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da qui
Gli ombrelli non servono più: erano enormi, dovevano coprire non solo due persone, ma anche una sedia a rotelle, le gambe e i piedi che tendevano sempre a uscire dal perimetro protetto. Erano anche ridicoli, per i colori sgargianti: verde, rosso, giallo, arancione. Così ce li avevano donati. Anzi, così ce li aveva dati lui, l’ineffabile Agatino, l’uomo oscuro, escluso da ogni contesto sociale, da ogni mondo civile. Lui che conosceva un colore solo, il nero. Gli ombrelli inservibili sono la punta dell’iceberg. Se passo in rassegna i luoghi e gli strumenti della mia vita presente, mi accorgo che ormai tutto è inadeguato: era una vita pensata per due; ogni dettaglio prevedeva un movimento suo e mio, un agire in tandem, una simbiosi perfetta. Perfino il disordine della camera, delle mie cose, dettato da una situazione di emergenza, faceva parte di una struttura collaudata, inossidabile, su cui nessuno trovava da ridire: eh, don Fabrizio, si sa, con tutto quello che ha da fare con don Mario. Ora ho paura. Paura di essere come gli ombrelli enormi e colorati, perfettamente integrati nell’ambiente quando c’era lui, e trasformati adesso in cimeli di un tempo che fu, strumenti senza senso che attendono una collocazione nel museo della memoria. Era la vita in due che dava senso a ogni paradosso, ne faceva qualcosa di dolce e profondamente umano. Ora è rimasto solo il paradosso. L’assurdo della mia persona sola.
Chissà che Agatino, l’uomo escluso e oscuro, non sia una profezia: il nero della vita che si trasforma, per miracolo, in un arcobaleno ridicolo e felice.

Una persona sola non è un assurdo, è come un albero strappato ad una radura che deve ricostruire le radici in una nuova terra, nuova e fertile. I momenti difficili ci impediscono di vedere oltre il dolore, quanta gente c’è. Il temporale più scuro si conclude in arcobaleno, segno di una vita che c’è e un’altra che invisibile ci affianca mentre altri affiancano il nostro cammino facendo gli stessi nostri passi in silenzio ma che sono il futuro che viene.
Agatino è la profezia, il nero è il “non colore” che racchiude tutti gli altri e aprendosi li fa brillare in tutta la loro identità.
C’è un grande arcobaleno e c’è un tempo:-) per raggiungerlo, c’è un tempo per ogni cosa: uno per ricostruire, uno per seminare e un tempo per raccogliere e senza avvisarci ci regalerà qualcun altro con cui camminare.
Semplicemente:-)
Stella
prima di tutto: sei un innegabile poeta. e questo ardore poetico ti viene dalla tua odierna paura di non farcela. non ti conosco al di là di questo,e di questo luogo virtuale, ma in circa due anni ho visto molti passaggi nella tua personalità. per i cimeli c’è tempo (e non è detto che lo diventerai, un cimelio, neanche campando cent’anni): adesso stai cominciando semplicemente a vivere, come ogni essere umano adulto. responsabilità, fiatone, ritardi, smemoratezze, luoghi e tempi sbagliati, nessuno con cui prendersela. dirai che la vita a due per lo meno…per lo meno un bel fico secco! tutto si raddoppia e, a volte, anche la solitudine. comunque, sì, l’arco-baleno sbuca fuori dal nero di pece. su questo garantisco io. ciao, fratello!
http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/arcobaleni-mondo/esterne141044571407104548_big.jpg
un abbraccio, fabry
f&r
Fabrizio, non puoi permetterti di fare il Peter Pan, adesso devi essere tu la guida. Devi trasformare in sogni colorati il bianco e nero della “normale infelicità quotidiana”. Sei stimolante, un abbraccio, franco.
Lo scorso inverno mi è capitato di uscire dal mio ufficio mentre fuori pioveva.
In procinto di aprire l’ombrello mi accordo che stava uscendo un collega, di cui non conosco abitudini e personalità (lavora in un altro piano, in un altro settore), senza ombrello.
Piove a dirotto e mi viene spontaneo chiedergli se fuole approfittare di un passaggio fino alle ns. macchine.
Con molta allegria e sicurezza rifiuta il mio invito e mi ringrazia.
Mi spiega che fin da piccolo è abituato a camminare sotto la pioggia e questo gli piace.
Penso che sia una scusa per non essere invadente, ma lui ribadisce: “Davvero, lo faccio sempre e mi piace, anche d’inverno. Fortifica e mi abituo meglio al freddo. Mi fa sentire più a contatto con la natura, i fenomini naturali. Faccio appositamente lunghe passeggiate quando piove: favorisce la mia concentrazione e ho pensieri più intensi/forti”.
Per cinque minuti, per tutto il cammino fino alle ns. auto, chiacchieriamo tranquillamente: io sotto il mio ombrello e lui accanto, sotto l’acqua. Non aveva fretta, era a suo agio.
Qualche volta, quando piove e che mi accingo ad aprire l’ombrello, penso a lui, che non ne ha mai avuto bisogno.
Forse bisognerebbe provare a vivere senza ombrello.
Buona serata
vi ringrazio cari.
l’immagine di Marta mi sembra calzante: a un certo punto bisogna fare a meno dell’ombrello.
bisogna fare a meno di tutto.
un abbraccio
fabry
Quando nella tua e nella nostra vita viene a mancare una figura spirituale come “Domma” portare avanti la sua eredita può essere devastante. E’ come quando ti muore un padre e devi necessariamente raccoglierne l’eredità, come dire, adesso tocca a te!! Bisogna crescere e cercare di guardare oltre il nero della vita.
Sono con te, Salvatore
detto da te, vale il doppio, Salvatore.
questa solidarietà me la tengo stretta.
un abbraccio forte
fabrizio
leggo anche questa riflessione stamattina. i tuoi scritti sono schegge di bellezza condivisa (drammatici e lievi al tempo stesso)
ti ringrazio Maria Pina.
ho cercato di imparare (indegnamente) qualcosa da Calvino.
Caro Fabrizio, molto in ritardo ma ti leggo sempre con “compassione” nel senso che ci spieghi sempre tu. Mi sembrano molto belle le parole di Stella Maria, non saprei dire di meglio. Avanti forza che hai tutti noi intorno a te anche se comunque devi camminare con le tue gambe e con o senza il tuo ombrello: la vita è questa ed è molto bella.
Con tanto affetto, Marina
grazie Marina, ci conto su di voi.