di Augusto Benemeglio
1.O mio cuore antico
Rocco Scotellaro è morto sessant’anni fa, a Portici, il 15 dicembre 1953, di notte, con un turbine negli occhi, un temporale sulla fronte e uno schianto terribile nel cuore,un rantolo breve e definitivo su un letto non suo di camera in subaffitto, ha reclinato il capo come un toro mortalmente trafitto dall’ultima estocada con la spada piantata fino all’elsa e le banderillas all’infuori. Se ne è andato a soli trent’anni, presagendo la sua fine ( “ O mio cuore antico, / topo solenne che non esci fuori/ sei giunto alla fine del tuo cammino” ). Era nato novanta anni fa, nel 1923, a Tricarico, piccolo centro della Lucania, terra nera di precipizi con un torrente che delira nel ventre . Era un poeta, un poeta vero pieno di scintille. E il suo cuore gli ardeva nel petto come dentro un cratere, e nei suoi occhi neri c’era un’ alba viva. Ma era anche fragile come un giglio,un fanciullo che non conobbe mai l’amore di una donna vera. Scrive Fortini che visse di forti contraddizioni sentimentali. E sociali. Infanzia-maturità, figlio-genitori, partenza-ritorno, sottomissione-rivolta, paese-nazione, piccolo mondo contadino-grande mondo moderno. Percorse i giorni come nubi perdute, gli navigava nel petto un’onda da giaguaro e una solitudine infinita. Contrassegnò tutta una lunga stagione di fuochi e di speranze. Sindaco a vent’anni, occupò le terre coi suoi contadini nel ’49 e l’anno dopo fu arrestato e incarcerato, per false accuse. Poi fu liberato. Ma per lui fu uno straccio e un coltello, il cuore cominciò a sanguinare . La vergogna, l’umiliazione lo segnarono per sempre. E infatti morì poco dopo col cuore crepato. Nel suo sogno di vento e lotta al buio, di boscaglia verde e bianca, era entrata l’aria fetida della calunnia, la pietra viscida dell’ingiuria, la serpe dell’invidia e della gelosia gli si era annodata alla gola. E l’uccisero. Fu uno dei tanti poeti – spesso oscuri – che viene impiccato ad un albero del nulla ogni giorno da tutti gli immondi governi del mondo. E il suo cuore antico scoppiò come un palloncino. Ne rimasero solo i lembi.
2.Chi era Rocco Scotellaro?
Ho chiesto in giro, come sospeso in una gabbia, sospeso in un’immagine, in una pausa di me stesso, senza sapere più chi ero, stella errante , senza un’orbita : Chi era Rocco Scotellaro? E mi rispondeva un’eco distorta con gli stessi nomi, gli stessi volti, le stesse facce tristi e vacue, malate dei contadini di Levi, lo stesso destino mascherato da libertà, lo stesso gioco, le stesse regole in cui nessuno vince in quel vorticoso delirio di un dio speculativo, di un uomo divenuto dio balbettante. La storia è un infinito andirivieni senza inizio e senza fine, il solito immondezzaio. Là le parole sono senza suono e non fanno ombra, non lasciano scie. Ho chiesto ai pescatori, agli infermieri, agli impiegati, ai commercianti, agli edicolanti, ai militari, ai professionisti, e infine ai professori e agli allievi dei licei e delle scuole medie, ho gridato come un ossesso: c’è qualcuno di voi che conosce Rocco Scotellaro, il poeta! .
Il risultato è stato incredibilmente sconfortante. Non lo conosce quasi nessuno. Eppure è forse l’ultimo vero autentico poeta meridionale, un poeta impegnato nel civile, che rappresenta un modello culturale che va al di là di ogni retorica o di ogni forma di discussione accademica, di natura anche storica. C’è infatti in lui un intreccio di significati che non sono soltanto etici e letterari, quali la visione antropologica, la Lucania, il folklore, gli usi, costumi e tradizioni, il Mediterraneo immenso patrimonio di tutti i poeti meridionali. C’è la storia che diventa tempo e il sentimento del tempo che cuce la memoria dei giorni. E c’è, naturalmente, il dramma dei cafoni, materia prima, combustibile ideologico e politico fatto di fatiche sudori attese e speranze, che Rocco riesce a trasformare, trasfigurare, in una nuova epica del lavoro e delle tribolazioni dei poveri, e lo fa con strumenti essenzialmente poveri, immagini naturalistiche efficaci e dirette, rime facili e lessico contadino….
