Silvio Raffo, Al fantastico abisso

Silvio Raffo, Al fantastico abisso
di Silvio Aman

Capita, talvolta, che fra poeti ci si intenda fin da subito: è questa l’impressione che ho ricevuto leggendo la prefazione di Marisa Ferrario Denna (curatrice della collana di poesia della Nomos Edizioni) alla raccolta di Silvio Raffo dal titolo Al fantastico abisso.

Vorrei, tuttavia, approfondire la citazione di Barberi Squarotti, riportata dalla prefatrice dopo il suo rilievo attorno alla “bellezza del canto” capace di farsi “ascoltare prima ancora che comprendere, in un’assoluta fedeltà ai valori musicali e alla grazia della forma” (D. Menicanti)”.

C’è, infatti, in Silvio Raffo – scrive Squarotti – una capacità notevolissima di cogliere in versi desolati il disagio e la pena della vita”: citazione cui segue la precisazione della curatrice: “ma a questo disagio viene contrapposta una tensione continua all’ascesi” e di E. Gioanola: “un mondo alternativo rispetto a quello della vita banale. La vita di chi veramente non vive, se non di questo miracolo”.

Il fatto è che dall’animo del nostro poeta la desolazione esce ogni volta nelle forme dell’armonia musicale esalata dagli stessi pensieri come il profumo da gigli e rose, e immagino ciò dipenda anche dall’aver accettato di non opporre al proprio destino distruttive resistenze: non a caso il poeta, definendosi “arido interstizio” e “nucleo chiuso” “d’un nodo mai disciolto” apre la prima sezione del libro col titolo La magica angustia.

Fu Nietzsche a scrivere (cito a memoria) che col destino si può lottare, ma poi occorre prenderlo per mano come un bambino, e sempre lui a precisare: Se hai una virtù, questa è tua e non la puoi dividere con nessuno. Beati dunque coloro che, prendendo per mano il destino distillato dalla virtù (diciamo dall’elemento personale dello stile) potranno, come Silvio Raffo, cogliere i frutti dell’amorosa liaison fra poesia e pena senza tediare i lettori come fanno i doloristi, i quali conducono la Poesia sul carro funebre anziché offrirle la lira anche quando piange. Essi, con le loro godute denunce del male (d’altra parte ben noto a chi legge) dimenticano uno degli scopi dell’arte, che è quello, opposto, di alleviare le pene. Ma ascoltiamo il poeta nella seconda strofa della poesia Dipinto nella pietra

Certo mi rivedrò fermo a una riva
a contemplare in forme immote e sole
la grazia nuda della perfezione.
E qualche volto affiorerà dai gorghi
per ricomporre minimi frammenti
d’amorose visioni. Un non disciolto
nodo di tenerezza avrà più forza
di sterili rimpianti: sarò solo,
di nuovo, come l’attimo che scorsi
dipinto nella pietra il mio destino
quando mi rivelò cortese il cielo
che dura l’agonia per una vita.

Potremmo averne l’interpretazione in Giardino chiuso:

La nostra infanzia, quel giardino chiuso
da un grigio muro, umbratile vestibolo
che un sole obliquo aveva addormentato

La nostra muta infanzia, quel confine
che mai non chiese d’essere varcato.

Qualche convinto assertore del passaggio obbligato dall’infanzia all’età matura si affretterà a discutere di mancato sviluppo e regressione, come è successo con la lettura di Giovanni Pascoli (poeta caro al Nostro) senza neppur lontanamente chiedersi se costui non intendesse al contrario scegliere di non crescere… Ed ecco Raffo in Se costeggio voragini:

La mia strada l’ho scelta con rigore,
per consumarvi tutto intero il cuore

Ma come? Attraversole nuziali connessioni di abisso e meraviglia, angustia e magia, fiaba e tempo, specie da parte di un poeta che non ama affatto sentirsi in credito…

Svanire io voglio
come la rugiada
al sole dell’aurora

scrive Raffo in Cupio dissolvi, con pensieri preceduti da Controfigure, dove l’orecchio avverte l’eco degli affini Jules Laforgue, Gozzano, Corazzini, Pascoli, oltre ad alcune poetesse amate, come Emily Dickinson, Emily Brontë, Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Maria Luisa Spaziani…

Dal mio palco deserto in galleria
come da chiuse valve di conchiglia
stupisco all’inconsulto brulicare
di quei fatui fermenti, al cieco grumo
delle passioni che dal fondo premono
la cavea palpitante.
E mi ritrovo
più in certi solitari vagabondi
cui nessuno fa caso: riconosco
nelle tenui prostrate ombre striscianti –
larve, profili di controfigure –
la stessa mia stanchezza, inadeguata
all’inesausto turbine dei vivi.

