a cura di Franz Krauspenhaar
Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.
Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
A pensare tutto il tempo che io ho perso con la poesia c’è da rabbrividire. Se invece di scrivere avessi fatto un lavoro qualsiasi ora starei molto meglio. Nella mia prima raccolta, Non possiamo abituarci a morire, che miracolosamente trovò un editore che mi pubblicava gratis e con la prefazione di Franco Fortini, c’erano le poesie sul vicolo dove ho abitato sino al 1957. Poesie sui vicoli non erano mai state scritte, io ho provato a riuscirci.
Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
Non odio nessuno; amori letterari? Diciamo stima per certe persone: Andrea Cortellessa, Flavio Santi, Angelo Ferracuti, Eugenio De Signoribus, Massimo Raffaeli, Andrea Cavalletti, Stefano Verdino, Emnuele Zinato e Christian Tito, un giovane poeta che io stimo molto.
Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.
Io penso che la mia scrittura sia insolita, è qualcosa di diverso, può valere meno di 1 e anche più di 10. Tante volte penso che il mio scrivere sia stata tutta una perdita di tempo. Invece di scrivere potevo fare cose più utili a me e al prossimo mio.
Cosa pensi dell’amore? (Rispondi a parole tue.)
Io e mia moglie ci siamo molto amati, rimasi abbagliato la prima volta che la vidi nuda. L’amore è indispensabile anche per la sopravvivenza della specie e per la mia sopravvivenza, non potrei più vivere senza mia moglie.
Pensi che Dio, che tu ci creda o no, è ancora “materiale letterario”?
Io non credo in Dio, dubito molto della sua esistenza, però credo che non possiamo scrivere le poesie senza nominarlo. Io con tutti i miei dubbi ho pubblicato la mia ultima raccolta con questo titolo: L’Iddio ridente.
Sei invidioso?
Non sono invidioso, piuttosto il contrario dell’invidia; ho scritto e pubblicato questa corta prosa: Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell’antologia Poesia e Realtà di Giancarlo Majorino è quell’essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent’anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche la croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le “ali illuminate”, perché è questo essere insieme la prova dell’epoca, devono riuscire a vivere insieme gli albani con i serbi, i turchi con i curdi, i palestinesi con gli ebrei, devono smettersela di vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono, perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta “siamo tutti figli di madri”, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell’essere insieme come quando ero in quel reparto, io italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati, eppure eravamo insieme e fummo insieme per decine d’anni continui. Ero insieme a tutti voi con le nostre tutte, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno ad uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato, urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicali e dei metalli pesanti, metallurgiche, a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi in tutto ma eravamo insieme nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l’essere diversi però fraternamente.
Preferisci una notte d’amore stupenda con il partner ideale o una maxirecensione di D’Orrico?
Ho 80 anni e 6 mesi, ho un cancro alla prostata, penso a tutto meno che a ipotetiche notti d’amore. Certo una recensione importante mi farebbe piacere, però io le recensioni non le ho mai chieste e non so chi sia D’Orrico ed evito come la peste i premi letterari…
Non si puo’ mai sapere… Cosa pensi del Nobel della Letteratura a Bob Dylan? Sei favorevole o contrario?
Di un Nobel a Bob Dylan non penso niente, non so neppure chi sia.
Da un punto di vista estetico ti sembra giusto che lo Strega l’abbia vinto Pennacchi e non l’Avallone?
Non conosco Pennacchi e neppure l’Avallone.
Progetti per il futuro?
Un nuovo romanzo da terminare nel prossimo autunno e cercare un buon editore.
Luigi Di Ruscio, nato nel 1930, residente ad Oslo dal 1957.
Poesie
1 ) Non possiamo abituarci a morire. Prefazione Franco Fortini,
Schwarz, Milano, 1953.
2 ) Le streghe s’arrotano le dentiere. Prefazione Salvatore Quasimodo,
Marotta, Napoli, 1966.
3 ) Apprendistati, Bagaloni, Ancona, 1978.
4 ) Istruzioni per l’uso della repressione. Presentazione di
Giancarlo Majorino, Savelli, 1980.
5 ) Epigramma, Valore d’uso edizioni, Roma, 1982.
6 ) Enunciati, a cura di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell’arancio,
Grottammare, 1993
7 ) Firmum, peQuod, Ancona 1999
8 ) L’ultima raccolta, prefazione Francesco Leonetti, Manni,
Lecce 2002
9 ) Epigrafi, Grafiche Fioroni, Casette D’Ete, 2003
10) 15 epigrafi con dedica, Battello Stampatore, Trieste 2007
11) Poesie Operaie (raccolta antologica) EDIESSE, Roma 2007
12) L’Iddio ridente. Prefazione Stefano Verdino. Editrice Zona
Narrativa
1) Palmiro, presentazione Antonio Porta, lavoro editoriale, Ancona,
1986
2) Palmiro, (seconda edizione) 1990
3) Palmiro, (terza edizione) Baldini&Castoldi. 1996
4) Le mitologie di Mary, Postfazione: Mary B. Tolusso, Lietocolle,
2004
5) L’Allucinazione. Edizioni; “affinità elettive” CATTEDRALE 2008
6) Cristi Polverizzati. Prefazione Andrea Cortellessa, Emanuele Zinato,
Angelo Ferracuti, edizioni: fuoriformato
7) La neve nera di Oslo, prefazione Angelo Ferracuti, edizioni EDIESSE


Un grande Di Ruscio 🙂
Siamo noi uomini che esaltiamo altri esseri umani, e li facciamo diventare quelli che forse neppure loro si sognerebbero mai di diventare.
