Detta così, sembra una boutade. Eppure, ascoltando attentamente le canzoni, è un’ipotesi legittima. Prendiamo il brano “Hai un momento Dio?”: è una preghiera alla Giobbe, il grido di chi si sente inascoltato. Il “gilet”, citato a un certo punto, è ciò che Dio ha e noi non abbiamo, e che vorremmo chiedergli, per poterci “fare un giro”. È ricordare al Signore che “qua insomma ci sarei anch’io”. Come diceva Lutero – anche lui qualche volta ci azzeccava -, Dio preferisce le bestemmie dell’uomo disperato alle lodi del borghese benestante.
Stessa nota in “Urlando contro il cielo”, mentre sfumature diverse – più ironiche – le troviamo in testi sul tipo di “A che ora è la fine del mondo?”.
Ci sono poi canzoni dove il “catechismo” viene più in superficie: è il caso di “Metti in circolo il tuo amore”, non a caso condotta su ritmi più rilassanti del rock consueto.
In questo senso, “Liga” è il contraltare – quasi letteralmente – di Vasco Rossi, che anche quando cerca un senso non si capisce dove vada a parare.
Fa impressione vedere, a Campovolo, la gran massa di giovani che “prega” con le parole di canzoni come “Libera nos a malo”: “libera, libera, libera!”, neanche fossero all’incontro di un gruppo carismatico.
Parlare di un Ligabue catechista non significa sminuirlo: al contrario, vuol dire esaltarlo come profeta coraggioso di una parola non omologata, di un messaggio che osa evocare l’accento di una fede adatta ai giovani. E agli adulti di ogni tempo.