3.Rocco il Messia
E poi c’è l’insegnamento di Carlo Levi, il suo mentore, il suo grande amico del nord, che spronava i meridionali a tirar fuori orgoglio, la grinta, l’amor proprio, non piangersi addosso, rimboccarsi le maniche, darsi da fare, con entusiasmo, passione, costanza, in un mistico affratellamento. Lottare, insomma, per rivendicare una nuova qualità di vita, anche esagerando ,magari , quando tutto sembra coalizzarsi contro i poveri: il potere sociale politico economico e religioso, e lo stesso Stato che anziché un padre, sembra un bieco oppressore dei deboli e dei poveri:” Io sono italiano, ma l’Italia è mansionata da infami, ladri e barbari; gli enti e gli uffici mi hanno riempito di dolori e io ho affrontato la sorte menandomi all’avventura in quest’aperta campagna pure essendo grande invalido con un infortunio subito per difendere la mia Patria…La Patria!…Andai dal prefetto, non mi volevano ricevere allora mi buttai a terra e mi coprii della bandiera tricolore e rotolandomi nel corridoio gridavo : – Mamma mia che puzza!, che marciume!, non si resiste … Rifacciamo la costituente ,ricostituiamoci in piena regola da italiani, da estirpare i vari ceppi e farne carbone…. Il Maresciallo mi disse: “Così vai in galera” ed io risposi: – Chi se ne frega ,più scuro della mezzanotte non può essere quando io sto lottando l’oscurità dell’una e un quarto … Ora siamo nel secolo dei nobili ignoranti, pieni di beni e di vaste comodità usurpate ad un popolo balocco e scemo, ed io mi voglio distinguere innalzando la mia bandiera a lutto, essendo la bella Italia ricaduta nuovamente sotto il regime burocratico…Viva l’Italia! … Basta rubare, sarebbe ora di marciare sulla via dell’onore. “.
Questo brano è tratto dall’ultimo libro-inchiesta di Rocco Scotellaro, Contadini del Sud, che lo scrittore non riuscì a completare per la morte improvvisa a cui non doveva essere estranea l’amara traumatica esperienza del carcere, dove era stato tradotto con l’accusa di concussione e appropriazione indebita.Carlo Levi si era battuto come un leone ottenendo che in soli quarantacinque giorni si facesse il processo che scagionò Rocco da ogni accusa per non aver commesso il fatto. Era stato un complotto, una lunga persecuzione, architettata e fondata su lettere anonime e indizi inconsistenti. Era la prova inequivocabile che politici e giudici erano d’accordo, con chi allora deteneva il potere esecutivo, di “farlo fuori” .In lui avevano individuato il pericoloso leader dei contadini, da anni in lotta per la terra (erano i tempi delle occupazioni delle terre, ondata che attraversò tutto il Mezzogiorno) e Rocco era un pericoloso avversario da bloccare ad ogni costo. E il carcere ci riuscì, lo segnò, lo marchiò in maniera indelebile e fatale. Rinunziò al suo reintegrato incarico di Sindaco e smise di fare politica . ” M’avevate ridotto un tabernacolo/Le battaglie si facevano più dure e il capitano era sempre più solo…/ Ora basta, è tutto finito”
Ma Levi non capì, non volle mai sapere nulla dello Scotellaro fragile , sofferto, dolente, drammatico, sempre sull’orlo del baratro per gravi problemi irrisolti anche a livello esistenziale, non volle sapere nulla della sua solitudine e delle difficoltà ad avere un rapporto sentimentale con le donne, paesane o “forestiere” che fossero, nulla della sua impossibilità ad essere felice, (una sorta di autopunizione, o espiazione, per il suo disimpegno politico , o tradimento nei confronti della sua gente) . Lo volle comunque e sempre “contadino-poeta”, personaggio emblematico con i suoi simboli e la sua mitologia . Della poesia di Scotellaro lo scrittore torinese fece un quinto vangelo ad uso dei contadini, e di Rocco naturalmente il nuovo Messia del Sud. Organizzò personalmente il corteo funebre , con il grande antico lamento funebre delle donne lucane, che accompagnarono al cimitero del Basento il feretro di Rocco Scotellaro . Sembrava fosse la morte di un eroe greco, di Ettorre domator di cavalli, il più grande e nobile difensore di Troia, e disse: questo fanciullo dai capelli rossi, questo piccolo uomo del sud, ha fatto in pochi anni uno sforzo intenso e gigantesco, ha fatto quello che non era stato fatto per secoli e secoli. Per questo il suo fragile cuore di poeta contadino ha ceduto. E lui lo sapeva, lo presagiva. Ma subito dopo la sua morte, Mario Alicata e tutti i suoi nipotini comunisti negarono che Rocco fosse il Messia dei contadini , negarono che la sua poesia avesse quel crisma popolare, smantellarono tutto quel che aveva detto e scritto Carlo Levi . E a quel tempo ( ma forse anche oggi) tutto quel che contava, culturalmente, era l’area marxista, erano loro i vincitori della “Battaglia delle idee”.
