Deragliate 5

Ultimo appuntamento con “Deragliate”: questo pezzo di Carmine Vitale pur essendo leggermente fuori tema ha preso in pieno la dolente femminile tonalità emotiva che sottende e ispira questo ciclo di racconti. Grazie per un contributo così speciale.

Litoranea di Carmine Vitale

Andata

Chilometro due
(una storia così)

Il cielo è pieno di nuvole gonfie di pioggia lontana sul mare, lungo la strada, un cane giace solitario in una netta striscia di sole. Si sente forte l’odore della morte mentre il giorno ruba spazio all’alba.
L’azzurro sbiadito diventa grigio nello specchio delle pozzanghere.
Ogni mattina, entrano come in una rotazione geometrica, nella mia vita piccole figure sfreccianti con i loro colori sgargianti, i ceppi ancora fumanti di una notte passata.
Nessuna di loro è in viaggio premio. Nessuna di loro ha pagato un biglietto o svenduto i propri sogni.
Sono semplicemente svaniti insieme.
Come le fiamme dei fuochi che di notte illuminano gli abissi e di giorno lasciano spazio solo all’immaginazione.
Mi sono abituato a loro, sono diventati volti familiari come il tabaccaio sotto casa, il giornalaio, il venditore abusivo di frutta, i rumeni albanesi marocchini polacchi che la mattina di ogni santo giorno percorrono a piedi questa strada affiancata dalla pista ciclabile più lunga d’Italia.
Litoranea che corre lungo il mare chilometri e chilometri di pini sabbia e vento campi malati di pomodori bufale e puttane mucchi di rottami letame gente vestita a festa.
Da anni faccio questa strada, attraverso case e baracche che mi scivolano addosso e penso al mio lavoro a quei mattini cosi pieni di sole a chi come loro è arrivato qui spinto dalla fame o dalla speranza e ha trovato solo la disperazione.
Scrivo così, piccole poesie raccontini samidzat senza capo né coda e leggo i poeti dell’est di quell’Europa finita sulle nostre strade erede di una cosi grande cultura e così densa di bellezza che oggi qui raccoglie i pomodori soddisfa le voglie degli arrapati da un po’ di calore al freddo cuore degli animali umani.
Piccoli affari sporchi si svolgono a tutte le ore e intanto intorno a quest’abisso spuntano alimentaristi musulmani improvvisati, è più facile trovare vodka che vino, e sudice baracche si trasformano in posti telefonici internazionali e cessi pubblici.
Perfino i topi di campagna che a stento parlavano il dialetto, oggi squittiscono in polacco.
Tutte le idee grandiose di Honza Ana Viola Jana d’improbabili Jennifer, Samantha, sono un’unica catena come la catenina che Lefty si toglie prima di andare a morire.
Lo guardavo stamattina prima di andare in bagno prima di continuare a leggere Auschwitz e ripensare all’urlo di Fiore di quando abitavo a Salerno.

Fiore o della pazzia.
Elogio dell’incoscienza di un mondo a me sconosciuto ma presente.
Ogni mattina alle sette meno un minuto neanche fosse il big ben, Fiore chiudeva la porta alle sue spalle al terzo piano di un anonimo condominio che si affaccia sulla piazza del mercato, scendeva una rampa di scale si fermava davanti alla porta del professore Cacace e cominciava nel silenzio la sua personale strutturatissima litania: mannaggia a’maronn, piezz’e merda mannaggia a’putttana aooooooooooooo aoooooooo aoooooooooooo un urlo terrificante ripetuto perfettamente per tre volte che si prolungava, si estendeva fino a diventare un ululato e tu sapevi che erano le sette in punto. Credo che nessuno degli abitanti del palazzo abbia mai avuto bisogno della sveglia o di una telefonata della mamma per svegliarsi. Almeno noi no. Noi avevamo Fiore. Tutte le mattine.

Come questa in cui risento alla radio, il solito discorso del presidente per la fine dell’anno. Sembra che il vecchio anno sia stato solo una stronzata trecentossesantacinque inutili giorni ottomilasettecentosessanta ore che il cuore ha battuto per niente.
Tutti più buoni da ieri una bella carezza sulla coscienza e via con i nuovi programmi sulla casa per tutti, sulla sicurezza sulla lotta alla criminalità il buon governo le pensioni, gli antipasti, i sindacati, i morti sul lavoro e che cazzo con un elenco cosi grande non ce li vuoi mettere ‘sti cazzi di morti sul lavoro. E via ancora su chi li ha visti, bambini donne uomini scomparsi, sulle vittime della mafia sulle celebrazioni della repubblica che cazzo, è fondata sul lavoro, e un attimo solo c’è la pubblicità e subito dopo assicureremo gli assassini alla giustizia ci sarà il pluralismo o forse un prurito più esteso del tipo che chi ruba va in galera e chi fa il bravo va in paradiso.
Sapete che penso? Che mi piacerebbe molto che ogni anno alla fine dell’anno ci facessero sentire, ci obbligassero a vedere Pasolini che grida io so, Wislawa che legge il poeta e il mondo, Milosz che recita la canzone sulla fine del mondo, Hrabal che vaneggia allegro alla tigre d’oro.

