di Guido Michelone
Così, a bruciapelo chi è Giacomo Verri?
Papà di due bimbi e persona curiosa. Amo ciò che è strano e ciò che è raro. Mi piacciono le imprese difficili.
Di cosa parla in tre righe il tuo libro?
Dell’uomo di oggi di fronte alla questione morale della memoria; dell’uomo di oggi stretto tra le fittissime maglie della contemporaneità che illudono, distraggono e nascondono, non permettendo più di avere uno sguardo profondo sulla storia.
Qualche critico ha scomodato Gadda (per lo stile) e il primo Calvino (per i temi): ti senti imbarazzato o in buona compagnia?
In una imbarazzante ma buonissima compagnia. Certo, quelli (e altri) sono stati i miei punti di riferimento; devo dire più Gadda per lo stile che non Calvino per i temi. Piuttosto Fenoglio col suo straordinario affondo nell’epopea partigiana, con la splendida follia di dire l’esperienza di uomini soli di fronte a quei fatti straordinari.
C’è un messaggio (o più messaggi) che il tuo libro vuol lanciare di questi tempi?
La necessità di sapere ancora guardare indietro. Non solo verso la Resistenza. L’intento vorrebbe essere più ampio, l’idea è stata quella di mettere in scena alcuni personaggi di ieri ma che sono anche figura degli uomini di oggi. Mi piaceva l’idea di instaurare un dialogo tra loro, tra ‘noi’ e ‘loro’, per vedere fino a che punto siamo ancora capaci di indagare il passato. Temo il presente, per certi versi. Temo che il presente sia troppo distratto da se medesimo per sapere ancora voltarsi indietro.
Dopo il tuo è uscito Partigia, l’hai letto? se sì, come ti poni verso quel testo?
Purtroppo non l’ho ancora letto. So che ha suscitato diverse discussioni, soprattutto intorno alle parole che Luzzatto dedica a Primo Levi…
Mi racconti ora il primo ricordo che hai della Resistenza e del perché hai scritto un romanzo su un argomento da te cronologicamente lontanissimo?
Alle scuole elementari ho avuto per maestra Nadia Moscatelli, figlia del celebre comandante Cino. Lei non ha mai parlato in classe di suo papà, delle sue imprese, di Resistenza. Tuttavia ricordo che un giorno comparve in casa mia un libro molto grande, spesso, dominato dalla tinta arancione. Era Il Monte Rosa è sceso a Milano, la Bibbia della Resistenza valsesiana, scritto da Pietro Secchia e Cino Moscatelli e pubblicato da Einaudi nel 1958. Qualcuno lo aveva appositamente preso in prestito dalla biblioteca comunale per farmelo vedere, per dirmi che lì c’era la storia della mia valle. Per essere sincero ricordo, di allora, solo il racconto attorno al leggendario Frank Jocumsen, l’australiano, che per un po’ di tempo combatté a fianco dei garibaldini.
Vivi in una zona (la Valsesia) un tempo roccaforte degli ideali resistenziali, ora amministrata da politici peronisti: che dici?
Che probabilmente le sinistre, sempre divise, non hanno saputo, da un certo momento in avanti, comprendere l’evoluzione politica della valle (e quella nazionale), non hanno saputo rinnovarsi, non hanno voluto modificare i propri linguaggi, non hanno saputo contrastare il populismo di chi adesso amministra la Valsesia.
Ti senti scrittore in primis? Se sì, quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare tale?
Mi piacerebbe rispondere di sì, ma sono ancora troppi i momenti e le occasioni che mi fanno sentire molto, molto meno di uno scrittore. Ho voluto provarci, perché mi affascina il tentativo di estrarre, attraverso la scrittura, i visceri di un’esistenza. Ma è un tentativo…
Ma cos’è per te la letteratura?
È l’apertura di mondi paralleli al nostro, tanto simili al nostro da suscitare sorprese grandi come bocche spalancate. Letteratura è lo stupore di dire cose che ci appartengono, appartengono al genere umano, come se non le avessimo mai vedute prima. Letteratura è la scrittura di fatti straordinari attraverso stili sorprendenti. La letteratura per me, non è trama ma è contenuto.
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla Resistenza?