Ma Rocco era veramente un poeta contadino? Montale dice di sì: “Egli fu come Sergio Esenin o Attila Joszef, due dei più raffinati artisti della moderna poesia europea .Rocco ha potuto lasciarci un centinaio di liriche che rimangono certo tra le più significative del nostro tempo. La voce di Scotellaro è una delle ultime illusioni di poesia funzionale, civile e consolatoria”.
4. Qualcosa stava per accadere.
Certo, rimane a tutt’oggi poeta “emarginato” dai circoli culturali ufficiali e quasi sconosciuto dalle grandi editorie del nord, tirato via come un neorealista dell’ultima ora. Ma anche Levi che l’amava e tentò di farne un mito, un trascinatore di folle contadine, un messia, non riuscì, in vita, a fargli pubblicare nulla . All’Einaudi aveva contro un Pavese anti-terroni e la Ginzburg che, pur non avendo certi pregiudizi , non credette in Rocco. ( “Avevi , Natalia, nome gonfio/ una veletta triste sul tuo viso/. Eri un mondo diverso, già cresciuto” ). Se mai è accaduto l’esatto contrario. Sono stati la Lucania e, in parte, Rocco Scotellaro a dare fama e celebrità a Levi fornendogli il materiale e il lievito per scoprire la sua vera vocazione. E così Carlo Levi, torinese purissimo, viene spesso inserito fra i meridionalisti per il suo Cristo s’è fermato a Eboli, sicuramente uno dei romanzi fondamentali della letteratura italiana e non solo per la riscoperta del Sud.
Ma qualcosa stava per accadere, anzi, qualcosa era già accaduto con Rocco Scotellaro: lui era la vibrazione che si dispiega in trasparenza, la parola che si faceva abbraccio, il sangue che si faceva fiume, il seme che era diventato albero, era deciso, preciso e disperato con l’unica camicia bianca immacolata che possedeva , e usava la penna come uno scalpello, incideva le parole sulle porte delle case, sui lecci e sugli ulivi, e con chiara grafia scriveva le sue oscure verità. Ma ad un certo punto s’arrestò tutto. Bastò che uno dei vecchi stalinisti con la laurea in lettere e la parola “compagno” in tasca dicesse che le sue parole facevano scoppiare le immagini, che non c’era nesso logico, che non c’era spazio rivoluzionario, che non c’era alcuna certezza di proposizione ideologica, non c’era allineamento e armonia coi dogmi del partito, non c’era nessuna prospettiva per l’avvenire. Non era lui il poeta del domani, aveva cadenza crepuscolari, decadenti e qualche suggestione ermetica. E poi troppa rabbia e violenza incontrollata, troppi ahi scorticati, troppa angoscia, e asini e suoni di campane, troppi ponti incendiati a caso. Compagni, nella sua poesia, c’è sì un clima infuocato da viva Zapata, ma roba di roncole e vanghe di un anelito e di un’anima geografica, quel forte e risentito accento aggressivo si appanna, si smorza, si attenua alla prima difficoltà ( leggi carcere) . E poi tutta quella lagna, quel dolore, quella pena, quelle lacrime, i braccianti , gli scialli neri e la morte, roba già vista, roba da Garcia Lorca in sedicesimo. (“Il mio è un paese che soffre/. Qui senti la pena che ti cresce attorno/ qui il dolore è antico e viene da lontano…/Ogni lacrima è nostra / ogni angoscia che viene è antica. /La nostra pena è il tempo .I segni della pena di vivere sono sparsi dappertutto /in questo paese della malasorte: /negli scialli neri delle donne/ che vanno dietro ai morti / nell’abbaiare notturno del cane/ che porta nel grido il segno / della morte vicina , /nel dolore dei singoli abitanti / nei braccianti spersi nelle strade” ) Ma, Signori, io vi domando: che cosa ci dovrebbe essere ancora nella sua poesia civile e “ politica”, oltre il cuculo disperato, la mandria che turbina nell’acqua morta, la novena di giugno, il primo sciopero, i topi condannati, i suoni del mattutino, le maledizioni e la pozzanghera nera del diciotto aprile? Certo non lo zucchero e il miele per tutto quello che non solo lo Stato, ma anche gli stessi comunisti, santi protettori del popolo, non hanno mai fatto per i cafoni del sud. Egli fa una rappresentazione epica del suo paese, un paese sperduto di appena ottomila abitanti che non stava neppure sulla carta geografica, a cui hanno “gridata la croce addosso” i padroni e la stessa natura , per secoli e secoli, e sono rimasti sempre inerti, immobili rassegnati . Eppure lui, il sindaco più giovane d’Italia, riuscì a farci costruire un Ospedale, quando non ce l’avevano neppure città di cinquantamila abitanti. Nessuno prima di lui s’era immerso così profondamente dentro l’animo della gente contadina, sembra un Enzo Majorca negli abissi del mare contadino, un palombaro dello spirito che raccoglie tutto, sentimenti frustrazioni aspirazioni fatica rabbia stenti, marciume e zavorra; e si mette al timone, marcia in prima persona, davanti a tutti, trasporta i contadini, i braccianti, i piccoli, artigiani , i poveri d’ogni categoria, gli ultimi della sua terra, verso quel mondo della libertà che stava davvero nascendo, grazie a lui, che ne era capo indiscusso e guida profetica , e aveva un cuore davvero smisurato…
