L’autobiografo

Georges Lapassade, L’autobiografo, ed. Besa, collana Astrolabio.

di Angelo Petrelli

Alla base di una cultura forte nel Salento deve esserci un’editoria in grado di sfornare e pubblicare libri di spessore, attenta al locale come al resto del panorama nazionale e internazionale. Questo è il caso de “L’autobiografo” di Georges Lapassade, edito da Besa nella collana “Astrolabio”. In un’opera di autoanalisi, il filosofo francese (1924-2008) indaga nei meandri della propria coscienza alla scoperta delle ragioni di un’esistenza perlomeno singolare. Il problema posto è vivo in ciò che attiene la fenomenologia scritturale del raccontare e che, attraverso i frammenti di una vita, tenta di districare il gomitolo del senso. Dopo “Gente dell’ombra. Trance e possessioni”, uscito sempre per editrice neretina nel novembre del 2007, la pubblicazione de “L’autobiografo” è un ulteriore tentativo di sondare e comprendere l’esperienza dell’intellettuale transalpino.

Questa è un’opera a metà strada tra la narrativa e la saggistica, apparsa per la prima volta in Belgio negli anni ’80, è tradotta ora, per la prima volta, in italiano. Con queste parole Lapassade introduce il racconto della sua avventura esistenziale: “Dove sto andando? Ancora non lo so. Intravedo appena, in questo momento, alcuni orientamenti difficilmente conciliabili con la definizione del libro che dovrei scrivere. Ciò che già emerge: il tema dello sradicamento mescolato al tema della scrittura, i quali occupano nella mia vita una funzione simile e complementare”. Proseguendo in questa riflessione, in maniera diretta e significativa, nell’incipit del “Primo Quaderno” (il testo, complessivamente, è suddiviso in tre cahiers) dice: “La vita è un continuo apprendistato. È un’esperienza pressoché priva di princîpi”. Proprio basandosi su questa instabilità, il libro è un’autobiografia sui generis, un diario intimo dove il rapporto tra autore e scrittura si palesa continuamente e la voce narrante si pone, allo stesso tempo, conscia e inconsapevole del percorso che va a raccontare. I temi trattati, come quelli fondanti dell’esistenza di ognuno, vanno dall’infanzia all’amore adolescenziale nella consapevolezza della propria nascente sessualità; dalle vicende familiari a quelle intellettuali in un’introspezione dei suoi studi, approfondimenti che fanno da cornice a un mondo esotico e a una storia lontana nel tempo.

Georges Lapassade, partendo da una formazione di pedagogista e psicologo, è stato filosofo e sociologo e la sua ricerca ha spaziato in lungo e in largo nello scibile della cultura occidentale, dall’ambito umanistico a quello scientifico. Ha partecipato attivamente alla redazione della rivista “Argomenti” diretta da Edgar Morin e Kostas Axelos. È stato tra i primi in Francia a utilizzare l’etnometodologia: quella particolare ricerca sul campo che, muovendo dall’etnografia classica, supera la psicologia sociale negandola per occuparsi dell’osservazione e dell’analisi oggettiva (non più in astratto) dei meccanismi che governano un gruppo. È stato tra i fondatori della così detta “Ricerca-Azione” e dell’ “Analisi Istituzionale”, pioniere di un nuovo modo di studiare il mondo dell’umano e i suoi meccanismi.

La recente scomparsa del filosofo francese ha riaperto il dibattito sull’importanza del suo lavoro intellettuale dalla seconda metà del novecento a oggi. “L’autobiografo”, senza voler essere un libro testamento, si pone nelle coordinate di “parola conclusiva” sull’esperienza e il vissuto di una delle voci più interessanti della cultura del Ventesimo Secolo.

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