Sarebbe perfino ovvio dire e ridire che Resistenza è stata ed è simbolo di uno scontro importante che venne combattuto in vista di una dimensione pubblica e privata nuova, bella, fresca, mai conosciuta prima del 1943. Sono consapevole del fatto che ci sono anche lati oscuri dell’esperienza resistenziale. E quando mai non ce ne sono stati! E tuttavia mi piace ricordare ciò che scrisse tempo fa Alberto Asor Rosa: “dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono”. Resistenza ha voluto dire entusiasmo, speranze. Ragazze e ragazzi, per la prima volta insieme, a fare la guerra e a fare l’amore. La Resistenza è stato un fatto straordinario, prima che per la nazione, per le singole vite di chi vi ha partecipato. Un fatto straordinario che ormai manca alle nostre esistenze svigorite.
Ci sono altri scrittori – oltre quelli citati – a cui sei particolarmente affezionato?
Beh, il grandissimo Fenoglio, quello delle opere incompiute e inedite, quando ancora era in vita. Ho poi una fiamma accesa per Umberto Eco, per il suo amore verso l’arte della menzogna. Su di lui mi sono laureato nel 2003. Ultimamente mi sto appassionando fortemente a Philip Roth.
E tra i libri che hai letto quale porteresti sull’isola deserta?
Se dovessi sceglierne uno solo, piuttosto non ne porterei nessuno. Cave hominem unius libri.
Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura, nella cultura, nella vita?
Non riesco a individuare dei maestri in singole personalità. Mi piace cogliere quanto di meglio, quanto di più stupefacente posso trovare in tutte le persone che mi circondano, con le quali mi capita di venire in contatto, negli autori che leggo, nelle appassionanti biografie in cui mi sono imbattuto, nei personaggi stessi dei romanzi. Sono maestri, buoni e cattivi, coloro che hanno esercitato in qualche modo il loro fascino su di me, per motivi anche i più disparati: amo di una passione molto antica un pianista come Glenn Gould, la sua eccentricità, le sue bizzarre esecuzioni pianistiche (e non solo), la straordinaria interpretazione che ha dato della propria esistenza. E poi, procedendo a ruota libera e in maniera del tutto disordinata e senza criterio: Fenoglio, ovviamente, opere e vita, la vita che di lui mi sono figurata sul filo delle colline, Pascoli, certi scapigliati, alcuni prosatori degli anni Dieci e Venti, Svevo, Melville, Garcìa Marquez… Troppa confusione?
Qual è per te il complimento bello ricevuto per questo libro?
Ce sono diversi, per fortuna. Ho apprezzato molto quei critici che hanno saputo vedere nelle vicende che narro, nei personaggi che metto in scena, degli uomini e delle situazioni che dicono forse molto di più sull’uomo contemporaneo anziché su quello del 1943.
Come vedi la situazione della cultura in provincia rispetto alle metropoli?
Vedo bellissime iniziative nate, per la verità, soprattutto da associazioni private, da piccoli gruppi indipendenti che organizzano, muovono, mettono in circolo il loro entusiasmo. La cultura promossa dalle istituzioni non sempre è così frizzante, sebbene non manchino le eccezioni.
E più in generale della cultura in Italia?
Anche qui, penso si stia muovendo – tra mille ostacoli e con le cento fatiche – un cuore bello e ricco di iniziative intriganti. Mi vengono in mente le tante imprese, i tanti progetti degli editori indipendenti. Apprezzo chi vuole fare cultura senza per forza rincorrere i grandi numeri, il protagonismo, il sensazionalismo. Mi pare, purtroppo, che spesso la cultura istituzionale ricerchi proprio questo…
Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Il nuovo romanzo – di cui si muovono in questi giorni i primi lenti passi – è ambientato nel presente, un presente eccessivo, abbondante, adulterato, dove a farla da padrone sono gli oggetti, le cose, le collezioni di cose. Il protagonista è un collezionista di prime edizioni del Novecento, un uomo che scorge, ha scorto nell’arte del collezionare una figura delle perfezione, un modello di vita, un indirizzo anche morale. Ma poi si perde; anzi, il mondo di oggi, con le sue infinite possibilità, lo perde, lo annulla, lo annichilisce. Neppure l’amore di una donna che ha coltivato assieme a lui lo stesso appetito per la perfezione lo può salvare.


Interessante
Grazie, Carla!