Lia Albricci, Geografia di luce

Sul delta del Po

Il fiume porta la sabbia e il mare la porta via
e acqua e odore di salmastro e luce
in cento anni una grande isola nuova
e un nuovo faro, simbolo della remota
e impari alleanza degli uomini col mare
e acqua e odore di salmastro e luce
il fiume porta la sabbia e il mare la porta via
il vecchio magazzino del riso
alza i suoi muri cadenti nel vuoto,
non c’è più la terra per cui fu costruito
ma solo acqua e odore di salmastro e luce
Questa è la canzone incessante e sommessa delle canne brune
e dei pioppi ridenti e delle tamerici,
per il cormorano sull’acqua
per la garzetta che dai rami grigi
lancia il suo poema sillabato,
per il martin pescatore, lampo colorato
e il pesce che affiora alla corrente
e per i germani,
per tutti loro in una geografia di luce
i canali intricati e le isole viola di fiori e di canne sonore
sfumano all’orizzonte
spazio senza confini di libertà e di vita
e a sera gli aironi, esili antiche divinità,
immobili, guardano passare insieme
l’acqua e il tempo,
in questo luogo di silenzio umano,
dove solo il vento
e il fruscio lieve del limonio fiorito
rispondono al grido roco
dei gabbiani.

* * *

Lessinia, le ammoniti

Le montagne sembrano fatte solo d’erba e di boschi, i torrenti scorrono nascosti perché è zona carsica e l’acqua va portata in superficie, sui pascoli alti occhieggiano numerose grandi pozze rotonde, sono gravine riempite di detriti che ad ogni pioggia si trasformano in abbeveratoi naturali, i sentieri sono delimitati da lastre di roccia conficcate nel terreno, anche i tetti antichi sono ricoperti di lastre di pietra e hanno una forma particolare, con due embrici a punta sopra le facciate.

Un’aria un po’ nordica di ordine e di piacevole benessere, verde intenso e fiori dovunque, boschi fittissimi di faggi e castagni, abetaie più in alto, splendide prealpi a pochi chilometri da Verona, sembra una situazione normale, insomma, ma qui, invece, accadono cose prodigiose.

Accade, per esempio, che passeggiando si intravvedano delle forme conosciute incastonate nelle pietre del selciato, oppure nei gradini o negli stipiti delle case, il fatto curioso è che queste forme sono in contrasto con l’ambiente in cui sono inserite, anzi proprio in antitesi, perché queste forme particolari sono conchiglie e niente è più lontano dalle montagne coperte di abeti delle conchiglie marine. Sono le ammoniti, molluschi fossili dei sedimenti marini del mesozoico, che compongono il calcare ammonitico veronese, quello che i marmisti chiamano il “veronese”, la roccia tipica di questa zona con cui sono costruiti da sempre i selciati, gli stipiti delle case e i tetti, cioè le forme dell’abitare.

Già, perché da queste parti si abita e si cammina in un museo di storia naturale a cielo aperto e si poggiano con disinvoltura i piedi su “sassi” che hanno duecento milioni di anni. Quando ti raccontano questi numeri ti viene voglia di metterti i piedi in tasca e di non calpestare più nulla, invece si continua a camminare e diventa quasi un gioco cercare con gli occhi queste forme di ”chiocciole” arrotolate.

Piccole di un centimetro, pare che possano arrivare a un diametro di quasi tre metri, quelle che vediamo nel piccolo museo di Camposilvano sono di sessanta centimetri circa, gli esemplari tagliati mostrano l’incredibile struttura a cellette, via via sempre più piccole verso il centro della conchiglia. Anche questo è misterioso, l’aspetto esterno è un po’ goffo, specie di costolature in rilievo che seguono la spirale della conchiglia, l’interno, in sezione, è un disegno complicato e raffinatissimo.

