1 giugno 2010 ore 18 Palazzina Liberty, Mi
Nell’ambito del “Laboratorio “Moltinpoesia”
a cura di Ennio Abate dedicato al sogno
Marina Massenz (poetessa) e Franca Ferrari (danzatrice e coreografa)
eseguiranno due poesie di Marina Massenz:
Due treni e un separé
Stupita per le simultanee visioni
e seguirle entrambe, due sogni
paralleli come rotaie, due treni
nella testa tra cui c’è un separé,
un corridoio di penombra tra loro,
io balzo qui e là con mossastuta
da volpe o giocoliere, con rimbalzi o trucchi,
sono più furba del sogno e del suo fumo
misto incenso e zolfo. Svanisce poi
d’un tratto, non vedo non vedo,
causa saccente maldestro spostamento
scomparso. Inutile ricerca con
spremitura di palpebre invocanti
continuazione. Il corridoio (passaggio
segreto) nella sua apparenza certa e
naturale stordiva con l’inganno
del potere. Io, stupido elfo senza berretto,
mi affanno e sforzo per ritrovare,
mi arruffo inconcludente e, privo
di necessaria lievità, sprofondo.
Svanito lo spettacolo, agio
di libellula che separava
dal giorno dalla sua pesante luce
di fatti e cure. Cera sulle ali.
(Ora un treno avanza e sferraglia,
cigola il treno demodé con fumo
a pennacchio da locomotiva e coda
di vagoni che modellano le curve.
Prudenza e attenzione al non deragliamento,
dediti pazienti al lavoro quotidiano).
*
Bosco nero
I
Punta tacco punta attraverso il Bosco
Nero, scanso trappole buchi e rovi.
Consolazione è la carezza al muschio,
ai licheni, strappo corteccia-zolla
(svellere l’escrescenza nera dal liscio ruggine del fondo)
dal tronco che taglia il sentiero, il passo.
II
Un bosco opaco, paesaggio finito
in sé che riflette il tutto ma lascia
tracce ovunque, sparpagliati sfasciumi
e resti dispersi, mentre uomini
che camminano nell’ombra piegano
la schiena verso il muschio gentile.
(Si teme l’opaco, quando l’immagine è sfocata e i bordi frastagliati)
Umido decoro alla durezza dei
massicci, alla severità priva
di riguardo annunciata da nuvole
fumo che sale dalla pentolaccia
della valle e in breve ci avvolge e stringe.
Ignare le formiche in doppia carovana;
corsie, pesi e direzioni diverse.
III
Qui è la coda del drago, (inutile
attardarsi a sfiorare i cuscinetti
a stella, le felci dai lunghi steli
che poi spandono ricami in foglia), qui
la scossa finale, lo scoppio infame,
squarciata senza scampo questa terra.
Nel corpo la vena sottopelle si
rigonfia ed esplode.
IV
Io metto mattoni in fila, muri di
pensieri e contro-pensieri, vigilo
la notte nello scongiuro, preghiera
sacrilega, mentre i mostri pagani
strisciano sulle assi di legno del
pavimento. Li controllo e li vedo
salire attillati, finte ombre
lungo i muri. Io veglio.
V
Il così naturale doppio nero
del giorno, pare scontato. Altrove!
Altrove devono andarsene perché
li fisserò fino a sopprimerli con
sguardo di Medusa fusi e fumanti,
laser allucinato del mio occhio.
L’orecchio teso poi preavvisa danni
ulteriori. La mano pronta copre,
tra le costole, il centro vitale.
VI
Mi lasciassero finalmente dire:
“Addio mondo” – tra le coltri molli, nel
rallentarsi del sangue il pensiero si
sfilaccia in gomitoli bianchi mentre
moscerini sbalzellano allegri
e lucenti, occhi chiusi occhi aperti.
“Addio mondo” – dico e non dico –
non riesco a prender congedo leggero.
Congedo? Ma l’allarme è generale,
elettrica implacabile tensione.
VII
Se sono di sentinella non posso
salutare, né roccia può sciogliersi
dall’interno come linfa-sangue che
cede e torna alla terra, unendosi
agli umori viscerali e fluidi,
bianche trame segrete. Altra sostanza.
VIII
Ma so la mossa del ladro e viro e
lascio, sulla mezza punta d’un pivot
abbandono la garitta gelata
vuota di me. Senza cartello