5. Vide la catastrofe
Rocco possedeva la sapienza arcaica della profezia e vide la catastrofe imminente , vide la fine del suo mondo contadino, ma aveva anche un suo speciale linguaggio, una sorta corpo-lingua , con cui sapeva far fronte a tutto, alle piaghe, alla disperazione, alla morte. Fra squarci di gialli luci e inesorabili, corvi neri, che scandiscono note di morte , gli ultimi cra cra nel grano maturo, tipo i funerali di Van Gogh ( “Scusate se i miei quadri sono un grido d’angoscia, ma questo campo di grano con corvi sarà l’ultimo”) , e voli di acrobati violinisti, spose e mugik ebrei di chagalliana colorata e sinistra bizzarria , Rocco si sentiva poeta non per vocazione, ma per disperazione. La sua poesia fu incisiva come un colpo d’ascia, fu il primo evento veramente giovanile che irruppe nel panorama trito e asfittico della poesia italiana del dopoguerra, fu il primo squarcio di autentica vitalità dopo decenni di compassato riserbo, e fra tanti poeti già programmaticamente nuovi per volontà di Togliatti, Muscetta, Alicata, Salinari, ecco il non allineato Scotellaro, che interpretò una stagione a suo modo unica e irripetibile, e le sue ellissi e i suoi anacoluti restano come la più appassionata testimonianza di una retorica che divenne quasi afasica per troppa voglia di dire.
Levi, il suo appassionato mentore , – anche lui eretico – poteva finalmente dire che Cristo non si era fermato a Eboli . Rocco gli sembrava quasi la proiezione dell’immagine di Piero Gobetti, suo grande amico e maestro… Certo, Levi ne sottolineava le diversità di cultura e carattere , ma entrambi – diceva – sono tesi alla conquista di spazi di autonomia e libertà, fuori di sé, negli altri e nel popolo…hanno una dimensione europea. Ma oggi, a sessant’anni dalla morte, nessuno, alla resa dei conti, riconosce Rocco Scotellaro come poeta messianico, anzi ci sono state – come abbiamo visto – diverse revisioni, che lo hanno addirittura collocato come poeta neorealistico e regionale, altri come uno dei tanti poeti di formazione ermetica – surrealista, che conosceva i maudit francesi e i poeti spagnoli del 1934 e gli faceva un po’ il verso intinto nel folklore contadino.
Ma quanto vale la sua poesia ? Beh, onestamente, non lo so. Però una cosa posso dire : non c’è una sola parola nelle poesie di Rocco che non venga dal suo cuore . E se vogliamo entrare nello specifico aggiungerò che la poesia in funzione di lotta , anzi la poesia “autre”, come dicono i francesi , ovvero quella poesia che sarebbe stata inventata, e osannata, specie in America, negli anni sessanta, quella poesia dal respiro epico e della potenza visionaria e onirica, Rocco l’aveva fatta prima di loro, l’aveva fatta lui, con il suo cervello pieno di sogni e di giardini, e il suo povero disperato cuore, passione e transito, luce aria e tuono, riva senza sponde, quel suo cuore così pieno e denso da crepare a soli trent’anni, a Portici, nella sperduta retrograda provincia meridionale mentre cercava altre testimonianza di vita dei contadini, mentre cercava – forse – di ricomporre i cocci della sua anima dilaniata dal senso doloroso del peccato che contempla da lontano il suo mondo perduto ( “Ho perduto la schiavitù contadina,/non mi farò più un bicchiere contento, /ho perduto la mia libertà”) . Ha scritto un poeta dei nostri tempi (Dario Bellezza): “Rocco Scotellaro é un rimprovero vivente per la poesia italiana , così vuota di senso ormai, avendo imboccato una strada ruffiana e formalista, svuotata di ogni energia e significato , dove la vita è fuggita urlando”
Verrà mai un altro Rocco? No. Oggi non potrebbe mai nascere uno Scotellaro nel Sud…Non c’è più l’humus… Mancano quei valori, quelle spinte ,se vogliamo quella sana rabbia di riscossa, ma è soprattutto difficile trovare un cuore smisurato come quello di Rocco.