A volte mi assento a pensare troppo. Nel frattempo ho spiaccicato un gatto già morto che sta lì da quattro giorni quasi come quelli dei cartoni animati mi sa tanto che tra qualche ora si alza e se ne va.
Non ci riesco proprio a mandarle giù tutte queste cattiverie e allora mi rifugio nei pensieri nei ricordi anche quelli stupidi negli occhi di mia madre nel respiro di mia moglie e nella poesia.
E a ricordare quando ho incontrato Natalia.
Per parlare di poesia. Con una puttana.

Natalia è nata in un villaggio vicino a Wroclaw, ogni giorno parte da Mondragone e si fa tre ore di treno autobus autostop per impossessarsi di uno spazio su un muretto. Si mette lì, con in mano un libricino, scarpe a zeppa una minigonna ridottissima vista la sua altezza e aspetta.
Aspetta la noia, il ripetersi del baratto, l’assoluta mancanza d’idee e ricorda con una dura nostalgia quando la madre la portava al teatrino in periferia con sé.
Aspira da una sigaretta gli odori i colori che non si vedono, guarda ogni tanto verso il mare e aspetta. Aspetta uno sguardo, un cenno un sorriso che le porti ventimila lire e poi altre venti e altre venti fino a notte fonda cosi che potrà pagare l’affitto il magnaccia la birra e gli assorbenti.
Capelli lunghi una donna da favola peccato che fiaba più triste per lei non ci sia.
È stata comprata da un parente che ha promesso alla famiglia un lavoro, un futuro meno greve che quella desolata campagna polacca dove la loro amatissima figlia studiava. Ha le gambe nude nonostante sia gennaio e faccia un freddo cane il cielo è ancora blu attraversa la strada senza guardare ed entra in un bar.
Dice al barista di farle un caffè osserva i suoi bellissimi occhi in uno specchio alle spalle del bancone beve il caffè ed esce.
Guardo i suoi occhi, sono terrorizzato cerco di sfuggire scappare ma mi sorride e istintivamente le arriva un cenno impercettibile in quel vento in quella luce. Mi segue è stupita che voglia andare subito in auto senza trattare sul prezzo sulle prestazioni non è da cliente fare cosi quattro cinque passi ancora e siamo in auto mi dice lei dove andare gira a destra gira a sinistra avanti ecco fermati qui.
Il cuore mi batte a quattrocentocinquanta battiti non so come dirglielo, non so come fare mentre due enormi topi scivolano sotto l’auto e si tuffano in un canale li vicino
C’è un unico mezzo. Pagare.
I suoi occhi diventano enormi quanto tiro fuori i soldi. Centomila lire. Ha paura mi prende per pazzo quando le dico che voglio soltanto parlarle non voglio in nessun modo sfiorarla ma semplicemente farle leggere una poesia. Ride, ride credeva fossi un maniaco un matto un feticista un pazzo un sanguinario un controllore un agente in borghese.  È calmissima e stranamente calma anche me i suoi occhi guizzano da una parte all’altra quando vede il libro. Lo riconosce è felice. Piange.
Prende un fazzolettino chiede scusa ha perso lo scudo di durezza del quale non può fare a meno, del quale si serve per vivere.
La sua voce cantilenante vola su quelle parole che nella lingua originale acquistano per me un altro suono, un’altra immagine legge, legge immersa in un respiro ansimante si lascia andare nelle parole ama questa poesia si sente una ragazza. Non è più una prostituta, una puttana.
“Doveva essere migliore degli altri il nostro ventesimo secolo.
Non farà in tempo a dimostrarlo,
ha gli anni contati il passo malfermo
il fiato corto.
Sono successe ormai troppe cose
Che non dovevano succedere
E quel che doveva arrivare
Non è arrivato.
Ci si doveva avviare verso la primavera
E la felicità tra l’altro.”

Chiude il libro mi guarda abbassa gli occhi e mi chiede perché. Perché non ho voluto fottere con lei. Si, dice proprio cosi e non c’è nessuna poesia in una ragazza che si vende per vivere, che parla con parole che le hanno messo in bocca, perché dice ho pagato per darle un quarto d’ora di pace piuttosto che godere perché ho preferito sentirla parlare farla sentire tranquilla come fosse un giorno qualunque in una vita qualunque. Perché tu possa avere un po’ più di sole, un pugno di speranza vorrei rispondere ma sto zitto.
Le piace davvero la poesia le fa dimenticare il male le fa ricordare il suo dannato villaggio che adesso le sembra un po’ meno dannato le riporta l’odore della madre, della terra.
Scende attraversa la strada per la prima volta in due anni che è li, si vede un sorriso puro bello come merita il suo viso. Oggi forse il suo lavoro sarà meno pesante. Spero pure il mio.

