Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.
Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue e il suo grido c’è premura
di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.
E’ un libro chiuso la casa nella piazza:
del mio nemico cancellai la razza.
Ora, a chi passa innanzi, tutto tace
su quella sera da bestia rapace.
Più non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano
sul padre, sulla madre e sulla figlia,
purgando il borgo da quella famiglia.
Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:
se ne parlò, nel bar, di quel delitto –
ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.

“Non ricordo per cosa alzai la mano”
Una poesia così sciolta e bella per una storia che pulsa.
I versi sopra a farci pensare a cosa è la vendetta.
Grazie e un caro saluto Enrico.
Bella, Enrico, leggendola mi paiono contigue la ricerca sul linguaggio di “Lumina…” e questa sorta di ballata popolare.
Un fatto di sangue a Savoca (ME), divenuto mitico: la banalità del male, del delitto.
Forse anche il fascino di esso, a riprova di quanto, laicamente, sia “umano, troppo umano” il male.
Ciao Nadia e Giorgio , un qrazie per la vs. sempre pertinente e simpatetica vicinanza…
p.s. Giorgio, ricevesti il libro? (se no, mandami mail con indirizzo). ciao
Ciao, Enrico, ho ricevuto, ti ringrazio, e ne sono contento. Ti scrivo presto.
Ciao, e buona domenica.