Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.
Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue ed i gridi c’è premura
di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.
E’ un libro chiuso la casa nella piazza –
del mio nemico cancellai la razza:
ora, a chi passa innanzi, tutto tace
su quella sera da bestia rapace.
Più non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano
sul padre, sulla madre e sulla figlia,
purgando il borgo da quella famiglia.
Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:
se ne parlò, nel bar, di quel delitto,
ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.
***
(frottola di don Juan)
E’ la freddezza delle antiche amanti
un corpo d’arenaria allo scirocco.
Mi limito a scostare i grani tra la barba
che il vento infuria al viso, scosto
pure l’aria dal bronzo delle lastre:
vinsi battaglie e guerre e mi riposo
guardando il mare – sapevo navigare
tra carne e nulla, sapevo che davanti
c’era il faro, il dio benedicente il porto,
ora un lago di ferro rugginoso e chiuso
***
(frottola del non più)
S’attiene, ripetendosi, al fiore di quel niente
che fu infanzia gemito ferita,
proclama-invoca un’altra non più vita,
sed rimasuglio di memoria, sprazzi
e morti creduti ancora in giro nel paese…
Cerca, s’aggrappa a un motto dell’inizio,
all’amen incipitario alle sue passioni giovani,
umane, eppure febbri insane al censo
di famiglia, un no che salvi
dagli agguati finali di un qualche dio demente…
Ascoltavo ed ascolto e sono il legno
capace d’affondare col carico pesante,
liberazione alle acque delle madri.
***
(eterna frottola, un po’ mortale, del restare in piedi e dello star seduti)
Sempre, in fondo, il conflitto che si svela
è tra il seduto e chi, in piedi, anela
a un posto in cui a riposo stia la schiena,
avendo, innanzi, più calma per la scena
del mondo da godere, da osservare
non limitandosi ritto ad invidiare
chi in sala già per tempo s’è seduto,
chi del suo culo svelto è compiaciuto.
– Seduto è – dicevano gli anziani
significando il comodo domani
già anticipato nell’attimo presente
anche al più fesso, al più buonaniente…
***
(novella frottola dello stress e dell’asceta in ozio)
Gnostico fui, campai nella Tebaide,
finchè non diedi spazio a certe laide
supposizioni sopra il mondo attivo,
non domino, ne fui anzi captivo.
Sicché partii di là, dalle mie Rocche –
ora in auto in coda alle mie nocche
tamburellanti il vetro non risponde,
nè la gazza al tamburo sulle sponde,
nè le dita sul banco e sul bicchiere.
Ebbi a fuggire, pensa, solo per vedere…


Molto belle e mi pare di sentire un respiro nuovo.
Grazie Enrico, come sempre.
Sarà solo il punto di vista a dar l’impressione che il tempo non passi, o che quantomeno le cose non cambino?
Addirittura brechtiana la frottola “del restare in piedi e dello star seduti”.
Grazie e ciao,
Roberto
efficaci, bravo Enrico, V.
Lette e apprezzate tutte, notevole la quinta frottola. Grazie, Enrico
belle enrico . grazie.
ps: mi dispaice ma non ce l’ho fatta ieri sera, come andò?
Grazie, Enrico, di queste frottole che riprendono antiche saggezze. Di questi endecasillabi sporchi che alle tue rivisitazioni di figure e luoghi incisi nella memoria aggiungono la ripresa di una musica, anche questa, come le parole, antica e nuova insieme. Bello anche il nome: frottole.
la luce dell’immagine
la eco dei miti
la musicalità del verso
la solitudine dell’uomo…
questo sento nella tua poesia.
Complimenti!
grazie_ sono venute su come una sorta di grottesche
“(im)moralità”…