La recente uscita del libro Filosofia del film, per Carocci Editore, di Enrico Terrone, studioso piemontese dalla duplice vocazione alla speculazione filosofica e all’analisi filmica, consente di aprire un dialogo sui possibili rapporti esistenti tra due mondi in apparenza estranei o incompatibili, ma che ora incuriosiscono filosofi e filmologi, con una serie di interventi (come si vedrà in appendice) che illuminano un aspetto nuovo del sapere umano, avvicinando una tradizione letteraria antica o classica a uno strumento di comunicazione e conoscenza ancora definibile moderno, come il cinema. Da qui la necessità di discutere con l’Autore stesso, non solo per chiarire alcuni punti del libro, ma per allargare il più possibile il dibattito su un tema assai fecondo.
Se dovessi riassumere il senso del tuo nuovo libro, Filosofia del film, in dieci righe, cosa scriveresti?
Parafrasando Woody Allen, potrei dire che si tratta di tutto quello che vorreste sapere sul cinema ma non avete mai osato chiedere. Un po’ presuntuosamente, ho cercato di individuare delle condizioni preliminari che ritengo debbano essere padroneggiate da chiunque voglia occuparsi di cinema con cognizione di causa. Dunque ho cercato di chiarire le nozioni fondamentali che sono spesso usate in modo un po’ ambiguo, se non proprio oscuro, nei discorsi sul cinema. Nel primo capitolo considero la nozione stessa di film; nel secondo le nozioni di significato, finzione e documentario; nel terzo le nozioni di senso, valore, autore e arte; infine, nei capitoli dal quarto al settimo, cerco di capire se e come un film può esprimere idee filosofiche. Il filo conduttore di tutti questi discorsi è costituito da quella che ritengo la mia tesi filosofica principale: il cinema non è un linguaggio, ma una tecnica di emulazione della percezione.
Il titolo suona già come premonitore? Filosofia del film e non del cinema: vuoi dare più importanza alle singole opere? o altro?
Sì, intendo occuparmi soprattutto di oggetti, e quindi di film. Invece la parola cinema rimanda più a una tecnica e a una pratica culturale. A me non interessa la classica domanda di Bazin, che cos’è il cinema?, bensì una domanda diversa: che cos’è il film? O addirittura: che cos’è un particolare film? Per esempio, che tipo di oggetto è Blade Runner? Peraltro, l’editore Carocci ha pubblicato, nella stessa collana del mio libro, e grossomodo nello stesso periodo, un altro libro, scritto da una filosofa brava, Daniela Angelucci, e questo libro – del tutto complementare al mio – si chiama proprio Filosofia del cinema.
La filosofia dopo la storia, la sociologia, la semiotica, l’economia, la psicologia e la psicanalisi, è l’ultima arrivata delle scienze umane applicata alla Settima Musa, benché sia la più antica e premonitrice (la caverna di Platone anticipa l’immagine semovente); perché tale ritardo?
In parte perché molti filosofi hanno sminuito il cinema trattandolo come uno spettacolo da baraccone, in parte perché le teorie del cinema hanno trascurato la filosofia credendo che per capire il cinema fossero più utili discipline empiriche e settoriali come quelle che tu hai menzionato. Negli ultimi decenni mi pare che entrambi questi pregiudizi siano scemati, e così la filosofia può finalmente occuparsi del cinema in quanto tale e dei film in quanto tali, e non per la funzione che essi svolgono in una certa branca del sapere.
Può un film sostituire un trattato filosofico, ossia fornire un pensiero complesso sulla vita, sull’uomo, sulla conoscenza?
Secondo me no, perché un trattato filosofico richiede concetti molto astratti mentre il film ha essenzialmente a che fare con la percezione. Ma questo non esclude che un film possa dare contributi preziosi alla ricerca filosofia e all’insegnamento della filosofia.
Oggi quando sai parla di filosofia e cinema, diversi studiosi fanno esempi di film di genere, come Matrix, e non opere d’autore europee; come mai?
Perché si ritiene che i film abbiano valore filosofico se creano quello che i filosofi chiamano un “esperimento mentale”, cioè una congettura su un assetto possibile del mondo che mette sotto pressione alcune nostre idee su come il mondo dovrebbe essere. Matrix in tal senso interessa i filosofi, perché mette sotto pressione la nostra idea che i sensi ci dicano la verità su come stanno le cose. Lo stesso vale per molti film fantastici e di fantascienza. Invece le opere d’autore europee tendono di solito a essere più realistiche e quindi si prestano meno a funzionare come esperimenti mentali.
Fino agli anni Sessanta, quando si accennava al problema, si ritenevano filosofici i film di Bergman o di Dreyer; cosa è cambiato da allora?
