Settanta volte sette

cappella cimitero
di Silvia Angeli

Erano ormai sette anni che Giorgia non faceva visita alla tomba di famiglia: prima c’era stato il rifiuto, poi il dolore, poi l’imbarazzo. Infine la stanchezza.
A una scusa era succeduta l’altra, e pian piano tutti avevano semplicemente smesso di pretendere la sua presenza, anche i morti.
Per lei l’intera liturgia della visita non aveva senso: puzzava d’ipocrisia e pentimento tardivo, nonché di una superstiziosa forma di assicurazione per il futuro.
Nessun rispetto, nessuna devozione. Un mucchietto di ossa a marcire sotto terra, mesi su mesi, anni su anni. In attesa di che cosa? Di una visita, di un fiore, di una preghiera detta a mezza voce?

La maggior parte delle persone è in difficoltà, di fronte ad una lapide: il respiro si fa corto, i movimenti pesanti, la bocca impastata. Le parole faticano a uscire, si pone una cura eccessiva nello sceglierle.
“Pare d’essere di fronte ad un tribunale, più che altro” ragionava lei. “Senza contare che il dolore è privato, è solo, deve esserlo!”
Il suo dolore non era uguale a quello di quel signore stempiato che piangeva il figlio, a quello della vecchietta dal cappello ridicolo che cambiava l’acqua ai fiori del marito, a quello della famiglia vestita – ancora! – a lutto.

L’avversione per i cimiteri aveva origine antica e andava oltre motivi personali: era questione etica e di principio. Ricordava la visita a Parigi, i grandi cimiteri della città, luoghi di culto. Alcune tombe – come quella di Beckett, squadrata, spigolosa, nemmeno un fiore a vezzeggiarla; o quella di Wilde, piena di ornamenti e di fronzoli – così simili ai loro abitanti.
E poi tutto quel vociare, quel rincorrersi di ragazzini e giovani intellettuali per Pere Lachaise.
“Jim Morrison è di qua, muoviti, muoviti!”
“Edith Piaf non la trovo… Tira un po’ fuori la mappa!”
“Aspetta, qua c’è Proust. Dopo quello che m’ha fatto sudare a scuola con la sua Recherche!”
L’aveva colta allora un indescrivibile fastidio: così poco rispetto, così poca dignità! Era necessaria una lontananza, una sottrazione almeno fisica, se non simbolica. Un passo indietro. Non asfissiare con la propria presenza, non imporla a loro, che non si possono ribellare o lamentare. Per questo lei si teneva sempre a debita distanza.

La piccola cappella di famiglia era in un paese di cento anime in Carnia. Poche case, un bar, la chiesa in alto, a dominare il paese, e la distesa di un cimitero troppo grande.
“Più morti che vivi, in questo posto!” commentava Giorgia ogni volta che ci metteva piede.
Le ritornava in mente una discussione che aveva avuto con un religioso, appena dopo l’incidente.
“Vengo qua e penso ai miei morti. Ma anche a questi morti, anche se non so chi siano” le aveva spiegato lui, mettendole paternamente la mano sulla spalla.
“Certo, uno vale l’altro no?” aveva sbuffato Giorgia, divincolandosi.
Lui l’aveva guardata a lungo come per studiarla, poi le aveva sorriso: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”, con la quella voce proprio da prete. “Perdonare, intendo” aveva aggiunto, non riuscendo a interpretare il silenzio di lei.
“Avevo capito”.

Cosa scrivere sulla propria tomba? Come trovare una frase, delle parole, dei suoni che pronunciati possano sintetizzare un’intera vita?
Certo, alcuni ci riescono. Le tornavano alla mente certi epitaffi famosi, studiati già al liceo, come il Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope: cecini pascua, rura, duces di Virgilio. Oppure Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me di Kant. Con un sorriso ricordava quello di Walter Chiari, letto su un qualche giornale: Amici non piangete, è solo sonno arretrato. Terribilmente rassicurante, a modo suo. Come una carezza.
Qui invece nulla di particolarmente originale. Ci si contiene. È un cimitero di gente comune, senza troppe velleità o troppe pretese. Meglio così: anche lei avrebbe optato per la sobrietà.

