
Com’è possibile che non se ne sia accorto? Che bastasse mettere sul braccio una fascia di peli per diventare l’altro, il fratello maggiore, e ottenere l’impossibile, la primogenitura? Non sarebbe stato sconveniente che colui che definiva Dio (di Abramo, di Isacco, di Giacobbe) fosse addirittura un imbroglione, un truffatore? Che il mingherlino, il delicato, il debole, soppiantasse il grosso, il peloso, il prepotente? La bibbia ha questo filo d’oro del fragile trionfante: Davide e Golia, Giacobbe ed Esaù, Mosè e il Faraone; gli ultimi diventano primi, come disse anche Gesù, e in questo non fece che ripetere il già detto, ribadire la legge d’Israele, il piccolo che vince contro il grande; e il sogno di Giacobbe è lo stesso sogno del Cristo: gli angeli che salgono e scendono, la scala, il climax, che ancora traghetta dalla soltudine alla casa, Betel, la casa dei falliti che si scoprono, senza sapere come sia possibile, coinquilini di Dio.
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da qui

“Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor.12,9)
continuiamo a sperare che sia così
http://www.youtube.com/watch?v=nKGQDmdDGgk&feature=related
un abbraccio, fabry
f&r
è così, Fides, grazie.
Sì, questo è un modo di vedere la cosa, e va benissimo. Ma io devo confessare che leggendo il passo relativo a Giacobbe ed Esaù sono sempre rimasto piuttosto male. Giacobbe truffa Esaù in tutti i modi, inganna il padre, intriga con la madre. Insomma, non è proprio un bell’esempio, e non sono mai riuscito a capire se Dio approvi o no il suo modo di fare. In fondo, la presunta approvazione si dovrebbe desumere dal successo, il che è un modo piuttosto calvinista di valutare il favore di Dio.
Confesso: questo è uno degli episodi della Bibbia che più mi lasciano confuso.
Riccardo, il furto è una nobile ed antica arte e ogni volta che nella Bibbia leggo che uno grande e grosso viene gabbato, provo un senso di pace e letizia.
Offrire un piatto di lenticchie per la primogenitura è già una bella truffa, un po’ come quando Mosè si fa aiutare a tenere le braccia alzate per pregare ed ottenere la vittoria contro gli amaleciti; bella forza.
Forse Dio aiuta quelli che ama, e ama i deboli, forse i forti hanno per contrappeso un’ottusità che gli impedisce di vedere e dare valore alla perla più preziosa e sono disposti a barattarla per qualche vago e momentaneo piacere o per orgoglio, forse noi dovremmo metterci nei panni dell’uno e dell’altro e capire se assomigliamo a Esaù o a Giacobbe, se assomigliamo a Dio che si lascia flagellare, insultare e crocefiggere o se preferiamo stare prometeicamente al centro della storia, costi quel che costi.
La vita terrena di Gesù si conclude con un affare che in quanto a sproporzione tra offerta e risultato li batte tutti, così un ladro si frega il paradiso con tre parole dopo una vita di furti e chissà cos’altro.
Io credo che il rapporto con Dio sia sempre immerso nell’inspiegabile, giustificato da equilibri sbilenchi come la camminata di quel mondo di pezzenti e storpi che seguivano il pazzo che predicava per la Palestina, nelle sue parabole troviamo d’altronde più di una “ingiustizia” quando si tratta di arraffare il regno dei cieli, chi di noi trovando un tesoro in un campo non vorrebbe condividerlo,per senso di giustizia, con il padrone del campo, o non avrebbe per lo meno lo scrupolo di farlo? ma lui ci dice, vai e compra il campo per quattro soldi e tieniti il tesoro tutto per te, anzi, dice: chi di noi non lo farebbe.
La ragione di questa scaltrezza levantina forse sta nel fatto che l’incontro con Dio è sempre solo nel presente, non è stato ieri, ne sarà domani, ma è sempre oggi, un oggi che non lascia scelta; o con me o contro di me, prendere o lasciare.
Ma anche c’è una grande infinita pazienza, che lascia a noi, con la nostra straordinaria pusillanimità, una speranza, che avendogli detto: “aspetta, adesso non posso” un’infinità di volte, ci presenti ancora una, dieci, ancora mille occasioni di dirgli eccomi.
Mario, come ho già scritto, ci sono tanti modi di leggere l’episodio, e vanno tutti benissimo. Mi limito a constatare che, a me, suonano tirati per i capelli. Credo che sarebbe meglio considerare questo episodio come pura “storia” della malvagità umana e lasciarne fuori Dio, che interverrà nell’animo di Giacobbe solo quando dormirà sulla nuda terra con un sasso per cuscino.