Sicuramente la cultura è diventata più “pop” e tutti quanti, non solo i filosofi, hanno trattato con sempre maggiore interesse le opere della cultura popolare, deponendo il timore reverenziale verso le opere della cultura cosiddetta “alta”. Come spesso accade, il rischio è di passare da un estremo all’altro, per cui ci ritroviamo con cinefili che sanno tutto di Bombolo e Alvaro Vitali, ma ignorano i capolavori di Dreyer e Bergman. Io trovo sacrosanta la riscoperta e la valorizzazione della cultura popolare, ma questo non deve avvenire a spese delle pietre miliari della storia del cinema. Soprattutto quando si parla di filosofia.
Quali sono per te i registi più filosofi? E i film che servono ad affrontare il tema per il comune spettatore?
I registi più filosofi sono innanzitutto quelli che fanno consapevolmente riferimento alla filosofia, sia perché l’hanno studiata sia perché ne sono appassionati. In tal senso il più filosofo fra i registi contemporanei è probabilmente Terrence Malick, che ha addirittura preso un dottorato in filosofia con una tesi su Heidegger. Poi ci sono i fratelli Coen, uno dei quali (Ethan) si è laureato con una tesi su Wittgenstein. Tuttavia il passaggio da regista filosofo a film filosofico non è così immediato. Per esempio, trovo che film come Her o Edge of Tomorrow pongano questioni filosofiche più interessanti di quelle che si trovano di solito nei film di Malick o dei Coen.
Quali libri indicheresti, oltre il tuo, per meglio conoscere la dialettica cinema/filosofia?
Ho già citato Filosofia del cinema di Daniela Angelucci, che è del tutto complementare al mio libro. In italiano non c’è molto altro. Per fortuna, ci sono le traduzioni di alcuni importanti libri stranieri, in particolare quelli di filosofi americani come Cavell, Carroll, Wartenberg. Poi si dovrebbero menzionare anche due superstar europee della filosofia del cinema, ovvero Deleuze e Zizek, ma io ho dei dubbi sulla loro effettiva grandezza, e nel mio libro cerco di spiegare perché.
Ci sono libri del passato (ad esempio Krakauer, Ejzenstejn, in parte Metz e i semiotici) che possono ritenersi precursori degli studi filosofici sul cinema?
Io credo che la maggior parte dei testi teorici sul cinema siano in una qualche misura testi di filosofia del cinema. Daniela Angelucci lo spiega molto bene nel suo libro, in cui mette in luce la rilevanza filosofica delle riflessioni di teorici del cinema come Kracauer, Ejzenstejn e Metz. Vorrei però aggiungere un’osservazione sulla semiotica. Per quel che mi riguarda, tendo a vedere la semiotica come una particolare posizione in filosofia del linguaggio e trovo un po’ assurdo che la semiotica esista come disciplina autonoma con insegnamenti e cattedre specifiche all’università. Sarebbe come se ci fossero cattedre di esistenzialismo o idealismo trascendentale. Penso che rientrare nell’alveo della filosofia gioverebbe innanzitutto alla semiotica stessa, che avrebbe modo di confrontarsi dall’interno con altre visioni del linguaggio e della cultura.
Il cinema in tal senso è in ritardo o in anticipo rispetto ad arti più classiche o antiche come la poesia, la narrativa, il teatro o le arti figurative?
Il cinema è sicuramente in ritardo, credo soprattutto perché, a differenza delle arti antiche, non può avvalersi direttamente delle riflessioni di giganti come Platone, Aristotele, Kant e Hegel, che per ovvi motivi non conoscevano il cinema (al più, come dicevi tu stesso, lo prefiguravano, ad esempio nel caso del mito della caverna). Questo ritardo a volte crea anche dei problemi, che nel mio libro ho cercato di segnalare e per quanto possibile risolvere. Molti problemi dei discorsi sul cinema secondo me derivano dall’applicare in maniera avventata categorie specifiche di altre forme d’arte. Per esempio, tutta l’enfasi dei critici cinematografici sui registi come autori è spesso viziata dall’applicare a un’arte collettiva come il cinema categorie valide solo per arti individuali, come letteratura o pittura.
Visto che ti occupi anche di telefilm, ci potrà mai essere in futuro un ramo di studi su una filosofia della televisione?
Spero proprio di sì. Sempre che abbia senso distinguere fra cinema e televisione, dal momento che entrambi hanno a che fare con immagini in movimento sonorizzate, e nell’era del digitale hanno finito per condividere anche le stesse tecnologie. Comunque insieme al mio amico Luca Bandirali nel 2013 ho scritto un libro che s’intitola Filosofia delle serie Tv, dunque per quanto mi riguarda credo che la distinzione fra cinema e televisione sia pertinente, e che anche sulla televisione la filosofia abbia qualcosa di importante da dire.
Cfr.:
Enrico Terrone, Filosofia del film, Carocci, Roma 2014.