Una voce roca interrompe il flusso dei suoi pensieri. A pochi metri da lei una vecchiettina curva, in mano un cesto di fiori: sembra uscita da una fiaba. Procede di tomba in tomba, riponendo su ciascuna un fiore, secondo quello che pare un rito ben consolidato.
“Ecco, un narciso per Narciso”. Una risatina sommessa. “Una margherita per Margherita”. Si ferma a guardare Giorgia, oltre Giorgia, un punto non ben definito alle sue spalle.
“Le persone finiscono per assomigliare al proprio nome. Io cerco di ricordarlo sempre”. Prosegue nel suo lento pellegrinaggio.
“Cosa fa?” chiede Giorgia perplessa.
“Mia madre mi diceva sempre ‘E’ giusto che tutti abbiano due occhi e un pensiero e delle mani giunte’. Indica con il capo le tombe. “E io dico: anche un fiore!”
Il sorriso si apre sulla bocca sdentata.
Giorgia la osserva. “Porta un fiore a tutti?”
“Eh quasi”.
Giorgia dà un’occhiata alla tomba più vicina: Alfredo Rossi. Solo le date, nessun motto.
“Ah! Alfredo. Alfredo era un poveraccio. Non sapeva vivere, si sapeva solo raccontare. E si è bevuto l’anima all’osteria”.
L’osteria del paese. L’ancora di salvezza del gruppo sparuto degli uomini, e la disperazione delle loro mogli. Dovevano andare a recuperarli uno a uno, alla sera tardi. Prenderli per mano come si fa con i bambini, e condurli a casa, forse anche rimboccare loro le coperte, mentre quelli si erano già persi in un sonno profondo. Ogni giorno all’osteria ciascuno dimenticava se stesso e gli altri per qualche ora. E puntualmente se ne ricordava bruscamente al mattino presto, quando c’era da alzarsi e cominciare un’altra lunghissima giornata nei campi. Non si parlava mai, nei campi. Ore e ore in silenzio. E poi, finalmente, la sera. E allora il coraggio un poco usciva e le parole pure. Ma insieme una disperazione forte, che bisognava mettere a tacere in qualche modo, annegare nei litri di vino rosso. Che se ne stesse buona e quieta, che li lasciasse in pace almeno lei, per qualche ora.

Giorgia comincia a camminare a fianco della vecchia.
“E questo qui?” le domanda, incapace di nascondere ora una certa curiosità.
“Luigi. Poverino, è morto giovane. Incidente stradale. Era un mio lontano cugino”.
Un lontano cugino. E chi se li ricorda i cugini? Chissà che facce hanno adesso, adulti. Chissà che lavoro fanno, saranno sposati, vivranno da soli, avranno figli?
Eppure una volta vivevano tutti la stessa vita: ci si alzava dopo aver sentito il gallo cantare e chi arrivava ultimo alla piazza della chiesa già doveva pagare pegno. Di solito toccava a lei portare le canne da pesca e le lenze di tutti. Persino le esche, che le facevano schifo. Anche se era una femmina, o forse proprio perché era una femmina.
L’acqua del lago era sempre gelata, e non le riusciva d’abituarsi. Appena le arrivava al petto si sentiva trafiggere da una sensazione di malinconia infinita. Un qualcosa di primitivo, una forza atavica che l’avvolgeva, e non riusciva a liberarsene nemmeno tornata a riva.
Le giornate erano lunghissime allora, c’era posto per tutto. Eppure era passato tutto così in fretta, e adesso non c’era più posto per niente. “Solo rimpianti e recriminazioni” pensa con amarezza.
Lentamente arrivano anche di fronte alla cappella della famiglia di Giorgia. La vecchia si fa un segno della croce veloce e poi rivolge la propria attenzione altrove.
“Ma… E loro? A loro niente fiore?” chiede Giorgia, sorpresa e un poco ferita.
La vecchia scuote la testa e riprende il suo percorso. Giorgia rimane a guardarla, immobile per qualche minuto. Poi finalmente si decide a entrare. Respira a fondo, l’aria umida e la puzza di chiuso le pervadono i polmoni. Tutto è come lo ricordava. Forse solo un po’ più piccolo. Stende la mano a toccare il marmo freddo. Passa un dito sopra i nomi e le date. Soffia via la polvere dalle fotografie sorridenti. I fiori sono tanti. Addirittura qualche peluche. E i lumini. Tira fuori l’accendino e ne accende due. Il suo sguardo si posa sui vari oggetti, ricordi, regali portati lì: sono testimoni di un’esistenza diversa, di un prima. C’è il cane in plastilina che aveva dovuto fare a scuola per la festa della mamma. È lì a fare la guardia. La fa sorridere. C’è un ritratto fatto a carboncino, messo in una busta di plastica per proteggerlo dal tempo e dalla corruzione. Il pallone da calcio, la pipa, il profumo. Un pensiero per ognuno, a ognuno qualcosa che gli era stato caro in vita. Cercare di unire le due dimensioni, scavalcare la distanza, vincere il tempo. Una consolazione per chi se n’è andato, e soprattutto per chi è rimasto. All’improvviso è tutto troppo: deve uscire.