I telefoni sembrano impazziti le cose da fare troppe un caffè e una sigaretta sono quello che ci vuole.
La signora del bar mi dice che i cornetti sono buonissimi e per questa mattina le credo.
Hanno un altro sapore mentre il giornale è una lunga catena di morte violenza cultura programmi della serata di grande fratello grande sorella tv odio disperazione morti famosi e meno famosi fiumi inquinati azioni giudiziarie liti omicidi accoltellamenti sport calciomercato prezzi sfuggiti al controllo c’è il garante e il garantito c’è questa vita che corre.

C’è che ho un altro lavoro e mi sembra questa l’unica cosa che sia davvero cambiata a parte i capelli e il fatto che i miei sono un po’ più vecchi. Non possiedo più una casa né le ambizioni di una gioventù lontana, ma sono sereno mi lascio andare sempre di più e riesco a dare importanza alle piccole cose alla felicità di uno spazio ai suoni alla luce alle parole.
Come questo bigliettino arrotolato trovato in macchina “ricordami che non so vedere le differenze né le possibilità che offre un amore”.

E in un angolo ancora più piccolo “non voltarti, mi dimenticherai”

La mano che lo impugna giace dall’altra parte della carreggiata e al centro proprio al centro tra due macchine schiantate un ammasso di ossa sangue materia cerebrale informe c’è lei o quel che resta di lei.
Poche persone intorno commentano. Domani un trafiletto sui giornali locali parlerà di un incidente di una vittima sconosciuta senza documenti mentre sua madre lontano in Polonia in quel villaggio si alzerà come tutte le mattine per coltivare i campi dietro casa senza sapere che il cuore di sua figlia si è fermato già da un pezzo.

Scendo dall’auto mi avvicino il telefono suona invano sul selciato. Un cliente mattutino?
C’è vento stamattina.
Un vento che sparge lontano i suoi capelli biondi e i fili di un braccialetto da quattro soldi di quelli comprati sulle bancarelle delle feste.
Nessuno ne sa niente si fa a scarica barile chi veniva da destra chi veniva da sinistra lei era al centro non guardava come una scena importante come i nostri discorsi importanti.
Ho conservato le scarpe inzuppate di sangue di quando mi sono avvicinato a lei.
Le gocce hanno la forma di un cuore malato. Ci sono pochi effetti personali sparsi qua e la e un libro che il vento apre in continuazione quasi a voler sfogliare le pagine.
È quel libro.
Il libro di una piccola felicità, il libro di un giorno che nessuno conosce.
Vado via come un vigliacco, come chi vince una guerra bevendo il sangue del nemico inerme, come uno squalo, come la notte.
Passo ogni giorno da quella strada e sul crocicchio noto sempre con stupore dei fiori freschi sotto una piccola foto ingiallita.
Su questa tomba improvvisata, sta immobile incollato senza che nessuno lo tocchi un biglietto strappato, come un epitaffio.
Una piccola frase, cucita, attaccata, come chi vuole restare dentro la vita.
Non voltarti, mi dimenticherai.

10 pensieri su “Deragliate 5

  1. Anna Costalonga

    Non ho parole per commentare la bellezza di un racconto simile.”Non voltarti, mi dimenticherai”: potesse essere davvero così! Voltarsi e dimenticare, come se tutti questi piccoli episodi del Male che ci circonda potessero scomparire, così, semplicemente chiudendo gli occhi. E sono invece tante piccole mine sotterrate, che prima o poi scoppiano, quando uno meno se l’aspetta. Grazie di cuore Carmine, uno dei racconti più belli e commoventi che abbia letto.

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  2. carmine vitale

    ringrazio Monica per aver scelto questo racconto per la straordinaria iniziativa dedicata alle donne dimenticate deboli sfruttate derise calpestate
    a volte la vita non finisce nei gironi dell’inferno ma penetra il buio più profondo
    credo che le parole possano far vedere una flebile luce nelle sofferenze
    o almeno un segnale di speranza ,di salvezza
    questa storia vera è per una di quelle persone dimenticate invisibili alla luce del sole
    ma ne è essa stessa un raggio fortissimo che ha attraversato le onde della vita
    spero stia bene ovunque sia
    c.

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  3. Gaja

    è veramente meraviglioso. non mi aspettavo nulla di meno da carmine.
    grazie a carmine e grazie a monica, ancora una volta.

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  4. fernirosso

    Credo che noi facciamo uso di parole come recinti, di un significato piantato come un palo o un filo spinato, confinandoci e conficcandoci di qua o di là dalla traccia, troncando il resto, che invece germoglia comunque, sotterraneo fino a che trova una fessura ed esce, all’aperto, aprendosi, proprio come un testo poetico, come questo testo. Grazie,ferni

    PS:finalmente ho capito a quale testo alludeva monica mazzitelli, nella sua lettera in fb

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  5. Nina Maroccolo

    Carmine carissimo,
    racconto meraviglioso e toccante. La tua prosa è superlativa.
    Mi aspettavo anch’io un testo bellissimo: sei una certezza!
    Grazie, mille volte grazie.
    Nina

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  6. carmine vitale

    meravigliose sono le vostre parole Gaja Ferni Nina
    solo la sensibilità di una donna può trasmetterle
    sono io che ringrazio voi per la lettura
    e un grazie enorme a Monica ancora una volta
    c.

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