Viaggio nella poesia di Nino De Vita

De SimoneIl Cielo sull’altura (viaggio nella poesia di Nino de Vita), a cura di Anna De Simone, edizione Il Menocchio, 2013

di Anna Elisa De Gregorio

Perché in questi tempi “sconfinati”, si continua a sentire l’esigenza di scrivere in una lingua puntiforme, meglio, in un dialetto parlato da una manciata di persone “confinate” in un’isola, meglio in un angolo di isola, che ha nome Marsala? Risponde lo stesso Nino De Vita nel risvolto di copertina di questo libro Il cielo sull’altura dalla bella copertina azzurra, colore delle saline notturne specchiate dalla luna: ‹‹…Ritornando a casa, quella mattina, lungo la strada che fiancheggia le saline con i mulini a vento, meditavo – con amarezza, decisamente – su questo arco di tempo della mia vita, che andava, nella sua “parlata”, irrimediabilmente scomparendo. Fu così che progettai di salvare le parole che si erano più logorate. Le parole del dialetto marsalese: le parole che io avevo, nella mia fanciullezza, adoperato. Desideravo conservare le parole e invece si aprì tutto un mondo che voleva essere rappresentato››. Fa eco Salvatore Farlita sulla Repubblica del 31/7/2012: …Carico com’è della vertigine del passato, intriso di oralità e oracolarità, il dialetto è veramente sentito come qualcosa che viene “di là dove non è scrittura, né grammatica”.

Proprio in questa temperie, senza più confini di lingue e di parole, il desiderio diventa necessità. Anna De Simone da tempo ha fatto sua questa necessità curando e pubblicando libri che con il dialetto hanno a che fare, più precisamente, con la poesia in dialetto, cercando documenti preziosi, dando loro un ordine e un senso attraverso un lavoro critico molto severo, portando alla luce poeti grandi o sconosciuti o non apprezzati abbastanza, che scrivono nella loro lingua originaria, quella che viene dalle radici della terra d’infanzia. Per nostra fortuna, ne ha fatto una militanza, una missione.

Ma ancora un motivo in più ha spinto Anna De Simone a curare e raccogliere materiale per questo volume, e ce lo svela la sua dedica: Alla memoria dei miei genitori, alla loro nostalgia di Marsala: il libro è scritto a quattro mani e due anime “isolane”, con le stesse origini, quelle del poeta e quelle della sua curatrice. Un filo li unisce: ‹‹Un filo e il gelsomino/ s’arrampica, fiorisce…››.

Filo che forse ha cominciato a srotolarsi per Anna de Simone dopo la lettura di Cutusìo (il primo libro in dialetto di De Vita), a proposito del quale già nel 2005 scriveva una importante nota critica sulla rivista Caffè Michelangiolo: A Cutusio con Nino De Vita.

La mia attenzione per il poeta, invece, nasce grazie ad una plaquette di Alessandro Fo, Il Cieco e La Luna (sotto titolo un’idea della poesia), edito nel 2003, alla fine di un suo corso. In questo piccolo, prezioso libro Alessandro Fo, nel congedarsi dai suoi allievi, prende in esame una lirica, Martinu, tratta appunto da Cutusìo. La poesia è un breve testo perfetto, scrive Fo, fra le altre cose, che riesce nel miracolo di consentire la visione a un cieco: ‹‹Parlai r’a luna./Eramu una ricina,/’n terra, aggiuccati,/aggiru, nnô jardinu.//Parlai r’u bbiancu/ r’a luna;/r’i màculi nnô bbiancu/ r’a luna; r’a luci/chi scoppa ri nn’a luna./Ascutàvanu a mmia/taliannu ’a luna,/Cc’era Martinu,/’u picciriddu ch’avia/l’occhi astutati,nzèmmula/cu’ nniatri:/stava cu’ a testa calata,/’i manu ncapu l’erva/chi spuntava.//Parlai r’a luna,tunna e a fauci;/r’a mezzaluna;/r’u jocu r’a luna/ chi s’ammuccia nnê nevuli/ e s’affaccia…/ E a ccorpu Martinu/mi firmau./-È bbedda-/rissi –’a luna!››. (Parlai della luna,/Eravamo una diecina;/per terra, accovacciati,/a giro, nel giardino.//Parlai del bianco/della luna;/delle macchie nel bianco/della luna; della luce/che viene dalla luna./ Ascoltavano me/guardando la luna./C’era Martino,/il bambino che aveva/gli occhi spenti, insieme/a noi:/stava a testa bassa,/ le mani sull’erba/appena nata.// Parlai della luna, tonda e a falce;/della mezza luna;/che si nasconde fra le nuvole/e riaffaccia…/E all’improvviso Martino/ mi interruppe:/‹‹E’ bella››/ disse ‹‹la luna!››).

Il Cielo sull’altura è composto di tre parti: quella centrale, il cuore del volume, è occupata da un ricco florilegio tratto dai cinque libri di Nino De Vita e da due poemetti inediti e, per questo, ancora più preziosi; la terza parte da precise notizie biobibliografiche e da una raccolta di stralci critici, articoli, prefazioni di vari autori che di Nino De Vita si sono occupati negli anni (da Giovanna Ioli a Salvatore Ferlita); la prima parte (suddivisa a sua volta in sezioni, tante quante le opere edite) è un finissimo excursus critico di Anna De Simone sull’opera del poeta. A cominciare da Fosse Chiti (fosse di creta confinanti con la contrada Cutusio, dove è nato nel 1950 Nino De Vita). Fosse Chiti è il primo e unico volume in lingua italiana, in un paesaggio fantasmatico, tra casolari chiusi e ulivi secolari, dice Anna De Simone. Protagonista mitico e antropomorfico di questo primo libro, ma direi, anche dei successivi, è, nella sua esagerata bellezza o nella sua crudeltà, la natura, alla quale De Vita porta un rispetto quasi religioso che può ricordare il Tommasino e il suo filo d’erba in Canta l’epistola di Luigi Pirandello. Segue poi, da parte di De Simone, la disamina della trilogia di Cutusio (Cutusìo, Cùntura e Nnòmura). Qui il paesaggio, che pure regna vivo e incontrastato, si arricchisce di oggetti e di personaggi reali, ma che appaiono fuori del tempo, anzi oltre il tempo, sempre più numerosi, libro dopo libro (dalle figure primarie dell’infanzia a quelle dell’età adulta, ugualmente epiche, nel bene e nel male). Epica povera, che indossa i vestiti di casa.

