Guida lei

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da qui

Il prete dev’essere un dio: disponibile, perfetto, onnipresente. Non ci riesco più, da qualche tempo. Guardo la gente e penso al retroscena di attese frustrate, di illusioni tenaci, di dolore, che costituisce la trama segreta della vita. Sono nel cuore della notte e ho occhi di gatto, capaci di vedere l’invisibile. Tutto l’apparato di cui dovrei bardarmi sfuma come l’ombra che mi avvolge; non restano certezze, dogmi, articoli indiscussi, ma solo uno sguardo troppo consapevole, una coscienza troppo lucida. Mi chiedo se sia meglio oggi, o quando avevo perso il filo e la compagna migliore era la ceres. Solo la macchina è la stessa, e come una volta guida lei.

13 pensieri su “Guida lei

  1. f&r

    una volta una persona in gamba disse: alla fine del tunnel c’è sempre la luce anche se ora ci devi passare dentro ed è così stretto che ti spella fino a farti sanguinare. ma ricorda che nessun tunnel è infinito.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  2. Roberto Plevano

    Ciao Fabrizio,
    il tuo metterti a nudo tocca profondamente.
    Guarda, io fino a 22-23 anni credevo di avere certezze solide, che il mondo fosse così e così, e poche storie.
    Poi, a ogni libro letto, a ogni esperienza fatta e consumata, alle prime serie botte in testa, le certezze sono via via diminuite, e assieme a loro l’entusiasmo al convinto andare avanti.
    Oggi, lo dico senza autoincensarmi, raccolgo la considerazione di molti, e l’affetto di una famiglia solida. Eppure ho l’impressione forte, sempre più forte, che io, tutti, si vada a tentoni, alla cieca, sia nei destini individuali che in quelli collettivi.
    Scrivere per me ha risposto al bisogno di piantare qualche picchetto, magari provare a erigere una tenda (l’uomo ha una natura nomade, sono convinto almeno di questo). Poi però i picchetti bisogna lasciargli sul terreno e proseguire, e questo fa male. (Accidenti, pensare alla vita come un cammino è un’altra metafora).
    Intanto faccio quello che devo fare, e l’inerzia mi spinge avanti. Mi sa che non sono il solo che non ha smesso di attendere un’epifania, anche piccola.
    Ciao, a presto, giovedì viene qui Erri De Luca e non mancherò.

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    1. fabrizio centofanti

      grazie, Fides, ne sono sicuro.
      grazie Roberto: credo anch’io profondamente nella vita, in tutti i suoi momenti.
      questo è particolarmente impegnativo, ma ne verrà fuori qualcosa di buono, se resisto.
      Erri non te lo perdere, è un grande.
      un abbraccio
      fabry

  3. Stella Maria

    Se è la stesa ti conosce bene ed è fedele compagna, non ti ha tradito allora e non lo farà oggi. Questo è ciò che conta che non “guidi a fari spenti nella notte …”. Finchè la luce è artificiale un poò di strada si vede e allora è più facile correre verso l’alba di un nuovo luminoso futuro, una strada del sole da percorrere col nuovo giorno, allora riprenderai saldamente la guida e al volante sarai tu, dio di ogni tuo giorno.
    un abbraccio anche per l’altro post.
    Stella

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  4. mariaserena peterlin

    Certe notti gli occhi di gatto selezionano, penetrano ma ingannano o possono ingannare.
    Io non penso (sono sempre stata un po’ eretica e irriverente) che il prete “dev’essere un dio: disponibile, perfetto, onnipresente”?
    Io di così non ne ho mai conosciuti e con qualcuno ho anche litigato senza pentirmene, qualche altro mi ha convinto che Dio c’è proprio perchè la ditta non chiude nonostante i preti. Qualche altro mi ha suggerito i più importanti insegnamenti attraverso le parole di Cristo, ma non con le sue.
    Gli unici preti che mi hanno commosso e colpito sono stati l’abate Franzoni, Padre Haring, Papa Giovanni XXIII, Papa Wojty?a solo nella sua agonia, e questo Papa Ratzinger ogni volta che parla o scrive.