Roma, 1 giugno 2013


Rocco Scotellaro? Un gigante…si può solo tacere davanti a tanta passione, dedizione, forza interiore…
FANTASTICA RECENSIONE! Ho trovato tanti miei pensieri su Rocco Scotellaro, che considero un mio maestro.Mi emoziono sempre quando capita un passaggio tra le case di Tricase e la sua terra, tanto simile nei tratti umani alla mia, nella Murgia del SudEst barese. Grande ispiratore dell’ impegno social-politico dell’intellettuale… altrimenti appendesse la sua cetra inutile al ramo di un albero.
Dopo aver ricevuto il presente post via e mail e ho letto solo l’inizio. A parte i versi molto evocativi dI ” O mio cuore antico … ” , mi hanno colpite la seguente descrizione: … ha reclinato il capo come un toro mortalmente trafitto dall’ultima estocada con la spada piantata fino all’elsa e le banderillas all’infuori.
La descrizione della morte di Rocco Scotellaro è paragonata a quelle di un toro trafitto e ucciso nell’arena insanguinata. Non conoscevo quanto sopra, ma quando in qualche servizio Tv sentivo parlare di Rocco Scotellaro nel fondo del mio e cuore e nel sangue battevano come un richiamo antico.
Ebbene, sto scrivendo un libro da circa dieci anni e in uno dei capitolo iniziali, forse il primo, ma devo ancora deciderlo, il piccolo protagonista e voce narrante( o la voce onnisciente, anche questo devo ancora deciderlo. Così come devo decidere se il protagonista, un bambino povero, parla in dialetto napoletano, italianizzato o totalmente in italiano, ma con radici espressamente in dialetto. Il libro a grandi linee è un cantiere da smobilitare, cioè sistemare i ferri e tutto il resto), vive per la prima volta forse il dramma più grande della sua vita.
Avvengono due fatti che lo segneranno nella carne e nello spirito … ha solo quattro anni e per quei tre colpi tra la capa e la noce del collo, dovrebbe morire proprio come il toro a cui la vita conficca spada e banderillas … ebbene, il bambino, pur non avendone coscienza, e non potrebbe averne se non attraverso l’istinto e una grande pressione sterna, il bambino pur ferito e insanguinato, non cede, si rialza e prosegue nel fitto della vita.
PS. Vado di fretta. Leggerò l’articolo quando ritorno e semmai aggiungerò qualche altra considerazione. istintivamente credo che l’articolo dell’autore su Scotellaro sia molto bello ed efficace.
Grazie, ciao.
La poesia oggi dovrebbe denunciare il mondo intorno ai poeti,
proprio come faceva questo grande artista.
Grazie,
ad Augusto che ha recensito tanta bellezza e tante emozioni con il suo tocco da pittore!
Grande recensione per questo magnifico autore a me sconosciuto.
Ernestina Scappaticci.
giusto ricordare il grande Rocco Scotellaro, ma la mitologizzazione della sua vicenda non legittima alcune inesattezze.
Rocco Scotellaro muore di peritonite per asineria medica.
Non defunse vergine in quanto ebbe una travolgente passione con quella che è forse la voce più alta della poesia italiana: Amelia Rosselli, e al cui suicidio contribuì anche l’inconsolabile rimpianto per la morte dell’amato Rocco.
Gobetti non fu il maestro di Levi, ma furono compagni di lotta politica.
Carlo Levi è una delle grandi figure intellettuali del ‘900, e che dava fastidio al circoli degli Einauditi, anche per il suo successo di vendite.
Rocco Scotellaro poeta fu edito da Mondadori nella collana che per tutto il ‘900 ha laureato i poeti. Molto meglio per lui comparire ne ‘lo specchio’ – i cui titoli sono letti dalla cultura internazionale – che essere edito da Einaudi, dove non mi risulta che fosse rifiutato come poeta, forse come saggista, ma il suo ‘l’uva puttanella’ fu edito da Laterza e conobbe alla sua comparsa grande attenzione. Circa la persecuzione dei nostrani piccisti all’opera di Rocco, anch’essa discende da una furiosa lotta sotterranea nel mondo della cultura piccista tra marxisti sedicenti ortodossi e il gruppo di transfughi dal disciolto azionismo, uno dei quali appunto Primo Levi. Lotta condotta contro Levi, ma anche contro i Chiaromonte Lussu … da gente che contava solo per quanto abbaiava, non avendo prodotto nulla di concreto e che quindi non vale la pena di ricordare. Basti dire che i vari Alicata divertivano molto Togliatti, e ci volle la sostanziale ingenuità risentita d’un Franco Fortini per prenderli sul serio. Le loro invettive contro Scotellaro erano un momento dei loro meschini giochi di potere. Ma chi non esiste che in quanto esercita un po’ di potere, che altro può fare?
