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Nell’apprendistato, dice il Governo. In un Paese (l’Italia) dove nel 2008 il 47% della popolazione aveva come titolo di studio solo la licenza di scuola media inferiore. Dove l’abbandono scolastico sfiora il 22% (la media europea è del 15%). Dove (rapporto Isfol) sono 126.000 (5,4%) i giovani tra i 14 e i 17 anni fuori da qualsiasi persorso di istruzione e formazione. Nel 2006 il Governo allora in carica in Italia innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni. Adesso il Governo stabilisce che a 15 anni si possa accedere all’apprendistato, introducendo un conflitto tra norme, essendo vigente la Legge 296/06 che fissa a 16 anni l’età minima per lavorare. Si torna a una precoce scelta tra istruzione e avviamento a un lavoro che non c’è (v. qui e qui).
E se provassimo con la scuola?
di Marina Boscaino
Basta dare uno sguardo all’organizzazione dei sistemi scolastici dell’Europa dei 27 per rendersi conto dell’errore compiuto dal nostro Paese nel non perseguire in maniera intransigente l’obiettivo di un reale innalzamento dell’obbligo scolastico.
Fioroni diceva: “Non li possiamo tenere mica dentro con le catene”, alludendo alla necessità di individuare vie alternative alla scuola per impegnare i ragazzi in odor di dispersione. Quelle parole erano il segno di una rinuncia: la rinuncia alla battaglia cui si alludeva, le mani alzate in segno di resa, l’idea che la scuola non è il luogo per curare la tendenza all’abbandono, alla dispersione, alla dissipazione culturale. Infine l’incapacità o la mancanza di volontà di contrapporsi – per smantellarlo – a un sistema (quello delle agenzie formative) che era stato legittimato da Moratti e sul quale gli interessi economici erano e sono trasversali. Parole amare: se non la scuola, cosa? Se non a scuola, dove? L’apprendistato, sembrano suggerirci oggi le proposte indecenti di chi ci governa. Ma andiamo avanti.
Quelle parole hanno significato, concretamente, la rinuncia ad una politica di investimenti sulla scuola che, è vero, così come è (e ancor meno come si sta preparando a diventare), non è in grado di accogliere la sfida dell’innalzamento dell’obbligo scolastico: tutti a scuola (almeno) fino a 16 anni.
La scuola imbalsamata, sclerotizzata, identica a se stessa, inadatta a recepire un “fuori” sempre più distante da sé, ma ostinata a inseguire una vocazione prevalentemente formativa e valutativa, incapace di elaborare azioni per favorire l’adattabilità e la flessibilità al contesto, è un organismo che funziona indipendentemente dalle situazioni. Il cui funzionamento predeterminato è ostacolato dalla presenza di casi divergenti, di criticità, di anomalie del/al sistema. Allontanando l’anomalia, il sistema tutela se stesso: la dispersione è funzionale al mantenimento della scuola così com’è.
Questa immobilità impedisce alla scuola di assolvere in pieno la funzione che la stessa Costituzione implicitamente le attribuisce: “rimuovere gli ostacoli” che intervengono, opponendosi alla realizzazione del principio di uguaglianza tra cittadini. Ostacoli, inutile dirlo, di natura prevalentemente socio-economico-culturale.
Il mancato innalzamento dell’obbligo scolastico – vale a dire il disinvestimento economico e culturale su una scuola che sia in grado di tenere dentro tutti i cittadini fino almeno e 16 anni – essendosi attrezzata adeguatamente perché ciò sia possibile – penalizza soprattutto coloro che, provenendo dalle fasce più svantaggiate, avrebbero potuto godere di un’opportunità di emancipazione, di miglioramento, di crescita non garantite dal proprio Dna sociale.
Come si diceva, in tutti i 26 Paesi europei il biennio delle superiori è obbligatorio. In alcuni, l’obbligo scolastico va persino oltre.
– A 15 anni: Austria, Belgio tedesco, Cipro, Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Repubblica ceca, Slovenia,
– A 16 anni: Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Galles, Scozia, Irlanda del Nord, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia.