La Bibbia è un libro “scandaloso” per varie ragioni, c’è chi considerandone la sacralità rifiuta gli studi storici, esegetici e ne vorrebbe una lettura letterale che spesso appare incomprensibile all’uomo moderno e si scandalizzerebbe di fronte all’idea che i patriarchi non furono proprio così come ce li raccontano gli autori sacri; c’è chi non lo considera sacro ma solo un’accozzaglia di tradizioni messe insieme millenni fa in modo contraddittorio e si scandalizza che ci sia gente ancora disposta a credere nonostante quelle palesi contraddizioni, e chi di fronte a quelle contraddizioni o alla durezza di certe immagini resta interdetto pur continuando a credere
per rimanere nello specifico della storia di Giacobbe/Israele potrei dire delle tre tradizioni che vi si intrecciano (J,E,P) oppure della formazione storica delle tribù che confluirono nel popolo d’Israele, potrei ricordare che lo scrittore che mise insieme la Genesi scriveva nel X sec a.C, parecchi secoli dopo i fatti narrati ed ha raccolto le diverse tradizioni orali raccontate dalle varie tribù che facevano capo a Giacobbe/Israele (pare che fossero due capi tribù poi confluiti in un unico nome)
qui mi limito a ricordare lo scandalo più grande: Dio nella storia ha operato per mezzo di uomini quali Giacobbe, Davide, Mosè: un imbroglione, un adultero assassino, un assassino, e donne quali Racab, Tamar, Rut e Betsabea (inserite dal vangelo di Matteo nella genealogia di Gesù) che furono una prostituta, un’incestuosa, una straniera scomunicata e un’adultera.
che significa per noi questo?
che la promessa di Dio è inamovibile, che il suo amore sa andare oltre le nostre debolezze, i nostri imbrogli, tradimenti, peccati. Gli uomini e le donne di cui si parla nella Bibbia siamo noi, Israele è il popolo che continuamente volta le spalle a Dio come noi ancora gli voltiamo le spalle ma Dio ha una sola parola e opera dentro la nostra debolezza,nonostante la nostra fragilità (termine che non significa altro se non che non esiste un solo uomo che possa vantare un “curriculum vitae” immacolato)
f&r
Grazie anche a te, F&R. Spero che tu non ti offenda se rimango con la sensazione di cui dicevo a Mario: discorsi ineccepibili, ma che mi suonano “costruiti ex post”. Non voglio fare l’impertinente, ma se prendo le ultime affermazioni del tuo intervento e provo ad applicarle a Esaù i conti non mi tornano. Certo le vittime rientrano nel piano di Dio ma, se fossero state interpellate, forse avrebbero preferito qualche soluzione alternativa.
signor ferrazzi, scusi se sorrido, ma lei è convinto davvero che giacobbe abbia sottratto ad esaù la primogenitura, che questa sia la storia, che le cose siano andate proprio così?
sa a cosa fa riferimento quella tradizione? sono “saghe” in cui i due fratelli rappresentano due classi sociali, quella dei pastori pacifici (giacobbe) e quella dei nomadi che vivono di caccia e rapina (esaù).i pastori presero il posto delle tribù selvagge (questa è la storia) e si comincò a raccontare la saga di un uomo chiamato giacobbe che… ecc…
ma forse è inutile insistere, mi dirà che Dio poteva fare la proposta alle tribù selvagge che vivevano di caccia e rapina (sempre che le possiamo ancora considerare vittime di qualcosa o di qualcuno)e non se ne verrà fuori lo stesso
f&r
Signor F&R, grazie di avermi spiegato ciò che non mi interessa. Grazie di essere entrato nella mia testa e aver supposto ciò che secondo lei avrei dovuto rispondere. Sono lieto di averle strappato un sorriso. Prendo atto di non aver ricevuto una risposta alla mia domanda.
Signor ferrazzi, la risposta alla sua domanda era già stata data ma evidentemente è una risposta che non le piace, come non le piacerà quello che sto per dire, ma pazienza: le vittime non rientrano in nessun modo nel piano di Dio; il fatto è che il mondo degli uomini è fatto, appunto da uomini. forse lei vorrebbe un mondo di puri o che Dio si rivolgesse esclusivamente ai puri, ma i puri non esistono. gli esseri umani sono quello che sono tanto che la bibbia dice che l’unico buono è Dio (Mt.10,17-22) che solo Lui è fedele al suo patto al punto che si fa uomo fra gli uomini e si lascia mettere in croce,
mentre gli altri, tutti gli altri, in tutta la storia della salvezza, in modi diversi, da giacobbe a pietro, (dico pietro perché con giuda il gioco sarebbe troppo facile, basterebbe interpretarlo come il male assoluto) tutti gli uomini e le donne sono stati, sono e saranno prima o poi traditori: le basta Cristo come vittima interpellata da Dio?