    Dal mio piccolo e semplice punto di vista i preti sono fratelli chiamati al sacerdozio: prego che Dio li aiuti, solo lui può sapere quanto difficile sia il loro compito.
    Un abbraccio don Fabrizio. La luce deve per forza illuminare le tenebre, e le tenebre non possono che farcela amare di più.

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  5. marco m.

    commuoversi con benedetto XVI… de gustibus 🙂

    don fabrizio, coraggio, la luce tornerà.

    marco m.

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  6. guido

    Da parte dei parrocchiani, fedeli, credenti, nessun prete deve essere identificato in Dio e creduto onnipotente come solo Egli è. Semmai venisse messo su un piedistallo sarebbe perché ha scelto di vivere fino in fondo la sua vocazione/missione, diventando pari a quelli che Dio più ama: gli ultimi, gli umili, i poveri che Dio ha innalzato al suo rango.

    Infatti (scrisse Bernanos) Nostro Signore, sposando la povertà, ha talmente elevato il povero in dignità che non si potrà più farlo scendere dal suo piedistallo. Gli ha dato un antenato. E quale antenato.

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  7. lucy

    le cose che dici ultimamente sono sconvolgenti, ma, credo, soprattutto perché dentro c’è una vis poetica nuova.
    credo tu abbia già molta luce con te, appunto, questa luce nuova, quegli occhi di gatto che ti fanno guardare e vedere nella notte.

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  8. guido

    ESSERE E BASTA, proprio così!
    Altrimenti quante frustrazioni e nevrosi!

    C’è un sacerdote psicoterapeuta confessore di vescovi e laici (Don Mario De Maio) che l’ha capito da tempo.
    Riporto qui una intervista fattagli da Alberto Bobbio e pubblicata su Famiglia Cristiana n. 15 del 16 aprile 2000

    Malesseri, incompiutezze, mancanza di gioia, di vitalità piena, di fiducia: la piccola patologia del quotidiano. Ma anche disturbi di identità, ossessioni, attacchi di panico, depressioni gravi.
    C’è un prete che cura la psiche, ascolta sogni e incubi e aiuta a capire cosa si muove nei cuori. Non è un confessore. È uno psicoterapeuta, un analista, che tuttavia non ha pensionato il confessore. Don Mario De Maio, sacerdote diocesano di Roma, studi teologici alla Gregoriana e di pastorale alla Lateranense, laureato in Psicologia, specializzato in psicanalisi, narra da anni come ricostruire ponti tra la vita e la psiche e tra la psicanalisi e la religione: “Posso dichiarare che dal Vangelo ho appreso il messaggio fondamentale dell’amore e dalla Chiesa ho imparato il dovere di amare il prossimo. Dalla psicanalisi ho imparato come liberare l’amore dalle angosce di relazione che ogni uomo si porta dentro”.