PF
“Ho perduto la schiavitù contadina,/non mi farò più un bicchiere contento, /ho perduto la mia libertà”
Da quando lessi questi versi, immensi, ho scoperto d’aver scoperto un Assoluto della Poesia. Ed ora, che ho lasciato la Lucania, le sue parole risuonano ancor più forti. Grazie!
Che grande atto di riconoscimento e di amore, Augusto!
Amore per la poesia e per la grande anima dii Rocco che ne era invasa.
Attraverso questa dettagliata recensione-memoria, ho conoscuto più a fondo un Poeta.
Grazie, Augusto, infinitamente grazie!
cb
Grazie,Augusto per averci fatto conoscere un “contadino poeta” che scriveva ciò che nasceva nell’animo
Un altro poeta “oscuro” che grazie a te, Augusto, impareremo a conoscere e ad amare come tutto ciò che ci proponi con sapienza e cuore smisurato, come quello di Rocco,
Grazie Augusto, anche il tuo è un “cuore smisurato”!
Ringrazio tutte le mie amiche del cuore, che – come sempre – sono immensamente generose con me, parlo di Ernesta , Cristina, Vale, M&C, bioraffaella; sono contento di aver ridestato in L.onely grandi nostalgie della sua splendida e irta Lucania; naturalmente concordo con Kingo , Iole e Giulia ( che ringrazio per i suoi entusiastici apprezzamenti), di Transit rimango in attesa che finisca di leggere l’articolo. A Flecchia Piero , invece, devo per forza rispondere a parte.
Caro Piero, cominciamo con la morte di Rocco Scotellaro. Onestamente da quel che so io è morto d’infarto. Le testimonianze sono della stessa sorella Antonietta, che dice: Perché è morto mio fratello ? I dottori dissero che non poteva vivere perché si era otturata la vena principale del cuore …. il troppo lavoro, lo strapazzo , i viaggi , lo scrivere la notte senza mai dormire , forse la carbonella di Irsinia , il troppo fumare ; ah, non si doveva alzare dal letto , doveva rimanere con me , non doveva partire per Napoli!…Del resto lo stesso curatore del libro Mondadori che posseggo io ( dell’83, Franco Vitelli, dice la stessa cosa: Morì a Portici, stroncato da un infarto.
Passiamo all’amore per Amelia Rosselli. Si conobbero nel 1950 a Venezia, e sicuramente ci fu un’immediata empatia. C’erano troppo simmetrie spontanee e immediate che li accomunavano:lo sfondo storico. lui uomo del sud, lei apolide, l’insofferenza e i condizionamenti emotivi di entrambi. Lui era il personaggio-simbolo del risveglio contadino nel sud, lei l’esiliata figlia del martire della libertà ucciso dai fascisti. Rocco s’innamorò certamente di lei ( “Ella luccica in volto come ieri. Sono due giorni che il suo splendore mi turba. Mi sento schifoso a confronto della sua bellezza. È una bellezza intera, perché anche dentro deve star bene”), lei ne parlò sempre con grande affetto fraterno, anche se dopo la sua morte gli dedicò le poesie di “Cantilena”. Non si hanno dati certi che nei tre anni che si frequentarono ( ma si .incontrarono pochissime volte) fecero l’amore, come tu dai per scontato. . Per quanto riguarda l’edizione sono d’accordo con te, Mondadori è meglio dell’Einaudi, ma Rocco si sentì rifiutato e ne soffrì molto. Lo scrisse a Muscetta, a Levi e alla Ginzburg. E non si capisce nemmeno bene come andarono le cose. Ma rimane un fatto che Pavese gli era ostile e la Ginzburg nutriva delle perplessità.
Sulle beghe fra comunisti tu ne sai molto più di me, per cui neanche ci provo a contestare quello che dici.
Comunque grazie moltissime per aver animato la discussione.
Ciao.
Augusto
La cipolla, un tozzo di pane e ‘nu bicchiere ‘e vino
e le lacrime ‘nzerrate dint’e mmane
Il cervello è una sfoglia di cipolla.
Lo scarto è l’odore del dolore.
La cipolla è l’amore che piange.
La cipolla è la leva del pianto.
L’uomo nasconde le lacrime,
e la cipolla lo denuda
negli occhi di ogni nascituro.
La virtù più grande della cipolla
risiede nelle sfoglie. Ne togli una,
poi un’altra e così via, e lei, resta
muta. Il cervello umano tolta
una sfoglia di cipolla può impazzire.
Per il cuore umano una sfoglia è
un figlio che dilegua tra le braccia,
anche a centinaia di km distanti;
un amore catturato dalle luci;
una speranza senza gambe in cui
sognare; il viso di un bambino, il cui
sorriso è condanna del presente.
