Lutz Seiler – Da La domenica pensavo a Dio, Roma, Del Vecchio Editore, 2012
Il volume, a cura di Paola Del Zoppo, presenta una scelta dell’intera produzione poetica di Seiler, dalla prima raccolta berührt/ geführt (toccato/ portato) alla più recente im felderlatein (nel latino dei campi). Di seguito, due poesie tratte dalla raccolta e un brano del saggio di P. Del Zoppo Odore di poesia, che esplora tematiche e ricorrenze della poesia di Seiler.
—
aranka, solo il nome
fragile, un fruscio
nel legno, dai suoi piedi
la meccanica del paesaggio
un rumore
di spazi verdi, sentieri battuti, come un
cespuglio spoglio corre a casa
sui suoi rami, così
lei superava i nostri pensieri, aranka
in ciabatte, i polpacci, aranka, che
dagli incavi delle ginocchia cantava, sul carro
i pugni, tra i secchi, aranka
solo il nome fiuta pane
& resti di cibo – come
corpi d’angelo scacciati
in fuga, così lei tirava
il suo carro in mezzo
all’erba tra le stanghe del bucato, «sì
la schälerelli, lei…
ha mangiato anche la merda
per due marchi» – chiedevo
dove, aranka, si spostava il tuo peso
quale sussurro o quando
cominciò il vuoto nelle nostre voci,
zampettio, balbettio & intorno
al balbettio
palazzi & ombre crescevano
come bestemmie, in cui
noi, bambini, messi a dormire
con un cucchiaio di alluminio in bocca
con un martello di gomma nel pugno; ma
aranka, da te
neanche un’unica parola. solo
lucidi grassi, succhi di
decomposizione, solitario
il tuo carro puzzolente nel buio, il suo
fischio roteante, così avanzavi tu. la ruota
zoppicava
& girava intorno alla casa
delle nostre tristi origini;
aranka. la notte il suo sguardo ci coglieva
sotto le coperte, il suo sdentato oh
dài, dagli incavi delle ginocchia
cantato, cento volte
lo stesso canto: aranka
solo il nome –
secca burrasca di passero tristano,
raccattato & morto di fame nella
cabina elettrica… aranka, una volta ancora:
perdona!
—
la prima tenerezza
le ombre invecchiate presto, ma noi
ricordiamo: verso casa, solitari
nel semplice andare
accogliamo silenziosi contorni
passo dopo passo. Poiché
le ombre, all’inizio
piccole unità nere
valùta per cui
l’artefice interruppe
la sua opera. una
volta o l’altra si allungò
premuroso in giù & carezzò
la vuota linea squamosa. solo LUI
ha puntato così
dolcemente sulla nostra fronte: redenzione
& il di lei lungo pensiero comincia
all’attaccatura dei capelli,
la prima tenerezza del mondo. con lei
ogni oscuro cono, ogni
eccesso ci germoglia come lanugine
dalla testa, appena nati
pensava l’artefice
& lo traeva in avanti
& lo piegava per bene
& adagio lo riponeva
giù sulla schiena, molto giù
nel destino delle vie di lampioni. prima
correvamo alla nostra ombra
alle spalle & lui cadeva
sulle punte dei nostri cappelli di lana
inerme nel nulla. ma oggi
ricordiamo:
semplice andare, luce elettrica
& qualcosa alla fronte
se in piedi
sotto un lampione
(Trad. di Paola Del Zoppo)
—
Odore di poesia
La musica della lingua di Seiler si svela in tutta la sua intensità nel canto dedicato alla bella Aranka, che canta dagli incavi delle ginocchia, figura tratteggiata da Seiler anche nel racconto Il bacio sul cappuccio (in Il peso del Tempo, Del Vecchio Editore, 2011). Il canto lascia affiorare ancora una volta il mondo dell’infanzia ed evidenzia la frustrazione dell’io, che vorrebbe entrare in contatto con un mondo che va oltre il suo, limitato ai cortili del condominio e della scuola, «bambini, messi a dormire/ con un cucchiaio di alluminio in bocca/ con un martello di gomma nel pugno; ma/ aranka, da te/ neanche un’unica parola»23. Il giudizio e il modo di considerare la bella Aranka, distante nei modi, sono avvertiti come soprusi, e nel richiamare alla mente un altro episodio di infanzia urla al termine della poesia un invocazione di perdono non per una colpa in particolare, ma per tutte le colpe che sente proprie: «secca burrasca di passero tristano,/ raccattato e morto di fame nella/ cabina elettrica… aranka, una volta ancora/ perdona!». Passando per gli schizzi africani del disegnatore Bodmer e il richiamo al viaggio americano di Ezra Pound l’io compone un’autobiografia spirituale (e il vocabolario si arricchisce ulteriormente di termini legati alla sacralità) che giunge all’attestazione del livello metapoetico in uno dei componimenti più interessanti: la prima tenerezza, in cui si narra della nascita e ri–nascita dell’io sfiorato dal soffio di un artefice. La penultima sezione, cui Seiler dà il titolo inventur, procede alla definizione dell’io. Il titolo della sezione e della poesia in essa contenuta richiama immediatamente alla mente la più famosa Inventur di Günter Eich, in cui l’io si percepiva ridotto agli oggetti di uso quotidiano, e l’oggetto più amato, usato più spesso, era una matita: «Tags schreibt sie mir Verse, die nachts ich erdacht», «di giorno mi scrive parole, pensate la notte». Inventur è una delle poesie simboliche dell’ora zero, del bisogno e della volontà caparbia di riconoscersi nel reinventarsi. In Seiler la definizione dell’io è immersa nella creazione della parola, nel rammarico per la difficoltà nel riconoscere le convenzioni, eppure esprime la forza e l’orgoglio per la propria esistenza: «sto solamente seduto qui come/ scritto da me stesso, matita su/ carta. batte l’orologio a gas, si beve/ forte per fissare questo testo & si ha/ nel sangue/ l’interpunzione sbagliata».La lingua degli ultimi componimenti, solo apparentemente meno ermetica, sembra rivelarsi nella sua pienezza se sposata al suono vibrante della lettura a voce alta. Le pause, il respiro, restituiscono il sostrato fonico dei testi. Ognuno ha il suo canto, ripete Seiler, cioè “ognuno ha solo un canto”. Ognuno è un albero, e se un albero sta ritto, deve cantare e deve quindi esercitarsi nel suo canto, per rivelarne l’intensità, la profondità, la verità e la bellezza. L’esercizio, la tecnica del canto si apprendono in tempi in cui la memoria non ha piede, e in una vera “madeleine” esemplificata dall’odore delle “polpette turingie” Seiler conclude la raccolta richiamando alla mente l’“odore di poesie”. In una cucina casalinga in cui l’io può guardare la madre cucinare, davanti a un pentolone che quasi richiama un calderone stregato, il bambino impara a recitare le formule magiche, a riconoscerne i segni grafici e soprattutto il ritmo, che viene così costituito a elemento portante della completa consapevolezza poetica: «solo il cucchiaio/ lì a scandire, dondolare & annuire/ sulle pentole di polpette/ & salse turingie, le parole/ prima, i punti poi (anche/ le virgole l’autore non le ha mica/ messe a caso) & poi/ la commozione di mia madre, che/ recitava – io/ in piedi sotto la porta della cucina, imparavo tutto questo/ da lei: prima senza intonazione/ poi con»
(da P. Del Zoppo, Odore di poesia, in La domenica pensavo a Dio, Del Vecchio Editore, Roma 2012)


un grande autore (e un grande editore)