“LA CASA DEL CERAMISTA”, DI LETIZIA PUCCINELLI

Letizia Puccinelli è lucchese, narratrice e musicista, con una predilizione per la poesia vernacolare. 

Dennis Fazio è nato a Sydney e vive a Pieve di Teco (Imperia). Artista di strada, effettua performance dal vivo di pittura gestuale (dal figurativo all’action painting). Da qualche anno, predilige la scultura (gestuale informale) e installazioni di landart. Il suo sito è www.arrognanaturarte.com.

“La casa del ceramista”, di Letizia Puccinelli

"... e quando arriva il sole..." (di Dennis Fazio)

“… e quando arriva il sole…” (di Dennis Fazio)

Le chiacchiere vuote e le grida dei commensali mi avevano stancata. La fame era soddisfatta e, pur avendo ordinato dell’anatra, era già passato troppo tempo da quando stavo seduta. L’impellenza dei miei vent’anni mi impediva di rimanerci ancora a lungo. Sentivo che era mio dovere imperioso alzarmi e fare una passeggiata.
Una strada battuta, tra l’erba, si divincolava dal grande patio coperto del ristorante.
La percorsi. Si snodava tra tende di indiani e panni stesi, per fermarsi davanti a un cancello.
Di legno intagliato ad arte e verniciato con cura. Bianco e marrone. Chiuso. Neanche un campanello o un citofono al di qua della pittoresca barriera.
Al di là un vialetto fiancheggiato da bassi cespugli di felci, eleganti e misteriose.
E, di lì a poco, una casa che pareva venuta da un libro illustrato di fiabe. Strani pannelli di terracotta rossa, bucherellati e dipinti con pazienza, facevano bella mostra di sé sulla facciata, insieme a cassette di legno sverniciato che pendevano dalle finestre. Aprii con trepidazione il cancello e avanzai.
Una lanterna rossa a olio, mezzo scrostata, pendeva da un angolo della casa. Sembrava essere lì da millenni, quando ancora il mare lambiva la montagna e quella costruzione era un faro.
Una rete alla finestra celava in parte il contenuto della stanza, al pianterreno. Vi si indovinavano scorte alimentari, un tavolo, il televisore, sedie.
Fuori una panchetta sgangherata accoglieva diversi sacchi di spazzatura, disposti con amore.
Si percepivano fiochi rumori e cadenze lontanissime di musica che parevano venire da secoli remoti.
Esistevano davvero o erano frutto della mia immaginazione?
Svoltato l’angolo, una vetusta scala in ferro, che sembrava quella di un magazzino portuale, saliva al piano superiore.

Fortissima la tentazione di andare su. Mi affaccio invece alla finestra del pianterreno e sento rumore di passi al piano di sopra.
“Allora non sono allucinazioni, questa casa che sembra venire da epoche lontane è abitata!” penso.
Una paura irrefrenabile mi spinge a fuggire. Non ho detto niente ai miei parenti, non voglio fare brutti incontri. Meglio informarsi prima su chi abita lì.
Al ristorante non sanno dirmi niente.
Inaudito.
Cerco un compagno di avventura in un cugino sonnacchioso e inerte, che, senza sorprendermi, declina l’invito.
Gli altri sono ancor meno appetibili, così, tra lo sconcerto generale, avverto che io vado e che, se non torno dopo mezz’ora, vengano pure a cercarmi.
Mi dicono dell’anatra, ma non sono interessata. Troppo forte la passione che mi muove.
Stavolta apro con disinvoltura il cancelletto dal piccolo chiavaccio e mi avventuro su per le scale dopo aver pregato l’Angelo Custode.
I miei passi risuonano sui gradini di ferro. Sul mio lato sinistro una tettoia di lamiera qua e là arrugginita, un fornetto sistemato a bella posta e, dietro, un piccolo giardino.
Rose in fila che ondeggiano.
In veranda, panchette di legno disposte con ordine e mezzo sfondate. Sedie impolverate.
Nonostante l’apparente trascuratezza, chissà perché, su questa bizzarra costruzione sento aleggiare una nuvola di amore, come se il Padreterno l’avesse disposta dalla Sua Mano sopra la terra.
Il campanello c’è. Mi faccio coraggio.
Non funziona.
Sono in quell’attimo magico che precede lo svelamento dell’ignoto, quando tutto potrebbe accadere.
Intuisco dei passi al di là della porta. Busso, e in tono lieve:
“Permesso”.

Un piccolo fagotto nero mi sfreccia tra le gambe, abbaiando in modo preoccupato.
Esce un uomo dall’aria stralunata.
Il proprietario della casa, suppongo. Avrà una settantina d’anni. Sembra mite e disilluso.
Non molto alto, asciutto, mi guarda un po’ sorpreso.
“Ti conosco?”
“No, sono arrivata così, ha una casa bellissima”.
Iniziamo a chiacchierare.
Mi racconta che sono venticinque anni che abita lì. Prima abitava a Lido di Camaiore. Faceva il ceramista a Rovigo.
“Per quello che la sua casa è così particolare. Le ha fatte lei le decorazioni sulla facciata, il cancello…?”
Annuisce.
“Venivo ogni quindici giorni a trovare la famiglia a Lido, poi sono andato in pensione e ci siamo trasferiti”.
“Ma ha detto che sono venticinque anni che abita qui”.
“Dall’87” risponde.
“È andato in pensione nell’87, ma quanti anni ha?”
“92”.
“Accipicchia, l’aria di quassù le ha fatto proprio bene. E sua moglie?”.
“Lei ha 86 anni. È dentro; ora è in bagno, dopo viene”.
E continua: “Questa casa l’ho comprata perché ero stanco della vita che facevo, sempre gente, rumore. La domenica cercavo la quiete ma era difficile…abitando vicino al mare. Soprattutto d’estate.
Così, quando sono tornato da Rovigo per l’ultima volta, perché ero andato in pensione, ho detto a mia moglie: “Ora andiamo a cercare una casa e si compra.” L’abbiamo trovata qui.”
“E sua moglie è stata contenta?”
“Sì, lei viene dalla Carnia. Ama i monti”.
“Avete figli?”
“Cinque”.
“Complimenti”.