    È una strada difficile, piena di trabocchetti, di pareri contrari. Freud è stato temuto dalla cultura cattolica: sovvertitore e nemico della verità consolidata, accusato di minare le basi stesse della fede. Era considerato, insieme a Marx e a Nietzsche, uno dei “maestri del sospetto”. Di questi due la Chiesa ha smesso da tempo di avere paura. Per Freud, invece, il discorso è diverso e la psicanalisi resta una “pseudoscienza”, un misto pericoloso di determinismo e di irrazionalità.
    “Come ho fatto? Ho distinto”, risponde don De Maio. “Non mi piace il ricorso facile agli interventi psicologici, non mi piace il sincretismo tra spiritualità e psicologia. Per molto tempo il sacerdote ha gestito lo spirito e la psiche degli uomini. Oggi si deve tornare a una separazione molto netta. Non bisogna rincorrere la psicologia per creare consenso”. Non è tuttavia un ponte fragile. Assomiglia a quelli della giungla, ricorda i manufatti di corde e liane che legano sponde profonde, ponti da Indiana Jones, solidi se fatti bene: “Difficile è camminarvi sopra”, annota don De Maio, “senza imbarbagliarsi, scivolare, cadere”.
    Da anni don Mario, insieme ad altri pochi, ha messo in piedi una piccola associazione, “Ore undici”, un gruppo di riflessione per capire come la vita spirituale si combina alla vita psicologica e a quella biologica, e come, tutte insieme, caratterizzano l’esistenza dell’uomo. Non è una riflessione da poco, non è un’analisi tranquilla. Quel ponte sospeso balla su inquietudini ecclesiali e tante banalità.
    Don De Maio è uno tenace: “Noi lavoriamo in silenzio: ripensare le tappe della nostra vita spirituale e verificarne oggi la qualità che stiamo vivendo. Si parte sempre da una condizione di risposta a un bisogno. La storia della nostra spiritualità è segnata dalle risposte che abbiamo cercato, risposte magiche, risposte rassicuranti, figure autorevoli da cui dipendere, immagini di Dio congruenti con questi bisogni. Tutto ciò ha aperto nuovi orizzonti, oppure siamo rimasti bloccati in situazioni che ci tranquillizzano? La nostra vita è più ricca di Dio? Ha spazi nuovi, tempi più lunghi?”.
    Sul divanetto verde davanti alla scrivania di don De Maio si sono seduti vescovi e sacerdoti, religiosi e suore, e anche tanti laici. Sono quelli che hanno creduto che l’esperienza psicanalitica non inaridisce la sorgente della propria spiritualità, anzi aiuta a verificare il nucleo fondamentale di un’autentica vocazione, cioè la personalità di un uomo e di una donna, complessa nelle sue linee di sviluppo e di maturazione. Perché a volte una vocazione, magari giovanile, può coprire difficoltà e dissociazioni, sviluppi nevrotici, disturbi di ruolo: accade per la vita consacrata, ma anche per il matrimonio.
    “Esperienze religiose negative”, osserva don De Maio, “possono rovinare la vita, far scomparire Dio dall’orizzonte. Noi cerchiamo di aiutare a rivedere Dio, favorendo la consapevolezza del bene e del male che ognuno si porta dentro”. È il lavoro di chi leva le pietre dalla strada, oppure di chi costruisce ponti: ritrovare fiducia scomparsa, scoprire dentro qualità positive, dare fiducia agli altri, non avere paura degli altri e non rifugiarsi nell’iperattivismo, sintomo, spesso maniacale, della difesa dall’angoscia, tornare a credere nella solitudine, nella riflessione, nel silenzio come virtù.
    Vi sono frasi che, ripetute, indicano problemi di identità, che vanno affrontati e curati con l’ausilio delle scienze umane. Sono indicatori di depressione, non di poca fede: “La Parola di Dio dice così, ma io non ce la farò mai”; “Se mi affido troppo a Dio, lui mi intrappola”; “Io non valgo niente e devo stare attento che gli altri non mi danneggino”; “Ho paura di Dio e va a finire che, quando arriverò davanti a lui, nemmeno mi capirà”.
    Forse è chi è abituato a parlare che si rivolge ad un prete-psicanalista. “Vengono persone dotate di forte criticità. Sono quelli che si accorgono che la domanda di salvezza che pongono a un sacerdote normale provoca angoscia allo stesso sacerdote, oppure provoca da parte sua risposte direttive, salde, dove è chiara la paura del nuovo. La nostra piccola associazione crede che la religione è un processo di crescita, che la fede è ricerca, un percorso lento di liberazione, di apertura di spazi più ampi di relazione tra gli uomini, e tra loro e Dio”.
    Don De Maio ricorda il Vangelo, i passi in cui Gesù si occupa degli indemoniati e degli ossessi, i malati di mente di allora, malati gravi ma anche semplici nevrotici: “A tutti Gesù consentiva di ritrovare un’identità profonda. Non diceva: “Io ti ho salvato”, ma “la tua fede ti ha salvato”. È la persona che impara a camminare nella vita, ad avere accesso alla sua ricchezza e a Dio. Non dobbiamo difendere la gente dall’angoscia, costruire mura spesse e sicure, non dobbiamo dispensare le persone dal pensare ai grandi temi della vita e della morte. Dobbiamo aiutare a costruire responsabilità, che possono diventare orizzonti di salvezza. Chi crea relazioni, crea libertà”.

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