È di nuovo fuori, all’aperto, nel sole, in vita. Sembra così labile il confine, così facilmente attraversabile. Guarda la vecchia pieve, il suo alto campanile. Scorge la sagoma di un uomo e si fa schermo con le mani per averne la certezza. La riconosce: si staglia nitida nel sole di mezzogiorno. Ne traccia i contorni con le dita. Poi, con un sospiro, inizia a salire verso il campanile. Gli si avvicina lentamente. Lui, di spalle, certo l’ha sentita arrivare.
“Mi fa piacere che tu sia venuta”. La voce è piena di gratitudine e tristezza.
Giorgia annuisce semplicemente, e non fiata.
“Quant’era, che non venivi? Cinque, sei anni almeno…”
“Sette. Sette anni”.
“Sette anni…” le fa eco lui. Si schiarisce la voce. “Mi fa piacere che tu sia venuta” ripete. Rimangono un poco in silenzio e poi: “Sei qua da tanto?” domanda Giorgia.
“Da un paio d’ore”.
Finalmente si gira. È di molto invecchiato, il volto è segnato e stanco.
“Le somigli moltissimo” dice. Fa per toccarla, ma si trattiene e la mano rimane a mezz’aria. Se la porta alla fronte, e se la passa poi tra i capelli radi. Muove le sopracciglia velocemente e in continuazione, in una sorta di tic.
Passa qualche istante o una vita intera. Poi un’illuminazione improvvisa: tra persona e perdona c’è solo una lettera di differenza. E tra loro due che differenza c’è?
Giorgia si concentra su di lui, sulla sua postura ingobbita, sulle sue rughe, sulla sua espressione di sconfitto. Un ladrone, un Barabba: assolto dalla legge umana, ma senza possibilità di vera redenzione.
Lei si guarda le mani come non le appartenessero e le tende, scioglie il nodo in cui erano intrecciate quelle di lui, le raccoglie nelle sue. La presa è forte: lui ricambia la stretta in una sorta di spasmo doloroso e prolungato.
“Credo che…” s’interrompe, cerca le parole adatte. I loro occhi s’incontrano come mille occhi si sono incontrati prima di allora – e lei che avrebbe desiderato essere Hera o Medusa e fulminarlo con sguardo regale o addirittura letale – scopre in sé la fonte di una dolcezza infinita. In quegli occhi lei si perde e si ritrova, e non c’è più spazio per la disperazione.
“Comincia a perdonare te stesso”.
Lui sembra essersi fatto ancora più piccolo e curvo: muto, ombra, quasi larva. Il peso di vite tolte ad altri è poi tanto più schiacciante di quella che lui non sta vivendo?
Giorgia inspira ed espira, si gode la sensazione di pace per qualche secondo in più. Poi si gira e se ne va. Scendendo la ripida strada di sassi, si sente improvvisamente così piena di vita.

Un pensiero su “Settanta volte sette

  1. malosmannaja

    bel racconto. in incipit, ficcante la considerazione che “pian piano tutti avevano semplicemente smesso di pretendere la sua presenza, anche i morti.”. nel complesso una scrittura intensa e riflessiva, gestita con il giusto ritmo anche grazie ai dialoghi. un po’ troppo accomodante il finale, invece, in cui la “voce da prete” s’impossessa del narratore virando giorgia in santone tibetano (inspira, espira, ohm). beh, si potrebbe chiosare, tra i serio e il faceto che “il dolore è privato, ma il sollievo è generale”
    : ))

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