– A 17 anni: Inghilterra, Paesi Bassi,
– A 18 anni: Belgio fiammingo, Belgio francese, Germania, Ungheria
Il fatto significativo che aiuta a comprendere la distanza – di ordine ancor più culturale che economico – tra gli altri Paesi è il nostro, è che la nostra scuola media è più breve che negli altri Paesi. Altrove, infatti, dove questo segmento del sistema dell’istruzione sia previsto, esso è di 4 o 5 anni, terminando a 16 anni. Questo elemento è molto importante.
Da una parte la brevità della nostra scuola media e i criteri pedagogico-didattici che la animano le hanno progressivamente sottratto quella vocazione “orientativa” che dovrebbe avere per sua stessa natura: l’esito finale dell’esame di scuola media, a seconda dei risultati, determina quasi automaticamente l’accesso al liceo o all’istruzione tecnico-professionale, divaricando precocemente e definitivamente destini su base (è evidente, se si comparano i risultati di uscita dalla scuola media con il reddito familiare) socio-economico-culturale.
Negli altri Paesi, viceversa, i cicli lunghi della scuola media sono divisi in una prima parte di adattamento e in una di orientamento: si determina così, oltre che una maggiore permanenza a scuola, con le conseguenze in termini di crescita culturale e di cittadinanza, anche una maggiore maturazione e consapevolezza nelle scelte più o meno necessarie che vengono fatte relativamente ai percorsi seguenti.
Lo smantellamento di qualsiasi ipotesi di biennio unitario previsto dai curricola delle superiori targati Gelmini rappresenta lo stop definitivo di un processo di crescita civile, etica, culturale che il nostro Paese non ha ritenuto di dover intraprendere.
Nella millantata scuola che guarda all’Europa propagandata dal governo Berlusconi, intanto, le competenze di lettura dei quindicenni (uno degli obiettivi da monitorare costantemente secondo il programma di Lisbona) sono addirittura diminuite invece che aumentare. Il taglio di ore e saperi configurati dalla cosiddetta riforma rappresenta la risposta più sconcertante a questa situazione. Ma anche la più franca rispetto al significato e all’importanza che coloro che ci governano attribuiscono alla scuola.
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Confronti
Cosa ne dice la Ministra?
Maria Stella Gelmini ha dichiarato che “secondo una condivisa linea governativa“, il ministero dell’Istruzione “è favorevole a ogni iniziativa, anche legislativa, che favorisca la transizione tra scuola e lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un’occupazione“.
E la Strategia di Lisbona?
Lo studio di Maastricht sull’istruzione e sulla formazione professionale del 2004 indica un notevole divario tra i livelli di istruzione richiesti dai nuovi posti di lavoro e i livelli di istruzione raggiunti dalla forza lavoro europea. Tale studio dimostra che più di un terzo della forza lavoro europea (80 milioni di persone) è scarsamente qualificata mentre si è stimato che entro il 2010 quasi il 50% dei nuovi posti di lavoro richiederà qualifiche di livello terziario, poco meno del 40% richiederà un diploma di scuola secondaria superiore e solo circa il 15% sarà adatto a persone in possesso soltanto di una scolarizzazione di base.
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Obbligo addio?
di Maurizio Tiriticco
La Commissione lavoro della Camera – si noti, non la Commissione cultura e istruzione – approva l’emendamento Cazzola con cui si prevede che l’obbligo di istruzione si possa assolvere anche nei percorsi di “apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione”. Il che significa che, dopo i 15 anni di età, l’alunno può optare se proseguire gli studi o accedere all’apprendistato di primo livello…
Ora, se il colpo di mano della Commissione lavoro va in porto, avremo la completa dissoluzione dell’obbligo di istruzione decennale. Di fatto, si marcia dritti dritti verso la restaurazione della nostra scuola elementare e media precedenti alla riforma del ’62. Saranno due gradi di scuola in cui i docenti, invece di adoperarsi per non lasciare indietro nessuno – ahi! Don Lorenzo! – saranno “autorizzati” per legge ad orientare di fatto prematuramente gli alunni verso il proseguimento degli studi “nobilitanti” o verso il “lavoro precoce”. E neanche verso la formazione professionale regionale, ma addirittura verso l’apprendistato!