A questo punto sai che non potrai più chiamare “mollusco” nessuno in senso dispregiativo, perché è subito evidente che qualunque opera tu possa scolpire o dipingere o creare non avrà mai la perfezione di queste meraviglie costruite da bestioline mollicce e bavose. Poi aggiungete anche la bravura di “sora nostra madre terra”, che le ha pigiate ben bene, queste conchiglie, insieme ad altri ingredienti a me sconosciuti, ha impastato il tutto e ha spalmato strati di questa crema abbastanza in fondo, nel suo stomaco. Poi, un giorno, se ne sarà anche dimenticata, con un singhiozzo o forse un rutto, se non c’era in giro nessuno, ne ha rigurgitato un po’ qua e là, tra tutti quei luoghi anche in Lessinia.

Uno dei vantaggi che procura il guardare i fossili è che ti senti incredibilmente giovane e tutto sembra ridimensionarsi, almeno per un certo periodo, quando hai a che fare con le ere geologiche cosa vuoi che sia un pensierino sull’eternità, ma i geologi parlano con disinvoltura di milioni di anni, questo fatto mi ha sempre innervosito, sono quantità e misure che non riesco neanche a immaginare e le spiegazioni scientifiche mi annoiano sempre un po’, preferisco guardare questo genere di cose da vicino e fantasticare.

* * *

Acaia

In questo luogo non è chiaro se abbiano inventato prima gli ulivi o gli dei. Di questi ultimi, antichissimi, non si sa più nulla da molto tempo, gli ulivi invece traboccano da ogni orizzonte possibile, prosecuzione arborea del mare vicino, un’altra marea verde in perpetuo movimento, ora uno scuotere secco di foglie e di rami, ora un sommesso incessante fruscio accompagnato dai mille ronzii degli insetti ubriachi di sole, una distesa di verde argentato che cambia colore continuamente con ogni colore del giorno, il vento stesso ne svela le sfumature facendola muovere, provocando onde di luce che sembrano rabbrividire.

Ogni regione del sud ha gli ulivi, questi hanno tonalità più verdi di quelli toscani e sono meno grandi di quelli calabresi, ma sono comunque grandi piante imponenti, i più vecchi sono maggiormente distanziati tra di loro, distanza che rispecchia una concezione della vita, del lavoro agricolo e dello spazio diversa da ora.

Sono tronchi nodosi e contorti su cui sono passati in molti casi i secoli, come spiega la campagna “S.O.S ulivi salentini”, nata per salvare questi giganti antichi da una moda assassina che li considera oggetti decorativi e non creature viventi, li sradica e li manda a ornare rotonde stradali, atrii di banche e uffici, a sopravvivere e a morire lontanissimi dalla loro terra.

Insieme, qualche canneto nelle zone umide vicine al mare, le siepi quasi metafisiche dei fichi d’india carichi di frutti colorati e i grandi fichi dalle foglie cuoiose e scure, macchioni di oleandri rossi e bianchi dal pepato profumo dolceamaro e nell’erba secca, sotto gli alberi, tutte quelle piante che distillano “l’odore del caldo”, finocchio selvatico, origano, timo, mentuccia, lentisco e salvia, è un profumo composito, portato qua e là dal vento o provocato all’improvviso, acutissimo, dal calpestio delle foglie. Colore, movimento e profumo all’ombra leggera di questi alberi antichi, produttori generosi dell’oro liquido del Mediterraneo, da tempo infinito, curati e amati, da millenni, con lavoro duro e faticoso come la terra da cui traggono vita.

È una presenza totalizzante che dà una sensazione di necessità e sicurezza insieme e quasi certamente gli antichissimi dei, stanchi e disillusi dai troppi cambiamenti delle loro vecchissime vite, si sono rifugiati e nascosti nei tronchi più antichi, da dove guardano con indifferenza un mondo che non è più per loro e ormai solo ogni tanto, quasi per remota abitudine, intervengono sull’esito di un raccolto o sulla follia degli uomini.

2 pensieri su “Lia Albricci, Geografia di luce

  1. lorepat

    Aironi che guardano passare insieme l’acqua e il tempo, una donna che guarda i fossili e si sente incredibilmente giovane, e nessuno che ci viene mai a dire se sono più vecchi gli dèi o gli ulivi.

    Un grazie e un saluto da quel punto del pianeta dove il Senio confluisce nel Reno.

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