f&r
Credo che la “giustizia”come noi la intendiamo non sia esattamente quella biblica o evangelica:vince la debolezza sulla forza,vince l’operaio che è entrato per ultimo nella vigna,pagato come chi aveva lavorato tutto il giorno,ilfiglio scapestrato accolto con festa, il ladrone che per un ultimo atto di fede si conquista il paradiso. Direi che non esiste proprio quella meritocrazia che oggi con tantaconvinzione tutti vorremmo applicata nella nostra società, per eliminare ingiusti privilegi e clientelismi.Ma l’ottica del vangelo è un’altra. Può una madre(io essendo una donna e una madre metto tutto al femminile)cessare di amare suo figlio,in caso si comporti male? Quante volte è disposta a perdonare,a capire, a giustificare?Credo che, come disse giustamente Papa Luciani (Papa per un solo mese,purtroppo),Dio sia padre e madre,anzi forse più madre.
Qui devo darle ragione, signor F&R: non mi piace veder legittimare la truffa e l’inganno. Non mi piace vederli attribuire a un preteso disegno di Dio, a una sua predilezione per il piccolo contro il grande. E non mi piace neanche sentir dire che “le vittime non rientrano nel piano di Dio”.
Ora i termini della faccenda sono chiari. Lei continuerà a guardare in su e a non curarsi delle vittime. Io continuerò a guardare in su e in giù e a domandarmi qual è il senso delle cose.
signor ferrazzi io guardo al “maledetto che pende dal legno” e chiedo perdono per non esserne all’altezza… lei faccia come crede.
f&r
Se l’Antico Testamento preannuncia e anticipa l’incarnazione di Cristo, che sostituisce al rigore interpretativo della legge scritta, la legge dell’amore, perché non derogare al vincolo della primogenitura e non accordare la benedizione al secondogenito?
C’è proprio bisogno di un espediente ingannevole per ottenere la benedizione del padre? E questa benedizione non può essere estesa a tutta la discendenza?
Ma perché ci devono essere i primi e i secondi?
In fondo mi fa simpatia Giacobbe, un piccolo rivoluzionario in erba, che si ribella al codice rigoroso scritto quasi con il sangue dalla generazione dei padri e degli antenati, per rivendicare la semplice istituzione di “figlio” che non si rassegna ad occupare l’ultimo posto della scala gerarchica.
Nell’ordire questa diabolica trama viene aiutato da Rebecca, che gli accorda la sua preferenza di madre, e anche qui si impone – molto interessante – il punto di vista femminile, la volontà della donna, che non soccombe a una legge patriarcale, ma in un certo senso si affranca dalla scontata sottomissione all’autorità maschile, ed esercita un potere decisionale, anche se carpito tramite un bieco sotterfugio.
Due figure in ombra quindi, che “osano” tradire una consuetudine e occupare così, le luci della ribalta.
Mi sembra molto riuscita l’interpretazione che ci offre Luca Giordano, pittore di origine napoletana, attivo nella seconda metà del Seicento, quindi in piena età barocca, non assoggettato ai clichès della pittura partenopea, ma incline ad assorbire tendenze e influssi che provengono da altre aree geografiche, che acquisisce grazie a numerosi viaggi.
E’ molto evidente in questo dipinto, come in altre opere, l’eredità della corrente classicistica e naturalistica del Cinquecento, rappresentata nella fattispecie dall’esperienza romana di pittori come Annibale Carracci e Domenichino, che personalizzano e rinverdiscono il verbo di grande equilibrio formale e di rasserenante bellezza dettato da Raffaello.
Vi si legge anche l’ influenza della contemporanea arte barocca nelle figure di Lanfranco e di Pietro da Cortona, soprattutto per quel che concerne la stesura degli episodi epici e mitologici sulle volte delle grandi gallerie romane, che denotano un gusto accentuato per la narrazione e per la cura del colore.
Bellissima è nel dipinto l’incidenza della luce sulle figure, questa volta di stampo veneto ( il Veronese ), che modula in funzione plastica le gradazioni del colore, e dà rilievo alla centralità della scena di sicura matrice classica, con uno squarcio sul paesaggio di fondo e alcuni accenti di psicologismo nelle espressioni dei personaggi.
Mi sembra molto bello il gesto di Giacobbe che, tutto teso verso il padre, lo guarda trepidante, mentre gli strappa la benedizione e contemporaneamente forse uno degli ultimi respiri.
Bellissimo anche il vecchio Isacco, che sembra proprio cercare un barlume di forza nel corpo scarno e cadente per impartire al figlio la benedizione.
Nell’insieme un’opera molto gradevole, gioiosamente fruibile, e di facile lettura.