In questo castello di carte

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da qui

Non voglio essere fatto santo. Non perché conosca i miei peccati, ma perché tocco con mano gli alti e bassi delle folle, l’alternarsi dei giudizi, il proliferare dei pettegolezzi. Se anche fossi santo, vorrei che nessuno lo sapesse; vorrei lasciare nel dubbio la massa sempre pronta a trovare la malizia, l’intenzione riposta, il fine occulto. Vorrei che fossero tentati di pregarmi, ma sospettando di ottenere il contrario. Vorrei essere, in vita, un santo poco di buono, confondere le forme borghesi della falsa religione, mettere in imbarazzo le maschere tirate degli ipocriti. Vorrei essere uno di quei santi che fanno tossire le signore perbene e storcere il naso agli uomini azzimati col fazzoletto nel taschino. Se anche fossi un santo, non vorrei essere lodato ma piuttosto maledetto, per la generosità imprudente, la manica larga verso gli zingari di merda, l’abbraccio all’alcolista puzzolente, vorrei che la mia insopportabile bontà mi facesse condannare dal buonsenso regnante in questo castello di carte che è la vita.

14 pensieri su “In questo castello di carte

  1. f&r

    …ai poveri viene annunciato il vangelo, e beato chi non si scandalizza di me (Mt.11,6. Lc.7,23)

    un progetto che dovrebbe riguardare ciascuno di noi,

    bellissima pagina,grazie, fabry

    f&r

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  2. Franco

    Provocazione pura. La santità è come la meritocrazia: chi stabilisce le regole, chi decide?
    “Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”
    un abbraccio,franco

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  3. paola buccheri

    Credo che della nostra santità non posiamo dire nulla perchè solo Dio vede nel cuore: è un compito che non appartiene alla nostra indole incapace di giudicare persino se stessi. Quel che invece possiamo fare è ubbidire, molto semplicemente,a quel che Gesù ha detto. Per quanto grande sia l’impresa e strana agli occhi del mondo, si potrà fare perchè Lui stesso si unirà a noi, Lui stesso fornirà la forza, la perseveranza e la pace. Allora “saremo perfetti come il Padre nostro è perfetto”.Ma sono convinta che quando ciò si realizzerà a pieno, non avremo più una bocca per parlare e dire cose che ci renderebbero imperfetti.
    Comunque sì: la santità ci sorprenderà perchè non sarà ciò che noi uomini pensiamo, altrimenti non sarebbe cosa divina. Dio sorprende.

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  4. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    questo post mi ha ricordato la callida iunctura del titolo di un libro di Riccardo di San Vittore, “I quattro gradi della violenta carità”.
    Callida iunctura che in te diventa programma di vita.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  5. Giocatore d'Azzardo

    Fabrizio, e cosa te ne faresti della santità? Solo una gran rottura di p…e che si associa, sempre, a un sacco di gente senza problemi che chiede un aiuto per risolvere i problemi che non hanno.

    Blackjack.

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  6. paola buccheri

    A me risulta che tutti dovremmo essere santi! Solo che come dice D.Fabrizio, di una santità profonda, vera, non di “bella figura”. Và bene anche la brutta figura davanti agli uomini, tanto i Santi possono essere proclamati tali solo da Dio.

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  7. Gianmario

    La santità è cosa dura. La nostra cultura ce l’ha resa inaccessibile, un gioco a imitare la perfezione del Creatore, ma quasi senza più lo sguardo creaturale, che è uno sguardo di confidenza. Il Santo è in qualche modo inaccessibile, lontano, sull’altare, mentre noi siamo in una fossa di piscio e cemento, per dirla con un’espressione del cantautore in calce all’intervento di Fabrizio. Anche il Cristo è stato in questa fossa e neppure lui si pensava Santo. Lui parlava di un Padre che sta nei cieli, con un linguaggio creaturale. Preferiva i gabellieri e le prostitute, gli umili, i pescatori, i miscredenti. Morì fra due ladri, come un ladro pur avendo dato tutto. Lo vedo così, il Santo, come lui, chinato su paralitici, lebbrosi, prostitute e poco di buono. Lo vedo morire rispondendo con un grido di dubbio davanti all’insulto e allo sputo. La capacità di reggere tutto questo è chiesta al Santo, non la mira all’altare, al ricordo, alla considerazione della massa. Il Santo, in fin dei conti, è un deviante. Sed non è deviante forse non può essere Santo.

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  8. fernirosso

    Sono stata a Montefeltro, nel castello di San Leo e, a girare per le celle, nella stessa costruzione dell’abitazione del duca, non ho potuto fare a meno di vedere, in una sovrapposizione spontanea di immagini, la sedia elettrica su quella chiodata esposta nel sotterraneo, il letto per allungare con quello dell’iniezione letale, e tanti altri aggeggi dell’o-d’io, con cui si invocava un giudizio divino per uomini comuni quanto quelli che si dicevano principi di princìpi. Oggi, penso, non sia diverso, e questo dovunque, dalla casa in cui si abita con altri condomini, alla comunità in cui si è con-dominati da altri uguali che si dichiarano diversi e parla-mentano solo a suon di menzogne e polizia, senza una pulizia interiore. Ma, ne siamo capaci? Se la risposta è sì perchè non è bastato un cristo e ne vengono richiesti altri? f

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  9. annamaria

    De Andrè, che oggi avrebbe la mia stessa età, genovese come me, forse da me incontrato mentre saliva le scale di marmo che lo portavano alla facoltà di legge, mentre io salivo a un piano più su (a filosofia), odiava il perbenismo, l’ipocrisia, i bei gesti. Le sue canzoni, che dovremmo chiamare poesie, sono piene di quella che chiameremmo “gentaglia”, “marmaglia”. Ma quanta vera umanità nei suoi personaggi! . Io non prego i santi, Dio sì. Essere uomini e donne è sempre essere imperfetti;anche i santi che sono sugli altari avranno avuto, spero, qualche magagna! “…dal letame nascono i fior”. Oggi scacciamo i diversi, i clandestini; viviamo con la paura dell’altro se non è perbene, possibilmente anche bello e giovane. Sono perfettamente d’accordo,perciò,con il tuo modello di santità:u n santo così lo pregherei volentieri; penso mi capirebbe.

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