(continua qui)
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L’istruzione è un investimento
di Salvo Intravaia
Gli ultimi studi di Ocse (l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) e Banca d’Italia raccomandano l’esatto opposto: investire in istruzione. Lo scorso mese di novembre, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio dall’emblematico titolo “Investire in conoscenza“. I due economisti Federico Cingano e Piero Cipollone evidenziano tutti i vantaggi connessi con un aumento del grado di preparazione dei cittadini italiani. Un massiccio investimento da parte dello stato in istruzione verrebbe più che compensato dalle entrate fiscali, a parità di prelievo, e dai minori costi derivanti dall’aumento del tasso di occupazione. E un anno in più sui banchi di scuola rende, secondo gli esperti di Bankitalia, nel medio-lungo periodo quasi il 9 per cento in termini di remunerazione del lavoro. I vantaggi maggiori sono per i laureati, il cui titolo di studio può fruttare più del 10 per cento e il diploma di maturità, il 9,7 per cento.
(continua qui)
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O studente o apprendista
di Fabrizio Dacrema
Gli autori dell’emendamento sanno di aver fatto il pieno di voti tra il cosiddetto popolo delle partite iva e tra i cittadini meno istruiti (dati attestati da tutti le indagini sul voto degli italiani) e ritengono, probabilmente non a torto, di ottenere il loro consenso sostenendo che tenere giovani migranti e svantaggiati italiani a scuola fino a 16 anni sono soldi e tempo buttati, meglio mandarli a lavorare così almeno fanno e imparano qualcosa di utile.
I giovani che scelgono di assolvere l’obbligo di istruzione fuori dalla scuola acquisiranno quelle competenze chiave di cittadinanza che l’Unione Europea considera indispensabili per continuare ad apprendere per tutta la vita, essere lavoratori occupabili e cittadini attivi?…
Quando era stato regolamentato per l’assolvimento dell’obbligo formativo (legge 144/99) erano state fissate almeno 240 ore di formazione obbligatorie esterna da aggiungere alla formazione interna, per la quale le imprese con apprendisti dovevano assicurare anche un tutor formato e competente. Per queste ragioni pochissimi datori di lavoro hanno assunto giovani che, pur avendo assolto all’obbligo di istruzione (fino al 2006 era a 15 anni e dal 2006 a 16), dovevano ancora espletare l’obbligo formativo a 18 anni, trasformato poi dalla legge 53/2003 in diritto dovere. L’unica forma di apprendistato che gli imprenditori hanno utilizzato è quello professionalizzante, riservato ai giovani con più di 18 anni, e l’hanno trasformato in un comodo modo di ridurre il costo del lavoro, incassando la prevista decontribuzione ed evadendo in massa l’obbligo della formazione per gli apprendisti (solo il 19% degli apprendisti, secondo i dati Isfol, ha partecipato alla prevista attività formativa)…
… il presentatore dell’emendamento ha ottenuto l’approvazione di una norma non solo sbagliata, ma anche inattuabile: non ha considerato che la legge 296/2006 non si è limitata a innalzare a 10 anni l’obbligo di istruzione, ma ha contemporaneamente elevato a 16 anni l’età minima di accesso al lavoro. Poiché l’apprendistato è un contratto di lavoro, l’accesso ai percorsi formativi da esso previsti rimane possibile solo dopo aver compiuto 16 anni. Tanto rumore per nulla oppure Sacconi e Gelmini ci stupiranno ancora?
(continua qui)
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Dispersione ed evasione
di Fabrizio Dacrema
La partecipazione della popolazione adulta alle attività formative passa dal 6,2% del 2007 al 6,3% del 2008, quando avremmo dovuto raggiungere nel 2010 l’obiettivo europeo del 12,5% e la media dell’Unione Europea a 27 è del 9,6%. La dispersione formativa continua a interessare il 5,4% dei 14-17enni, vale a dire 126.000 giovani al di fuori di ogni percorso di istruzione e formazione; negli istituti professionali solo il 55% degli studenti risulta in regola con il percorso scolastico.
Anche nei percorsi triennali regionali di istruzione e formazione professionale, la cui utenza è segnalata in costante aumento, il tasso di abbandono è del 22%. Il tasso di passaggio all’università è in aumento, ma diminuisce il numero dei laureati in rapporto alla popolazione dei 23enni e dei 25enni, un fenomeno che segnala un aumento dell’irregolarità dei percorsi, che invece era migliorato nella prima fase di attuazione del modello 3+2.