Poco dopo, sento la porta che si apre; eravamo ancora fuori.
Viene avanti una donna, appoggiata al bastone, curva, la chioma bianca, la maglia scura sopra una chiara.
Mi guarda, meravigliata. Uno sguardo celeste, cristallino, come le acque di montagna. Sembra anche lei, come tutto il resto, uscita da una fiaba.
“TI conosco?”
“No, ero qui, al ristorante, ho fatto una passeggiata e ho visto la casa. È bellissima, non ho resistito e sono entrata”.
“Hai fatto bene, hai fatto bene”.
Per un attimo mi sembra di vedere tutta la vita di questa anziana coppia, di percepire mattone dopo mattone il posizionarsi quieto di ogni minuto, di ogni secondo di un’esistenza bislacca e intrisa d’amore.
Mi fa accomodare in casa. “Vieni, vieni”. C’è un caminetto.
“E d’inverno accendete il fuoco?” domando.
“L’ho acceso anche due giorni fa” risponde, ”anche se è giugno. Qui fa freddo, la sera”.
Vedo la foto di un uomo, appesa sopra la poltrona dove la donna si siede. Non sembra essere il marito e le chiedo:
”È uno dei suoi figli?”
E così vengo a sapere che non tutto è stato rose e fiori, nella vita di questi due anziani coniugi; che uno dei loro figli è morto per leucemia a 58 anni. Aveva studiato medicina, ma non si era laureato.
Tra le righe e nello sguardo del figlio morto, intuisco una vita tormentata.
“Poi ne ho un altro e tre femmine. Le donne vivono a Brescia e ho sette nipoti!!” ?“Accipicchia”.
Mi invita a mettermi a sedere, ma la mezz’ora sta trascorrendo, e non voglio che qualcuno della comitiva da me abbandonata venga a cercarmi.
Per due o tre volte declino l’invito e, forse quando la mia interlocutrice non se lo aspetta più, mi siedo.
“Abitavo in Carnia a 8 chilometri dal confine austriaco”, dice, e nel modo in cui pronuncia quella semplice frase percepisco il carico di paura e durezza che doveva aver vissuto nella sua terra natale.
“Poi ho lavorato 5 anni in Svizzera, in un laboratorio di microscopi”.
“E ci si è trovata bene?”
“Sì certo, ci stavo benissimo, gli svizzeri sono bravi”. Divergevo un po’ da questa sua opinione, ma non l’ho contraddetta. ?“Un’estate, mentre ero in Svizzera a lavorare, mio zio mi ha detto: “Ora prenditi un mese di ferie” e sono andata a Roma con lui. Ho visto tutto, il Colosseo, sono stata in Vaticano, e lì ho visitato anche una libreria bellissima, e mentre tornavo in treno ho incontrato…” e accenna con la mano al marito che è sempre fuori, in veranda.
“Lui andava a Firenze, ma mi ha accompagnata fino a Milano. Poi al confine italiano. Mi ha chiesto il nome, l’indirizzo. Mi ha scritto…eh…!”
Mi piacerebbe stare ancora lì ad ascoltarla, ma la mezz’ora è passata e mi devo accomiatare.

La ringrazio, le prendo le mani tra le mie. La bacio sulle guance.
“Che simpatica” mi dice. Si fa promettere di tornare a trovarli, quando verrò lì a mangiare.
“È la prima volta” le dico; “non so se accadrà di nuovo”.
“Tu torna, torna”.
Uscita fuori saluto e ringrazio il marito, stringendogli la mano.
Gli faccio di nuovo i complimenti per la bellissima casa.
Non so se mi crede.
Il cane guaisce, sembra volermi trattenere e sento la voce di lei che dice:
”Guarda, Turbo non la vuole far andare”.
Turbo, che nome azzeccato per un cane, a fronte di nomi per me ridicoli come Charlotte, Enzo, Romeo…
E mentre il marito le si avvicina e io ormai sono già lontana, aggiunge: “Che simpatica…”

Sulla strada incontro un mio parente, trafelato. Mi dice che l’anatra è nel piatto da mezz’ora, che si sta raffreddando, di sbrigarmi.
Raggiungo il tavolo e la comitiva, poco curiosa di conoscere la mia avventura.
L’anatra è ancora un po’ calda.

Niente può farmi rimpiangere l’aver reso un po’ mia quella strana casa. Così diversa dal ristorante ristrutturato, dipinto con gusto. Anche bellino.
L’appetito mi è passato, sbocconcello un po’ nel piatto e faccio incartare l’anatra, perché a casa non piace e non viene cucinata.
Suscito di nuovo la costernazione dei miei parenti, perché in Italia non si fa così.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, nella fatata casa di Alfredo, Wilhelmina e Turbo, è che essere se stessi è il modo migliore per vivere in amore, in pace e a lungo in questo nostro mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *