Francesca Giulia Marone (nella foto) racconta la notte di Yukiko ed Elena: due donne non più giovanissime, in procinto di incontrare i loro rispettivi amanti.
Yukiko ed Elena. Oriente e Occidente.
Due universi femminili diversi, forse opposti, visti nei momenti di ansiosa attesa che preludono l’incontro amoroso.
Ciò che unisce, talvolta, equivale a ciò da cui non si sfugge: il tempo impietoso che, passando, lascia segni non dissimulabili su corpi e spiriti.
Massimo Maugeri
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LA NOTTE
racconto di Francesca Giulia Marone
1. Yukiko aveva terminato di sistemare i capelli. Lungamente si era dedicata alla sua tsubushi-shimada e ora rimirava lo chignon lucido torcendo il collo come un cigno.
La luce rischiarava il perimetro della piccola stanza, la lampada aveva una flebile fiammella che resisteva agli spifferi di vento che fischiavano fra il bambù all’esterno del giardino zen.
Sapeva che lui la stava aspettando impaziente. Doveva solo attraversare il giardino interno alle due case e scivolare nel buio della notte lasciando che quel manto la nascondesse agli occhi degli altri che dormivano.
Aveva quella luminosità sul viso che solo le donne nel suo stato sanno portare con grazia, consapevoli della propria femminilità. Il pallore accentuato dal trucco bianco, però, che quella notte aveva passato più di una volta sulle guance ampie, le dava le sembianze di un fantasma.
Quella sera aveva rifiutato l’invito del Vicesegretario al Ministero dei Riti inviandogli una poesia sulla scomparsa del cuculo nelle notti di inverno perché ritirato a piangere sulla sua vecchiaia ai piedi dei monti spogliati dalle tempeste.
Yukiko sentiva di avanzare negli anni e con gesti sapienti curava il trucco del suo viso sempre dedicando qualche minuto in più ogni giorno che passava. In questo artificio di difesa, la nebulosa del mantello notturno le offriva riparo. I suoi amanti non l’avrebbero mai più incontrata alla impietosa luce del giorno.
Il ciliegio non potrà a lungo trattenere i fiori allo stelo durante l’autunno prossimo, quando Yukiko scoprirà un nuovo segno sul viso e non si arrenderà aumentando invano il tempo dedicato alla cura di sé.
Indossò un haori rosso lacca di seta pregiata sopra al kimono, facendo attenzione a non sciupare l’acconciatura.
In piedi si fasciò la vita leggermente ingrossata stringendo l’obi con forza. La natura le impediva di essere bella come un tempo.
Avrebbe voluto portare il rotolo di poesie che aveva scritto per lui, ma il suo amante gliele avrebbe fatte recitare tenendo lo sguardo fisso per troppo tempo su di lei e per leggere avrebbe sistemato la lampada vicino al suo volto.
Colui che recita le scritture deve necessariamente essere di bell’aspetto. Solo se ci dà piacere guardarlo mentre parla può nascere in noi un sentimento religioso puro.
Così pensava Yukiko. Se lei avesse letto d’amore senza essere degnamente bella, nessun sentimento di pari bellezza e intensità sarebbe sorto nell’animo chi la osservava. La bruttezza in certi casi è proprio un peccato mortale.
Con questi pensieri e il ventre che la costringeva a posizioni di equilibrio difficile sugli, sognando le braccia del suo giovane amante, scivolò nella notte temendo soltanto che questa finisse troppo presto.
Era sopraggiunta l’ora del Topo e la mezzanotte era vicina. Desiderava soltanto essere mollemente distesa sul suo futon. Stregata dal buio, amava senza limiti dando tutta se stessa purché il sole non sorgesse mai sul suo volto a svelarne l’incipiente decadenza.
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2. Elena guardava la massa di abiti gettati sul letto. Possibile che quella montagna informe di stracci di mille colori e tessuti non offrisse alcun conforto?
Si alzò dalla poltrona in cui era sprofondata. La luce della piantana di Artemide le investiva il viso come un flash impietoso di una macchina fotografica.
Si accarezzò le gambe. Erano lisce come il velluto di una pesca appena colta. Era sempre stata più che abile nella arte della cura del suo corpo, curava ogni minimo dettaglio e la sua pelle nonostante avesse da poco spento cinquanta candeline era fresca al tatto e duttile alle carezze dell’amore.
I suoi amanti avevano più di una volta elogiato il profumo naturale che emanava anche dalle sue parti più intime. Enzo, il suo ultimo amore, le aveva detto: “Sai di pane appena sfornato, di burro da assaporare con le dita e quando sono al lavoro ti cerco sulla punta di un dito sperando che sia rimasto un po’ di te”.
Elena aveva raccolto in un diario tutte le frasi più belle che gli amanti le avevano rivolto, qualche volta si sedeva e le rileggeva ad alta voce. In quelle parole i minuti si fermavano come cristalli d’acqua nel freddo di una grotta.
In quei cristalli si specchiava e ritrovava ancora un po’ della sua bellezza. Avrebbe voluto portarli al suo amante e leggergli quanto e con quali parole sublimi lei fosse stata amata e desiderata, ma fu trattenuta dalla paura che lui – attraverso quelle frasi antiche – notasse che gli anni erano passati e ne avevano lasciato segno sul suo corpo.
Come sempre, prima di un incontro d’amore, Elena si vestiva con le luci soffuse della stanza studiando l’effetto di un completo intimo di pizzo macramè e di una sottoveste trasparente nella penombra rassicurante.
Sapeva che non avrebbe tolto tutti i vestiti dal suo corpo. Quando talvolta il suo amante l’aveva dolcemente spogliata di ogni indumento, lei lo aveva lasciato fare per poi sapientemente avvolgersi le lenzuola di seta attorno al corpo come una dea greca fa con un peplo prima di un sacrificio.
Elena respirava in ogni fremito dell’amore ma non era tanto distratta da lasciarsi andare a posizioni che avrebbero messo in risalto la perduta tonicità del seno o delle cosce. Inarcava la schiena dolcemente, come un gatto, abbandonandosi languida su un cuscino saggiamente posizionato per spingerla verso di lui e sentirlo più forte fino a morirne di piacere.
Il suo piacere era lo strumento migliore per tenerlo legato a sé, lo soddisfaceva come con un premio regale e soprattutto lo distraeva nel vortice di un sospiro lungo quanto la notte.
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3. Yukiko si fermò qualche minuto in piedi dietro al misù, respirava piano come un pettirosso che voglia prendere fiato prima di volare nei cieli.
Guardò il suo giovane amante disteso sul tatami con indosso soltanto un nero hakama da cui si intravedeva la pelle bianca delle gambe come uno spicchio di luna nel buio, una falce di luce che la spaventò.
“In fondo è solo un altro dei miei tanti amori… non c’è proprio nulla di differente”.
Yukiko doveva aggirare quel piccolo paravento e mostrarsi alla fioca luce della lampada dove il fruscio delle vesti setose e spesse avrebbe aperto un varco per il suo giovane amante.
“Un’altra notte ancora, solo un’altra e che sia la più lunga, la più scura fino al raggio che la stanza dell’amore non vedrà perché sarò già via e lui non saprà mai di questo orrore che mi cresce dentro a deformare l’arco dolce del mio corpo. Non saprà e io sparirò con il finire del buio tiepido”.
Guardò il viso fresco dell’amante e solo dopo innumerevoli minuti si accorse che la pioggia aveva cominciato a battere su di lei. Di traverso sembrava volerla colpire a tutti i costi.
Le vesti del kimono si appesantirono tirandola verso il basso, Yukiko avvertì il trucco colare giù come lacrima d’inverno e cominciò a confondere il rumore dei tuoni con il battito del suo cuore.
Si accasciò come un uccello ferito su un’ala della manica del kimono. Avrebbe mandato, forse l’indomani, una lettera per dire di non cercarla più dal monastero di Ishiyama dove sarebbe rimasta fino al successivo mese della Brina.
* * *
4. Elena aveva indossato un abito di mussola di cotone blu copiativo che le accarezzava le forme senza sottolineare ciò che andava solo suggerito. Gli occhi verdi erano incorniciati con sapiente colore come gemme fra foglie autunnali. I capelli, raccolti in uno chignon fermato da una stella marina di corno bianco.
Elena raggiunse la strada del ristorante barcollando sui tacchi a stiletto che la costringevano ad un’andatura incerta che nulla toglieva alla sua femminilità, anzi contribuiva a renderla più sinuosa nei movimenti.
Si fermò per un attimo a specchiarsi in una vetrina per vedere che tutto di lei fosse perfettamente in ordine. L’esperienza le aveva insegnato che con gli anni doveva alleggerire il colore e far sì che il trucco sembrasse il più naturale possibile, ma questo richiedeva sempre più tempo, in particolare dopo una notte insonne come quella che aveva trascorso.
La pelle ha una sua memoria che andando avanti negli anni ti racconta tutto di te, anche se è sepolto sotto la polvere posata sul cuore.
Elena pensava di aver nascosto bene sotto il fondotinta, e specchiandosi velocemente si ricordò che non doveva ridere troppo quella notte. Non coglieva il perché di quella strana agitazione, eppure Enzo non era il primo, né sarebbe stato l’ultimo.
Forse a inquietarla era l’abitudine che avevano assunto di frequentarsi solo la notte, come i gatti in amore sui tetti.
Elena si ripeteva che Enzo con la sua spavalderia e il suo amore giovane avrebbe potuto proteggerla dalla corrente della vita in cui lei cercava di opporre inutile resistenza, ma sapeva di raccontarsi una bugia, un’altra eterea bugia.
Accanto a lei la vita scorreva in tutta la sua rassicurante tranquillità. Di giorno, Elena, una volta, fra la gente sotto le luci bianche dei negozi dove si compra tutto ciò che è visibile, aveva fatto finta di non vederlo.
Non era quello il mondo in cui Elena voleva muoversi, piuttosto avrebbe preferito morire e rinascere fantasma senza carne e ossa, soltanto impasto di amore e sangue.
Lo vide seduto sull’alto sgabello al bar del locale. Le sue mani grandi a reggere il bicchiere, mentre amabilmente sorrideva alla cameriera dietro al bancone. Erano giovani entrambi, e forse anche la loro conversazione.
Guardava le bocche aprirsi e chiudersi come in un film muto e i gesti cadenzati come accompagnati da musica. Elena avrebbe sottolineato la scena con un pezzo di Al Jarreau : “Wait for magic”.
Leggerezza e tragicità allo stesso tempo, li guardò e ricordò che Enzo non conosceva quel pezzo di Al Jarreau, ascoltavano musica diversa. Probabilmente quella ragazza del bar era abituata alla stessa musica di Enzo. Probabilmente.
Elena restò un po’ di tempo fuori appoggiata a un palo della luce, che sembrava un fascio alieno messo lì per dispetto, per investirle il volto. Faceva male e le guance erano doloranti. Dopo un po’ lo divennero anche le gambe, poi tutte le parti del suo corpo.
Elena si accovacciò sentendo i piedi pulsare nelle scarpe troppo strette. Avrebbe aspettato ancora, forse il dolore sarebbe passato. Quella notte, fredda come lama luccicante, prima o poi sarebbe terminata… forse portando una magia.
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Note:
Tsubushi-shimada = pettinatura gonfia con una coda di cavallo a forma di chignon
Haori = abito corto con maniche usato sul kimono
Obi = ampia fascia di seta alta e rigida che si avvolge al kimono in vita
L’ora del topo = intorno alla mezzanotte
Misù =tenda sottile fatta di pannelli di bambù da cui puoi spiare senza essere veduto
Hakama = ampi pantaloni con spaccatura sui fianchi

Elena e Yukiko , due mondo lontani ma avvicinati dalla ineluttabilità della vita e del suo percorso instabile, tortuoso ma denso di armonia
Bella la forma ed il colore dei personaggi sempre e perennemente sospesi nei sentimenti e nella magia dei gesti e delle parole
Brava francesca giulia, capace in poche righe di destare emozioni e atmosfere di grande intensità
Brava ad evocare mondi lontani ma presenti nel quotidiano di tutti noi
Brava!
Ferdinando
Sono grata a Massimo Maugeri per questo piccolo spazio che ha concesso al mio racconto su uno stimatissimo blog,che amo seguire spesso e la redazione dello stesso.
Ringrazio gli amici che lo hanno letto e mi hanno dato risposta affettuosa su Letteratitudine.
Un grazie speciale a Ferdinando.
certo che non si sfugge al tempo e ai segni che lascia sul corpo..ma forse “la magia portata nella notte e che fa passare il dolore” di cui ci racconta così bene francesca giulia,è nella bellezza che è dentro l’anima e che lì resta per sempre..
in fondo,l’attesa è sempre una speranza…
mi è piaciuto,brava!
Scrittura poetica. Cara Francesca, nella descrizione dei personaggi, nei loro gesti, nei pensieri, hai disegnato un paesaggio dell’anima. Per Yukiko atmosfere esotiche delicate e struggenti. Ad esempio, di paura e dolore parla la rinuncia alla lettura delle poesie dedicate all’amato, quasi che la donna, con lo sfiorire della bellezza, rinunci a esprimere, un’altra bellezza, quella interiore, fino al sacrificio estremo, sparire del tutto, un ultimo atto d’amore.
Atmosfera contemporanea per Elena. Bello l’uso delle luci, quasi personificate, che, se soffuse, possono essere amiche, altrimenti sono impietose: investono, feriscono. Anche Elena si nasconde con il trucco, gli abiti, rinuncia alla parte d’amore diurna, ma capiamo che sparirà anche la parte femminile profonda e notturna. Elena non saprà essere se stessa perchè vive di confronti e di coferme, ormai cristallizzate in un diario. La lasciamo lì, inchiodata alla luce aliena del lampione, con la speranza di una magia che sappiamo è un’illusione.
Mi piace pensare che poi Elena e Yukiko si siano incontrate, perchè per raccontarsi, in maniera differente, la loro scelte, le loro speranze.Ognuno con la sua voce, che tu, Francesca, hai saputo dare alle protagoniste del tuo racconto.Complimenti, davvero!
Certo, il tempo lo si deve prendere a morsi…Che dici?
Un abbraccio emilia
Ringrazio per le belle parole Maria Patrizia,Aureliana per il commento lasciato con tanta cura e sensibilità e sono lusingata dai complimenti di Emilia Cirillo ottima scrittrice.
Grazie davvero.