Non mi pare azzardato, scrive De Simone, definire Cùntura, il secondo volume della trilogia di Cutusìo, un libro di fiabe, quindici in tutto nell’edizione del 2003, una più originale dell’altra. Al centro si colloca quella grande favola metaforica e fitta di segni che è ’A casa nnô timpuni (La casa sull’altura). A proposito di La casa sull’altura, vorrei che non passasse inosservato un bel volume cartonato, che porta questo stesso titolo, edito da Orecchio Acerbo nel 2011 e finemente illustrato da Simone Massi. Essendo, forse, un’edizione nata per ragazzi, è stata privilegiata la “traduzione” italiana dei versi di De Vita. Ogni genitore dovrebbe dare ai propri figli la gioia di leggere La Casa sull’Altura dove il protagonista è un ragazzo di tredici anni davanti a una vecchia casa in rovina e alla natura che intorno ad essa vive.

L’ultimo dei volumi (tutti editati da Mesogea di Messina) di cui ci parla De Simone, ha per titolo Òmini, del 2012: Con Sciascia, punto di riferimento etico essenziale per il poeta di Cutusio, suo discepolo prediletto, rappresentato con finezza e verità nel poemetto “Sunnu palori comu linzittati” (Parole lancinanti), sfilano nei versi protagonisti e comparse della letteratura e dell’arte del novecento: Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Enzo Sellerio, Ignazio Buttitta con affetto e con una vena di malinconia. Qui il paesaggio diventa contorno, è “coro” di quel grande affresco che è stata la Sicilia “intellettuale” e dorata intorno agli anni sessanta, quando si respirava un’aria fraterna e vitale, ricca di nuovi aneliti, forse di speranze, pur nella consapevolezza della grande ombra mafiosa, che incombeva su tutto e della fatica del vivere, che sempre incombe sull’uomo. De Vita lascia il “continente” Cutusio per spostarsi nel “mondo” Sicilia, gli orizzonti si allargano, il racconto si apre a nuove strade e persone.

Per finire, torniamo nel cuore di Il cielo sull’altura, nella seconda parte, dove troviamo, come già detto, una antologia delle opere di De Vita. L’attenzione e la curiosità vanno a quei due poemetti inediti, inseriti alla fine, dove gli animali diventano parlanti, come nella migliore tradizione favolistica, metafora perfetta della condizione umana: ’U scòrfanu (lo scorfano) e ’U sceccu (l’asino): cantiche laiche ai nostri “fratelli minori”. Da notare che i titoli dei libri e delle liriche di De Vita sono composti quasi sempre da una sola parola, con un articolo davanti, solo se necessario.

L’asino sembra ricalcare in parte la tragicità mitica del racconto di Anna Maria Ortese sul carrettiere che sputa sulla grande faccia gentile del suo vecchio cavallo; in un rincorrersi di frasi asciutte, perentorie come un comando, in scala ascendente e senza alcun commento da parte del poeta, ci ritroviamo, alla fine del poemetto, spaesati, perduti: ‹‹…Aìsati! ’u cumannau./ ’U sceccu si susiu./ L’omu s’u carricau/fora. Si cci affunciau,/taliànnulu, nnall’occhi./‹‹A Diu!›› e cci sputau/nna facci./‹‹Addinocchiati, cca››/misi a nfutari ‹‹ora,/ravanti a mmia, cca››./ ’U sceccu s’abbassau, pusau i rrinocchia/nna terra./‹‹Rripeti arrè ’i palori chi priannu/ ricisti,’i stissi, chiddi››. L’armalu un pipitiava./L’omu annunca pigghiau/ un nnervu, nturcinatu, cumminatu/ cu ’i bburedda ru toru./ ‹‹Rripeti arrè ’i paroli,/ chiddi chi cci ricisti/a Diu!›› assicunniava./’U sceccu rrispunniu./‹‹Pirdona i me’ piccati››/rissi››. (‹‹Alzati!›› gli comandò./L’asino si alzò./L’uomo se lo tirò/ fuori. Lo puntò,/fisso, negli occhi./‹‹A Dio!›› e gli sputò/ in faccia./‹‹Inginocchiati, qui››/L’asino si abbassò, pose i ginocchi/sulla terra./‹‹Ripeti di nuovo le parole che pregando/ hai detto, le stesse, quelle››. L’animale non diceva niente./L’uomo allora prese/un nervo, attorcigliato, ricavato/ dalle budella del toro./‹‹Ripeti di nuovo le parole,/quelle che hai detto/ a Dio!›› insisteva./ L’asino rispose./ ‹‹Perdona i miei peccati››/disse›).

Un raccontare, quello di Nino De Vita, “bruciato dal salino”, litico, non giudicante, permeato da una profonda pietas che accoglie in sé ogni manifestazione del “vivente”. Che fa intravedere e quindi riconoscere, a chiunque legga, una pasta madre comune, smarrita, della quale sentiamo tutti una struggente nostalgia.

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