Dopo tanto esilio, di Anna Elisa De Gregorio

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di Giarmando Dimarti

Adultità e fanciullezza

Dopo tanto esilio di Anna Elisa De Gregorio (Rimini, Raffaelli Editore, 2012) si annuncia, sin dalla scelta esergale, come scrittura che predilige lo spazio del confinamento, ancorché esistenziale, e attiva strategie peculiari al suo status ancipite nel quale il noto e l’ignoto coesistono come realtà bifronte.
Su questo territorio insidioso, ove l’incedere quotidiano diviene esigenza di riappropriazione, accampa, quasi a denuncia dell’impossibilità attuativa, la thesis della rinuncia: Capisco che devo voltare gli occhi / e non sapere… (p. 108).
Ma prima che si attui questa sospensione della volontà, in un viaggio che è fisico ed interiore nello stesso tempo, un itinerarium mentis in mundum lo si potrebbe definire, si avverte, nella scansione stazionale della raccolta, una volontà resistenziale quantificata dalla consapevole certezza che ciascuno, volente o nolente, s’avvicina… al paradosso dell’eternità (p.17). Si innesta così una reazione fotovoltaica che non solo si registra sul piano emotivo ma coinvolge pienamente quello linguistico segnato da un registro preciso e persuasorio, senza pause ritmali, dove l’organicità della tessitura attiva una condizione di correlatività dialettica per cui il plus valore poetizzante induce a condivisioni insospettate ed insospettabili. Si è indotti alla partecipazione tensionale da una scrittura apparentemente di routine, ma che si sostanzia di spostamenti semantici evocazionali che giungono all’individuazione di territori inesplorati come: un corpo sperduto nell’alzheimer / riconosce i suoni di un valzer (p.19).
Cade così ogni remora razionale e ci si avvia su percorsi di oscura necessità meditativa, in una lettura tesa all’intuizione primitiva che può giungere sino a le compagne di dimenticanza che fanno e disfano una sciarpa di fantasmi (p.20). C’è il mondo e la sua depravazione psicofisica che il tempo segna in maniera perentoria. C’è il passato che indugia su di una alterità sentimentale, sentita come necessitante, ed un presente dislocato su certezze lisoformiche. Così la sua Carta di residenza, dedicata al nobel Wis?awa Szymborska, poetessa della frammentarietà umana e dell’ironia penetrante, si sostanzia di un cosmopolitismo intellettuale perché neanche il genius loci riesce ad arginare la necessità dei pensieri in fuga (p.106). La conclusione è perentoria: E allora l’unica mia terra è ovunque / trovi parole e lingua per dirle (pp. 106-107), dove il significato agita una sostanza fonematica che ne libera le possibilità significatorie.
Centrale, allora, si annuncia la tematica dell’esilio, tutta sostanziata di adultità sgomenta della propria limitatezza e del consustanziale inesistere, dichiarante una novità emozionale che non giunge mai al rifiuto e al rimpianto, se mai ad una consapevolezza che travalica in un presagito illimite. L’esiliazione nasce nel momento in cui tramontano inconclusi i freschissimi ardori di anarchia (p.91). Tutto finisce per muoversi in una dimensionalità centripeta, per cui anche il conosciuto (luoghi, fatti, persone) diviene, di volta in volta, ri-conoscibile nella sua riformulata identità (La ruota dello zodiaco, p. 102). Evidente risulta il rifiuto dell’adattabilità posticcia e deleteria che può degradarci sino all’accattonaggio: Raccolgo al mattino quello che resta (p.93).
Ossimorica, interviene come elemento resistenziale, una adolescienzialità tutta inverata nella propria intrigante dimensione ancora incontaminata, in quella saggezza non vissuta e non imparata che muove tutto l’arcano della vita incorrotto e atemporale (Esercizi per un’adolescenza, pp.53-56). I residui del poi sono aggiunte posticce, non controvalori esistenziali. Una condizione di “fanciullezza leopardiana” sugellata però da una diversa esperienzialità che può riguardare il passato a giochi finiti (p.56).
La titolazione, talvolta aforismatica, si intuisce come tentativo esemplificatorio della propria emozionalità: la poietazione che ne defluisce è un basso continuo senza alcuna soluzione, per cui inizio e fine risultano combacianti. Anche il topos del treno, reiterato nella chiusa, non denuncia partenze e addii, neppure ritorni, ma rafforza un senso si ubiquità resistenziale, e ci fa essere persone sempre e dovunque. Anche angelicate (Il cimitero di Pietralacroce, p. 36).
E spesso, necessario allo sviluppo fabulatorio, il paesaggio anconetano si libra come un aquilone adulto, come un deltaplano che si insinua nei lacerti dell’aria, sopra i luoghi antonomasici, soprattutto il Cardeto, fino a toccare il cuore dell’Adriatico accanto al quale pulsano i treni su arterie sinuose ed invasive come mostruosi carotaggi: il miracolo della natura si misura e si scontra con il protervo agire umano.
Libro arduo questo della De Gregorio, che sancisce una ricerca dei significati dell’esistenza entro una continua istanza problematica (tutti ardenti di domande / che ci fanno ancora domandare, p.37) in cui lo svelamento più alto è la ricerca di un ubi consistam che la ragione umana ipotizza, ma non riesce a tradurre in concreta fattibilità. Perché ciò che ci è concesso è semplicemente la consapevolezza che ci ammala un male comune / superstiti ancora per poco / e soprattutto per restare dove? (p.37).

Grottammare, 30/06/2013

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