Ci sono vite come sfoglie e prima
che giunga il loro pianto, navigano
nel pulviscolo del sole che regge
l’universo. Ma tra stelle, mondi
silenti, chi è ca sta chiagnenno?
La morte di Gobetti ‘o piemontese.
Sentite,ma allora Gobetti è muort’ inutilmente?
Nun ce simmo ‘mparate niente d’e parole
e l’esempio ‘e chist’ommo? Si dice ca ‘o popolo
tene cose cchiù nicessarie ‘a penzà. Si, è overo.
Ma pure ‘na vota ce steva a famme e a miseria.
E ccose nun songo maie accussì luntane.
Si ce pienze, allunttanà ‘e ccose, è n’arte:
ll’arte di ingannare a chi nun tene sant’ ‘mparavise.
Ma ‘o popolo tuocchece ogni cosa ma mai i santi.
Annanzo ‘a ll’uocchie vedo ‘a Mussolini:
fa ‘a vaissa dint’o Parlamento cu ‘a
Boldrini, dichiaranno: Mò vi dò una chicca.
Sarà eletto Prodi con i voti di Cinquestelle.
Ma allora Gobetti è muort’ inutilmente
si suppurtammo ‘na ‘nzevata fascista
comm’è chesta chiazzera ca se vanta nun sulo
‘e fà pronostici sbagliati, ma se vanta di avere
l’orgoglio del suo cognome: ‘o nomme ‘e un fucilatore.
Caro Augusto,
prima di postare quanto sopra, ho letto il tuo articolo-recensione, se mi lasci passare la doppia definizione, ma voglio e ho bisogno di rileggere quello che hai scritto su Rocco Scotellaro. Quando si scrive pane al pane e vino al vino la cosa mi piace assai. A più tardi.
Ciao
Caro Augusto,
circa la morte di Rocco Scotellaro, la notizia mi fu data da Bruno Fonzi, un bravo scrittore del circolo del ‘Mondo’ pannunziano, che ha lasciato un paio di bei romanzi e una raccolta di novelle molto interessante, forse tra le più belle del secondo ‘900: a livello Chiara, per semplificare. Bruno Fonzi mi disse che i medici non avevano capito che Rocco era in peritonite. Circa Amelia Rosselli e Rocco: nenach’io posso dire che e se andarono a letto: non c’ero a reggere il lume, ma indiziariamente cosa ci fai con una donna che ami, e soprattutto Amelia non aveva remore piccoloborghesi.
Un cordiale saluto PF
L’articolo recensione mi è piaciuto, anche nella parte in cui si esaminano i rapporti tra Scoetellaro e la struttura della politica culturale dell’allora Pci. A proposito del disinteresse dell’editoria e dei lettori, volevo aggiungere che tra i libri di poesia editi dal giornale la Repubblica Rocco Scotellaro non vi compare. Per quanto mi riguarda, non ho letto nessun libro di poesie di Scotellaro, ma cercherò di rimediare e rubare quanto più posso dal suo lessico.
Commossa. Non so se aggiungere altro serva ma… sono commossa, per quanto amore verso Rocco Scotellaro (e ciò che rappresenta), per la conduzione altamente poetica di questo pagina dedicata.
Quanta bellezza e quanta speranza in essa sai infondere Augusto!
A volte sorrido con gli occhi lucidi quando ti leggo.
Doris
Ricordo un documentario in cui i parenti parlavano con toni strazianti dello spegnersi di quell’astro luminoso che ha rappresentato la presenza di Rocco Scotellaro nella ‘Lucania’ del tempo. Mi colpì molto oltre allo strazio, inevitabile, di parenti ed amici, la loro consapevolezza di aver perso, con il loro caro, qualcosa di grande e insperato: forse Rocco rappresentò, a quei tempi, una speranza inattesa, una epifania che aveva del miracoloso. Mi fa molto piacere che lei ne abbia parlato con tanta partecipazione. Altri grandi misconosciuti meriterebbero ben altra attenzione di quella a loro riservata, ad esempio Leonardo Sinisgalli e Albino Pierro, tanto per restare in Basilicata. Grazie.