Pensieri riformulati in Finale

E quando
col sorriso d’occasione
dal bureau polveroso
il locandiere
proporrà all’ospite
di rimanere
quel giorno in più
speciale concessione
ai più vecchi
ai fedeli del mestiere

“no grazie” quieto gli risponderò
“mi porti il conto più presto che può”

Oppure in Commiato, poesia di chiusura di cui scelgo la penultima strofa che con “comparsa” e “farsa” ci riporta di nuovo al teatro…

Ce ne andremo da signori
senza futili languori –
col passo della comparsa
che lascia in sordina la farsa
preferendo la disattenzione
a un discorso di Commemorazione

E per cosa? Per identificarsi con la notturna e fiabesca irrorazione svelata dall’aurora e spenta dal giorno. Qui avvertiamo infatti un continuo ondeggiamento dalla luce all’ombra e viceversa, come in Melisande, giovane straniera giunta da terre lontane che dal suo letto di morte dice:

[…]
Non ho che specchi intorno a me: dal fondo
fulgido e cupo pulsa un sonnolento
scintillio di riflessi, e se protendo
la mano oltre le coltri arde e lampeggia
la penombra iridata di barbagli
per l’anello che il dito mi sigilla.
Chiusa nell’inviolabile giaciglio,
le palpebre serrate, seguo il lento
corteo di luminosi paggi erranti
e trafitta di luci mi addormento.

Perché il nodo non sciolto, nel negargli la quiete sul cuore dell’altro, rende nota al poeta la melanconia, ma al medesimo tempo i “cortei luminosi” dei suoi stessi sogni e la bella illusione degli amori accettati col sorriso di chi se li finge veri, come leggiamo in La terza luna:

La terza luna svelerà l’inganno
che le prime due lune hanno tramato:
che m’avrebbe il tuo amore dall’affanno
e dal tedio per sempre liberato

Ma non sarà temibile sorpresa
per l’anima, disposta già alla resa:
che di credere avevo solo finto
a quei tuoi lampi di fuoco dipinto

mentre chiede alla morte di condurgli una buona volta il vero: “Siamo vissuti di pura illusione. Sii finalmente qualcosa di vero” (Che cos’è la paura?).

Alcune di queste poesie (generalmente composte da endecasillabi e settenari, i dioscuri della metrica italiana, intrisi di raffinata affettività) si avrebbe quasi l’idea ci vengano sussurrate da un fugace danzatore divenuto ironico per non soffrire più… danzatore solitario di un giardino lirico dove, assieme a “brividi” e “sorrisi”, si avverte il profumo funereo dei narcisi neri…

E una volta ascoltate, verrebbe anche da aggiungere che Dopo la lirica (così suona il titolo di una raccolta apparsa qualche anno fa) Raffo resti uno degli ultimi poeti a farci sentire ancora l’ondulazione del sentimento nella modulazione della musica. Ma la sua anima, “astro che un dio ha forgiato al calor bianco”, ha ottenuto come “eccelsa sorte” il drammatico risarcimento di scrivere la propria vita e la propria morte… di scriverli con versi di soave intensità, se unendo soave a intenso possiamo cogliere l’unione ermafrodita e notturna dei due aggettivi (“io t’amo ninfa ascosa / o notte solo mia / vertiginosa” – Alla notte)…

… La tua vita, ricòrdalo, quel dono
negato anche agli dei, l’eccelsa sorte
cui più d’un re sacrifica il suo trono –
tu l’hai già scritta, e così la tua morte…

Così nella prima strofa di Fiaba dell’intertempo, mentre in Atactosanemos si passa a una più forte e vegetale precisazione:

Anima mia sei punta di diamante,
astro che un dio ha forgiato al calor bianco –
sei sorella segreta delle piante
ma la tua linfa ha più salda radice.
Non ti scalfisce il palpito incessante
né il grumo oscuro del cuore infelice

E il Tempo, in The Bitter Kingdom, conforta con toni da inferno dantesco il dubbioso sulle sue capacità di reggere la solitudine, al punto da sentenziare

[…] Ci riuscirai.
E gusta fino in fondo il tuo dolore.
Non sperare di soffocarlo mai.
Non concedergli tregua. Il solo errore
è corteggiare la felicità

Sarebbero dunque la pur agognata normalità (cui il vero artista inclina, secondo le parole di Thomas Mann) coi suoi giornalieri appagamenti a compromettere il desiderio?

e ci parve esercizio deleterio,
di santi e folli eretica esigenza,
la diseducazione al desiderio.