La partecipazione alla formazione continua rimane stazionaria, le imprese che fanno formazione sono la metà rispetto alla media europea, ma nella relazione il Presidente ha segnalato come fatto positivo che le iniziative di formazione non sono arretrate nonostante la crisi. Dal lato dell’offerta crescono dell’8,1% i Fondi Paritetici Interprofessionali, grazie al contributo dell’aumento delle adesioni soprattutto delle piccole imprese. Rimane molto pesante l’evasione formativa nei contratti di apprendistato: gli apprendisti che svolgono l’attività formativa sono il 5% al sud, l’1% nelle isole, il 10% nel centro, il 25% nel nord-ovest e il 35% nel nord-est.
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Apprendistato a 15 anni? Ci mancava solo questa
di Simonetta Salacone
Ciò che veramente grida vendetta è la riduzione di un anno del percorso dell’istruzione obbligatoria, introdotto il 21 gennaio nel “Collegato lavoro” alla legge finanziaria 2010…
In tal modo si ottengono molteplici risultati: si ratificano i destini formativi e lavorativi degli alunni e delle alunne più fragili, di solito quelli appartenenti alle fasce più povere della popolazione, che andranno a costituire la massa di forza lavoro dequalificata a disposizione per lavori di bassissimo contenuto professionale. Si tolgono di mezzo i più “somari”, che non ostacoleranno i percorsi di istruzione dei compagni più fortunati o con famiglie in grado di supportarne le difficoltà. Si mette a disposizione delle imprese una forza lavoro praticamente gratuita. Si diminuisce il numero degli alunni in età di obbligo e quindi si possono attuare maggiori tagli agli organici delle scuole…
Altro che apprendistato a 15 anni! Quando a fare da “palo” per gli spacciatori di droga un preadolescente può guadagnare in un giorno somme che un lavoratore in cassa integrazione guadagna in un mese, è ben difficile che la scuola, da sola, e con tutti i problemi di scarsità di risorse possa costituire una credibile alternativa! Ma anche dove il tessuto sociale è sano, la scelta dell’apprendistato a 15 anni non può che essere dettata solo da problemi sociali: quale genitore, infatti, non investirebbe sul futuro del proprio figlio, anche di fronte a difficoltà nel percorso scolastico, pur di offrire un livello di istruzione comunque più alto?
(continua qui)
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Si discute molto sull’emendamento Cazzola, segnalo alcune opinioni presenti in rete, di Aristarco Ammazzacaffè, Mariangela Bastico, Manuela Ghizzoni e Maria Coscia, Manuela Ghizzoni, Marina Boscaino, CGIL, Giuseppe Caliceti, Movimento di Cooperazione Educativa, Cobas, Vincenzo Pascuzzi, Alba Sasso e Francesco Piccioni, Leana Pignedoli, Marilena Adamo.
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Segnalazioni
Dalla scuola: Superiori ancora senza regole, iscrizioni al buio per 500mila studenti
Dalla società: 1 marzo 2010: sciopero degli stranieri
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Ecco la “riforma” negli spazi del Ministero: vedi qui e qui.
Un appello di docenti per la scuola pubblica.
Guide alla scuola della Gelmini qui.
Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.
Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.
Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.
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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.
Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.
Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.
Spazi in rete sulla scuola qui.

Caro Giorgio,
articoli interessanti (a breve ti manderò il mio, promesso).
Questa è la mia riflessione, ciò che ho pensato quando ho sentito di questa decisione del Governo.
Chi è che ha fretta di andare a lavorare? Che non vuole stare a scuola? E poi, che lavoro? Che non ce n’è nemmeno per gli adulti…
Io mi sono detto: gli extracomunitari. E se ci pensi bene non è proprio sbagliato come ragionamento, il mio ovvio: a 15 anni li sbatti fuori dalla scuola e hai risolto il problema della necessità di mediatori linguistici a scuola (il mio articolo sarà su questo) e crei un bacino di utenza di manodopera NON qualificata.