Grazie alla mia grande amica, Doris, che è compartecipe delle mie “passioni” per i personaggi ( rimango ancora in debito con te per la modella inglese, ma quando il tempo me lo consentirà ci proverò a farne un profilo), e concordo pienamente con cataldo sugli altri due poeti della Lucania, entrambi comunque non trascurati. L’ing. Sinisgalli, che conosco molto bene come poeta e critico letterario , è stato per me uno dei punti di riferimento dei primi studi, ma in vita ha avuto molte soddisfazioni e riconoscimenti: era uno dei “fulcri” degli ambienti artistici della capitale. Amico di Ungaretti e del pittore Scipione, animava le serate romane. Poi si trasferì a Milano per dirigere la rivista “Civiltà della macchine”, uno dei primi illuminati esempi di letteratura e scienza. Certamente lo conosceva bene anche Rocco, per i suoi miti ancestrali e i primitivismi del Sud. Ha scritto anche prose di notevoli spessore. Io spero di potermene occupare nel futuro, ma credo che ci sia una nutrita bibliografia su di lui. Pierro ,lirico intenso e originale , che è tra i maggiori, poeti dialettali italiani , al pari di un Biagio Marin , pur stimandolo moltissimo, non sono in grado di apprezzarlo pienamente proprio per difficoltà linguistiche..
Leggendo le cose che scrivi (se posso darti del ‘tu’) sono convinto che le difficoltà linguistiche, riguardo a Pierro, sono per te sormontabili… poi dipende anche dagli altri tuoi impegni ed interessi. Sul ‘posto’ occupato da Sinisgalli nella critica concordo perfettamete, essendone io in qualche modo a conoscenza:l’accostamento nasce dalle comuni origini dei tre poeti che ho citato. A ben guardare quella di Pierro era una lingua/dialetto (leggi anche: origini) ‘ritrovata’, dopo un lungo peregrinare e un certo ‘distacco’: si tratta quindi di tre situazioni in qualche modo ‘differenziate’.
Saluti.
Conoscevo soltanto alcune poesie di Rocco Scotellaro, non l’intera opera. Grazie per aver allargato i miei orizzonti con quella bellissima recensione.
Grazie a te, Barbara. Uno scrive anche per quel che tu hai detto, per far conoscere un po’ meglio certi personaggi che lo meritano e che in qualche modo vengono trascurati dalla critica “ufficiale”. Per quel che dice Antonietta (?) Cataldo sono d’accordo sul fatto che la lingua usata da Pierro – volendo – si può studiare e imparare, anche perchè di una vera e propria isola linguistica si tratta ( il tursitano) dove si conserva il neolatino della Basilicata. “Idillio neoclassico, dunque, e tenebra, dice Fortini, la poesia di Pierro vive di queste costanti tensioni, registrando i suoi risultati più consistenti quando l’autore giunge ad esporre la propria timida soggettività di “uagninélle” all’oscura ferita che si è aperta nell’altro io, quello funereo della “morte-accise”, che abita la sua terra di grotte e burroni. Non va dimenticato che Pierro era laureato in filosofia e ha insegnato per tutta la vita appunto storia e filosofia nei licei. Sono d’accordo con te, Antonietta, sulle tre situazioni in qualche modo differenziali. Grazie del contributo. Ciao.
‘Antonietta’ non me lo aveva ancora detto nessuno… su questo non posso che dissentire!
Cataldo Antonio Amoruso
Scusami Antonio….
ma certe volte la troppa sensibilità ci avvicina al gentil sesso…del resto la creatività
è “femminile”…Un po’ di colpa ce l’hai anche tu, e sai perchè? Di solito sono le donne che si firmano con il doppio cognome, invece nel tuo caso Cataldo è un…nome!!!
Comunque… caffè pagato alla prima occasione che ci incontriamo,magari da te, in Lucania.
Augusto
la Basilicata è una terra particolare: è quasi un’isola, che sembra non avere molta cura per i propri talenti. Spesso i suoi autori migliori, sono ignorati in casa (come altrove): Sinisgalli e Scotellaro sono due pietre miliari, sono nella storia letteraria del Novecento. Eppure, sono svariati, e notevoli, gli autori presenti: nessuno qui ha ricordato la Finiguerra, il cui dialetto non è da meno, anzi, forse è più potente di quello di Pierro. Ma ci sono anche Rocco Brindisi e Salvatore Pagliuca, Alfonso Guida e Domenico Brancale: 4 assi. Grazie per il pezzo su Scotellaro, un poeta che ho molto amato.
Caro Manuel,
forse in ogni regione,ma che dico, in ogni nazione, c’è un poeta misconosciuto
che meriterebbe un…monumento, tuttavia – come diceva il saggio Borges, forse
i poeti più grandi sono ( paradossalmente) i cosiddetti “minori”, i più umili, i modesti.
“Il cerchio del cielo misura la mia gloria,/le biblioteche dell’Oriente si disputano i mei v ersi ,/gli emiri mi cercano per empirmi d’oro la bocca,/gli angeli sanno a memoria il mio ultimo zèjel;/ miei strumenti di lavoro sono l’UMILIAZIONE e l’ANGOSCIA; volesse Dio che fossi nato morto” .
Caro Augusto,
condivido pienamente, Borges incluso. Ciao e buon lavoro.