e orecchio bocca naso occhi dell’uomo seduto al volante colla biro in mano, la luna, la luna sul lago, il semicerchio bianco latte.
Il venditore si incamminò sulla riva. Si tolse scarpe e calze, non pensando al gesto ma per un momento alla spesa inutile dei mocassini nuovi. Entrò lentamente nell’acqua nera, stranamente tiepida.
Dalla riva lontana del lago una lunga scia scintillante di perla e diamante lo seguiva passo a passo, e pareva una lunga scala liquida diretta alla notte, e di là per passi invisibili fino alla luna. Il dito d’argento di un gigante: tu, tu, proprio tu, chiamava, indicava, guardami, dico a te, ho un messaggio della luna. Il fatale sortilegio.
La luna aveva qualcosa da dirgli, stava per dire qualcosa, qualcosa di fondamentale, di assolutamente importante, una notizia di vita o di morte, proprio in quel momento, l’ora in cui ogni brezza cala e tace. Ma che cos’era? Lui non intendeva, strizzava gli occhi e allungava le orecchie per comprendere qualcosa di quelle parole urlate sott’acqua, dietro il cristallo, nel vuoto. Nulla. Non un suono. Parole silenziose, la faccia pallida della luna, stupita che il venditore, abbacinato dal biancore, fisso sul disco, non sentisse.
E nella scia di perla e diamante il venditore si tuffò e si perse.
I vigili del fuoco lo ripescarono nel primo mattino, a qualche centinaio di metri dalla riva lontana, esausto e ipotermico, in lieve stato confusionale. Lieve, appena appena, e pareva contento, dato che sorrideva. Stanco, confuso e contento, come molti, del resto.
(dedicato a P.I. 03188920247)

un moderno pastore erranre, Roberto: un po’ più errante di quell’altro.
grazie
fabry