Al Sud, si dice, la dispersione scolastica è più alta, continuerà a rimanerlo anche con l’abbassamento dell’età. Ma nel Centro e nel Nord, quanti beneficieranno di tale provvedimento? Pochi. Io provengo da una regione – le Marche – dove la dispersione scolastica è bassa, dove gli istituti tecnici e professionali dialogano col territorio, dove tutto sommato il diploma lo si prende.
Ma dico io: in un Paese dove se non hai la certificazione non accedi a nulla, dove i precari storici sono pieni di diplomi e diplomini, si mandano allo sbaraglio – l’apprendistato fa molto retrò – dei giovani quindicenni come lavoratori non specializzati?
Io personalmente credo che con questa norma si siano voluti prendere 2 piccioni con una fava: togliersi di mezzo gli stranieri dalle scuole – che si collega poi ai discorsi delle percentuali in classe – e non spendere soldi per il sostegno linguistico e poi avere braccia lavorative non specializzate.
Che ne pensate?
Un caro saluto
f.
Difficile dire quali siano i piccioni. Può darsi che tu abbia ragione. Che è un tiro al piccione è sicuro.
Delegare la formazione alle imprese, significa abbandonare i “dispersi”.
Non ci può essere “dispersione formativa” (bel conio!), come evidenzia il bell’articolo di Fabrizio Dacrema.
Abbiamo già visto le scuole professionali aziendali. Meglio di niente… ma è un percorso obbligato prematuramente, quando tutto sarebbe ancora possibile.
Temo anch’io che Accattoli abbia ragione.
E’ l’anticamera di una schiavitù non dichiarata.
Grazie a Francesco, Michele, Paola e Valter.
Francesco, mi pare che tu abbia aggiunto un elemento importante. Certamente meno studenti meno spese. E fra gli studenti da tagliare, gli ultimi sono i primi.
Tra questi ci saranno studenti italiani (nei tecnici sono tra il 20 e il 30% gli studenti che cambiano scuola entro il biennio, e tra questi anche italiani); ma sicuramente molti stranieri, appunto, perché non tutti gli stranieri hanno difficoltà a scuola, ma quelli che hanno difficoltà, ne hanno di grandi.
E oltre a risparmiare, espellendo gli studenti stranieri dalla scuola potranno avere manodopera gratis e gratificazione ideologica.
a 15 anni e oltre bisogna andare a scuola. unicamente a scuola. in un luogo preciso, con l’aspetto e i ritmi e i contenuti, adatti o meno che siano, di una scuola. il ragazzo che non è “portato” per lo studio non sarà “portato” nemmeno per il lavoro: con ciò volendo applicare una logica “aziendale”. vuol dire che qualcosa di profondo, psicologico o ambientale, per esempio la subcultura della “vita bassa a 15 anni” (marco lodoli), rema contro. bisogna sottrarlo a se stesso e a chi ne farebbe uno schiavo. bisogna tenerlo in un luogo confortevole, almeno un po’ più confortevole della strada o di un laboratorio in cui è molto difficile che il datore di lavoro sia sensibile ai bisogni umani del ragazzo. quanto meno non ne ha le competenze. l’apprendistato era una cosa ragionevole un tempo lontano in cui l’artigiano passava dei saperi segreti, in cui si trasmetteva amore e passione per un mestiere: era cultura. scomparsi alcuni mestieri è perfettamente inutile e ipocrita pensare all’apprendistato come un’ alternativa alla scuola. addirittura io cancellerei le scuole di tipo professionale perché c’è bisogno di ragazzi che imparino ad imparare in maniera flessibile, non finalizzata.
le proposte, perfettamente di destra, riportano la non-scuola a epoche in cui le condizioni erano radicalmente diverse: per composizione della popolazione, stili di vita, grado di scolarizzazione medio nazionale. è di destra l’accettazione che sul mediterraneo i posti di lavoro qualificati disponibili si avviano ad essere, secondo stime di quindici anni fa, in rapporto 1/5, e perciò bisogna estromettere i quattro di troppo e consegnarli al bracciantato. è di destra non immaginare niente di diverso dal mondo che abbiamo sotto gli occhi. è di destra decidere a priori chi ci sarà e chi non ci sarà in un mondo di privilegiati sempre più privilegiati da una parte, e di nulla facenti-tenebti dall’altra.
non mi fate leggere ste cose, perché ci sto male e sto per entrare in classe e in classe amo essere uno zuccherino.