In queste poesie si ha però l’impressione che il desiderio, anziché rilanciato dopo ogni soddisfacimento – per l’appunto parziale – divenga lui stesso la meta. E come sciogliere il nodo, se la meta è il giardino dell’infanzia rimasto per sempre chiuso, fantastica cornucopia da cui escono i fiori della misteriosa Sehnsucht? Potrebbe, tuttavia, resistere l’esile traccia di un sogno nello struggimento: che la propria voce, incline alla voluttà dell’oblio, giunga a sfiorare l’orecchio della Divinità.

L’opera di Raffo contiene molti indizi della propria poetica: una di queste consiste nella lontananza dalla virile e spietata solarità per conservare, come il cerbiatto raggiunto dalla freccia, “il ricordo dell’umile boscaglia” col suo verde crepuscolo…

Nell’alba rugiadosa come un pianto
me ne andrò con il passo delicato
dell’agile cerbiatto che è raggiunto
da una punta di freccia sul costato –

cui vibra come un fremito nel cuore
il ricordo dell’umile boscaglia,
suo solo paradiso e solo amore.

Ma i poeti non sono forse un po’ tutti crepuscolari? E non è proprio nei taciti luoghi di mezzo fra la notte e il dì che è possibile udire le voci coperte dal fragore giornaliero con le insidie del sembiante? Il sentirsi sempre uguali – nell’iridescenza – comporta fedeltà, l’unica legge a governare le nozze fra le parole in poesia: lo leggiamo in La corsa apparente

D’un cammino tracciato
insegui l’apparenza.
ma l’ordito e la trama
sono una sola danza.

Confonde il panorama
questa ambigua evidenza.
Non ti sei mai spostato
dal punto di partenza.

Questo, Silvio Raffo lo conosce molto bene, e se talvolta si offre al lettore con l’animo di uno scettico esteta alla Gozzano è per trasformare la pena in qualcosa di lieve… per redimerla, come leggiamo, suggestionati dalla pascoliana “fiamma c’arda soave”, in La fiamma errante:

Io sono, pur vivo, remoto
dal giorno, dal fuoco incalzante
che al cerchio del sole si avviva

Sono la fiamma errante
che divaga del sogno alla deriva
attratta dalle insidie del sembiante

Silvio Raffo, Al fantastico abisso, Busto Arsizio, Nomos Edizioni, 2011, € 14

Nota
Silvio Raffo, docente al Liceo classico “Cairoli” di Varese e all’Università dell’Insubria, è saggista e traduttore dall’inglese (E. Dickinson, C. Rossetti, E. St. Vincent Millay, O, Wilde, Sorelle Brontë, D. Parker) e dal greco e latino (Saffo, Stratone, Mimnermo, Catullo).

Dirige il Centro di Cultura Creatica “La Piccola Fenice”, attivo a Varese dal 1986 e ha fondato il “Comitato Guido Morselli il genio segreto” e il premio letterario intitolato allo scrittore.

Ha pubblicato in poesia: Stanchezza di Mnemosyne (Premio Cardarelli 1983); Invano un segno; Immagini di Eros; Da più remote stanze (Premio David); Lampi della visione (Premio Gozzano 1989); L’equilibrio terrestre (Premio città di Cariati 1991); Quel vuoto apparente (Premio città di Borgomanero 1997); Il canto silenzioso; Maternale (Premio Salò 2007); Più che la luce mi seduce l’ombra.

Al suo attivo anche diversi romanzi, tra cui: La voce della pietra (Il Saggiatore – Finalista al Premio Strega 1996); Virginio (Il Saggiatore); Lo specchio attento (Studio Tesi); Spiaggia del Paradiso (Marna); I figli del Lothar (Ulivo); Eros degli inganni (Bietti); Giallo matrigna (Robin 2011); La sposa della morte (Robin 2012); Angelici delitti (La Vita Felice 2013).

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