Così ognuno di noi ama, scrittore o poeta o musicista, quello che sente più vicino alla propria sensibilità.
Vedi qui, Di Ruscio ignora Bob Dylan …pecca? no, e perché? Mica è obbligatorio conoscere tutti o apprezzare tutti, o, peggio, apprezzare quanti hanno l’assenso dei molti.
Di Ruscio un grande per molti, per tutti? non saprei …dipende sempre da ‘chi’ lo legge, e ‘cosa’ ricava dalle sue letture.
Un grande saluto a Franz e un grazie per l’intervista. Un caldo augurio a Luigi Di Ruscio per la sua salute.
Sempre un grande piacere leggere Di Ruscio, sia in poesia che in prosa o che risponda a domande. Unico.
Liliana Z.
Bob Dylan non è proprio tutti…
Quando moriamo diventiamo tutti. Ottima l’idea di Franz, e l’esecuzione.
Una bella iniziativa queste Pro/vocazioni.
Per il resto concordo con Liliana.
Un saluto.
apprezzo molto di ruscio, il suo modo di scrivere, ancora di più il suo modo di essere, tuttavia mi è sempre sembrato che, se prima, quando c’era la classe operaia e chi si proponeva come rappresentante della stessa, un “poeta operaio”, una specie di monstrum, poteva essere “spendibile” come qualcosa di organico all’ideologia dei tempi e allo stesso tempo come qualcosa di eccentrico e alieno, ora, in tempi lutulenti e apparentemente senza ideologie, rimane soltanto l’aspetto alieno. e luigi mi sembra trattato come tale, da alieno, dai critici che, se proprio non lo snobbano bellamente, ne scrivono con una bonaria condiscendenza, una specie di razzismo al contrario o, quando va bene, ne scrivono come spinti da un riflesso pavloviano radical-chic post-post-comunista.rimane tuttavia l’opera e l’uomo…
quello che dice dome è abbastanza terribile e penso sia, purtroppo, vero, non solo per di ruscio. in quest’epoca fangosa è un po’ difficile orientarsi e cogliere il valore “in sé” di un autore, di un’opera. un tempo si poteva almeno sperare nei posteri.
bella la personalità di luigi di ruscio, uno che se ne sta “fuori” senza ostentazione, uno che scrive perché gli è toccato in sorte di scrivere e a ottant’anni non sa propriamente perché l’ha fatto, sa solo di averlo fatto. non so se è nostalgia, romanticismo da retroguardia, attardatissima utopia alla tommaso moro: ma guardando al passato relativamente recente credo che, almeno per questo paese, chi “ci” ha rovinati siano stati gli intellettuali puri. quelli che accanto allo scrivere hanno voluto-dovuto fare altro, e magari un brutto mestiere, e magari emigrare, ecco, queste mi paiono voci di una qualche possibile salvezza.
grazie, franz.
Ne approfitto per annunciare il prossimo romanzo di Luigi, Diario di un poeta estremo, a ottobre per Senzapatria.
Ciao, Luigi. Belle risposte.
O poeta é um fingidor.
Le domande… (le domande?)
Mi piacciono queste risposte. Mi piace uno che dice di non sapere chi sia Bob Dylan, che ha perso un sacco di tempo scrivendo. E’ uno vero. E mi piace la sua prosa breve.
Risposte di un onest’uomo
Risposte che vengono da un remoto luogo della mente,
da molti abbandonato,
da posti lontani
ove il baillamme e la canea “letteraria” non parlano.
Bello tutto.
A Luigi Di Ruscio,
poeta dell’essere insieme:
“… è quell’essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent’anni…”
Grazie a quest’uomo che non teme di rivelare se stesso con ruvida lucidità. Lontano da Pennacchi e Avallone, o da sindromi posturali di estinti/distinti intellettuali.
*
@A Franz: bella iniziativa, questa, perché costringe alla sincerità:-)
Nina
Prima un pensiero in un certo senso “fraterno” a Di Ruscio, e tanti auguri per i suoi problemi di salute. Poi volevo dire che condivido in toto il discorso di Dome, e ricordo che Biagio Marin, quando lo definivano un poeta dialettale si incazzava, giustamente, perché sentiva di essere “solo” un poeta che, per “caso” si esprimeva in dialetto; e che Patrick Cavanagh, che Heaney nomina come suo immenso maestro, fu definito riduttivamente e sbrigativamente, dalla critica del tempo “poeta contadino”, osteggiato e tenuto ben distante dalle accademie, neanche le sue scarpe puzzassero di stalla, e ora si scopre invece che fu un poeta magnifico. Anche qui, anche ora, questo sospetto verso chi arriva alle lettere da percorsi diversi dalle aule di studio, è ancora presente proprio come un atto ingiusto e ingiustificato, se si va a leggere la storia di ogni letteratura.
Con affetto. Fabio
chissà com’è ma quasi tutto quello che dice franzin, che saluto con stima e affetto, lo condivido. grazie per i bei commenti, penso che abbiamo iniziato con un poeta “vero”. un saluto di stima e affetto a lui, luigi.
Di Ruscio è un grande, sempre, nell’antagonismo come nell’anticonformismo. Il rischio è che diventi una sorta di piccola icona, un maestro in ombra, mentre la sua lingua mercuriale e meticcia è quanto di più incoercibile e al contempo dinamica, inarrestabile.
di ruscio è strepitoso, anche in queste risposte. ho appena finito il suo ultimo libro “la neve nera di oslo” che è splendido