Immagino voi abbiate visto il filmato mandato in onda da Presa Diretta su Rai3,La scuola fallita. Presentavano anche le scuole private e quanto emergeva erano, per filo e per segno, i capisaldi con cui si erano pensate le classi (i componenti delle classi) come numero adatto ad essere seguito ed incentivato nel percorso di apprendimento. Il fallimento avviene dopo anni di incuria e vessazione dell’apparato scolastisco con decreti e circolari che hanno messo in atto uno sfacelo e un disamore supportato con divizia dai vizi di una classe dirigente che si avvale di gesti e programmi “furbi” più che di una lungimirante programmazione delle risorse e delle intersezioni delle risorse territoriali facendo in modo che la scuola, come diceva poco sopra Lucy, “prepari a prepararsi”. In tutti i settori, tranne quello politico, dove l’approvvigionamento di una poltrona fissa da tenere sotto le proprie natiche anche senza merito è l’unico obiettivo rincorso con tutte le forze da tutte le “forze politiche”,in tutti i settori dicevo la capacità di adeguamento alla diversificazione è la proprietà fondamentale di cui essere dotati.
Queste scelte servono a sbancare, come terra o ghiaia, inerti insomma,o forse in-utili dal loro punto di vista, una popolazione che va gonfiando le sue schiere e forma le nuove masse di cui “un popolo che ha la libertà di fare ciò che vuole” senza l’opposizione di nessuno, di nessun partito, continuerà a flagellare,nascondendo un vecchio nero sotto falsi colori di democrazia detta ma ami praticata. f
Grazie, Gena. Il filmato di Presadiretta è davvero eccezionale, lo linkerò in tutte le puntate di vivalascuola tra le segnalazioni finali, affinché sia sempre disponibile.
Intanto, ecco la novità dell’ultima ora, che arriva il giorno prima dell’apertura delle iscrizioni alle Superiori: anziché 40 classi di Liceo Musicale e 10 di Liceo Coreutico, che avrebbero dovuto essere la novità della “riforma” Gelmini, ce ne saranno 10 e 1:
http://www.repubblica.it/scuola/2010/02/25/news/salta_liceo_musicale-2428886/
E a proposito dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione nell’apprendistato, segnalo l’articolo:
“Un popolo ignorante rende il re più forte”: qui:
http://www.unita.it/news/commenti/95484/un_popolo_ignorante_rende_il_re_pi_forte
Fioroni diceva: “Non li possiamo tenere mica dentro con le catene”, nascondendo il fatto che stavano preparando uno sfascio sulla falsariga di quello attuale…
“Un popolo ignorante rende il re più forte”!
Condivido ciò che avete detto. Grazie.
Aggiungo solo che ciò che mi addolora maggiormente e mi suscita rabbia profonda è l’assenza di ogni intento e volontà di costruire una cultura nei nostri giovani, di preparare la società futura da un punto di vista economico politico sociale e culturale, di incrementare una base di formazione;inoltre il disinteresse e il disprezzo presenti in questo governo,altro che patriottismo e fierezza di essere italiani (padani?)!!!!
Assistiamo ad una distruzione dell’Italia, che resiste comunque ai colpi grazie a quei docenti, che in questo mare magnum di indifferenza incultura arroganza dei nostri governanti e dei loro seguaci più fedeli e affezionati, riescono a trasmettere con competenza coraggio e passione la cultura. Questo “piccolo resto” resisterà? Ne sono certa.
la Cina sta richiamando cervelli dall’estero e sta investendo sulla formazione…(cfr. un articolo di Repubblica della settimana scorsa.
Grazie, Annamaria, avevo perso quell’articolo, ma sono andato a cercarlo. Si può leggere qui:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/18/egemonia-asiatica-nella-corsa-dei.html
Vi si legge fra l’altro:
“In America ed Europa l’ élite della ricerca lotta per trovare fondi nel privato. In Cina lo Stato non fa più mancare nulla.”
Ma chi ci governa pensa alla Cina solo per dire questo:
http://torino.repubblica.it/multimedia/home/23286426