Essere uomini

di Stefanie Golisch

barbiana

Alla scuola di Barbiana si arriva dallo stesso sentiero nel bosco che don Lorenzo Milani percorse quando, nel dicembre del 1954, arrivò per la prima volta nella sua nuova parrocchia.

Oggi si chiama “Sentiero della costituzione”, citando su delle grandi tavole quegli articoli della costituzione italiana che riguardano la dignità e i diritti del cittadino, calpestati oramai uno a uno nel nome delle cosiddette leggi del mercato.
Nella quiete del bosco sembrano una beffa.

Per puro caso troviamo aperte chiesa e scuola. Dicono i volontari che nel mese di agosto si dedicano, oltre a fare presenza, alla manutenzione del luogo, di non ricevere più sostenimenti, né della stato, né della regione, né della chiesa.
La povertà del luogo è dunque autentica.
Meglio, in un certo senso.

Mi colpisce l’enorme banco di legno grezzo che riempie il piccolo locale dove il maestro di Barbiana univa i suoi studenti intorno a lui, inventando una scuola senza sosta. Non si accontentava di essere un prete come gli altri. Non intendeva intrattenere i suoi studenti tra un insegnamento pio e l’altro con il pallone e il ping-pong, ma voleva formare uomini e cittadini: consapevoli del valore della loro persona e pronti a combattere per i propri diritti.
Padroni di se stessi, sudditi di nessuno.

E’ un ideale che non è mai piaciuto.
Né ieri, né oggi.
Dopo un breve intervallo di presunto progresso, si ha fatto presto a tornare alla fabbricazione mirata dell’uomo non pensante, ciecamente ubbidiente al quale, a fine percorso, viene conferito una laureetta in scienze della comunicazione.

Lui invece, i suoi bambini contadini, li voleva uomini del mondo. Insegnava loro la storia, la geografia, le lingue straniere e si impegnava di fargli comprendere e amare la musica e la letteratura. Costruì una piscina insieme a loro e li portò alla Scala.
Odiava l’indifferenza.
Il motto del suo insegnamento era “I care”.
I ragazzi di Barbiana avrebbero dovuto affrontare il mondo colti e fieri, armati di conoscenza, capacità di riflessione e sensibilità.

Il contratto era quello: Lui, il maestro, dava loro tutto ciò che aveva da dare e in cambio pretendeva da loro tutto ciò che potevano dare.
E, forse, in entrambi i casi, qualcosa in più.

Non ha fatto scuola la scuola di Barbiana, animata dalla personalità forte e intransigente del suo fondatore, mandato al confino per ridimensionare il suo orgoglio.
Ma la grandezza di una vita non si misura in base alla grandezza del luogo in cui si opera, come scrive, del tutto consapevole del valore culturale e spirituale del proprio operato, lo stesso don Milani in una lettera alla madre.

Formare uomini.
Non è certo l’obiettivo della scuola di oggi.
La scuola informatizzata, la scuola dei tablet e delle lim, la scuola che chiude la biblioteca scolastica nel nome del progresso tecnologico.
La scuola che lancia ai suoi studenti il messaggio inequivocabile che i libri non servono più.
Che non serve pensare ma che ci si debba allenare per il mondo del futuro dove conviene non porrre domande di nessun tipo, ma dove, in cambio a un posto a tempo indeterminato, si è tenuti a servire il sistema a testa bassa.

Imparare solo ciò che serve, ma che, alla fine, non serve a nulla.
Perché tutte le certificazioni linguistiche e i patentini informatici che la scuola di oggi invita – o perfino costringe! – ad acquistare sono soltanto una merce di dubbio valore che non serve a nulla in un paese dove il lavoro non c’è.
Detto senza abbellimenti linguistici: E’ una doppia fregatura.

Chi si piega davanti a ciò che erroneamente si considerano le incontestabili dinamiche del reale, ha già perso prima della partenza, poiché la realtà non è, ma si crea.
Giorno per giorno. Con coraggio e ostentazione.

“Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.”

Credo che si dovrebbe ri-partire da quel banco di legno grezzo che anima l’unica aula scolastica di Barbiana.
Dalla sostanza sofferta che contiene in sé tutte le potenzialità di un futuro avvenire nel migliore senso della parola.
Dalla capacità di riflettere, di pensare in ampi contesti e non da nozioni sparse in cervelli non pensanti.
Da una visione dell’uomo non come contenitore di informazioni, bensì come mente autonoma capace di trasformare la realtà e dare una svolta a ciò che sembra affondare sempre di più nell’acqua stagnante di un mondo amministrato da burocrati-burattini.

Lo studente senza anima e senza spina dorsale, tiepido e senza capacità di giudicare, voluto e postulato dalla scuola di oggi e promosso dalla stragrande maggioranza dei suoi rappresentanti, al maestro di Barbiana avrebbe, giustamente, fatto orrore.
Però, certamente non si sarebbe arreso.

5 pensieri su “Essere uomini

  1. robertorossitesta

    Nel Medioevo delle scorribande barbariche si partiva da un tavolone più o meno rozzo sul quale con amore si copiavano i libri, per salvarli e tramandarli. Ancora una volta, mentre spalancano i tablet e sbaraccano i tavoli, c’è da ripartire da lì. Ma oggi ai (sempre meno) uomini di buona volontà la penna rischia di sfuggire di mano, perché le mani gli prudono. Sembra che Dio tardi a passare dalle parole ai fatti, e una confusa irritazione insistentemente consiglia loro di fare da soli. La confusione irritata, si sa, è una cattiva consigliera. Speriamo che non resti l’unica ancora a lungo.

    Cara Stefanie, grazie di tutto e un saluto,
    Roberto

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  2. stefanie golisch

    Cara Stefanie,
    ho letto attentamente quello che hai scritto, quanta verità c’è in quel che asserisci.
    La mia mente, appena ho letto Barbiana, è volata indietro, esattamente al 1976,ultimo mio anno di liceo. Prima prova d’italiano un tema,allora si chiamava così, una traccia, la ricordo ancora,perchè mi è rimasta impressa nella memoria: il candidato commenti e spieghi la frase che un gruppo di allievi della scuola media di Barbiana ha scritto alla loro maestra ” (….) Perchè la lingua fa eguali, eguali chi sa intendersi e comprendersi che sia ricco o povero importa meno,basta che parli”….bella vero? il verbo che mi ha colpitoé quello alla fine “basta che parli”,oggi e con mio grande rammarico, l’essere umano lo ha dimenticato o ha preferito accantonarlo,predilige la chiacchiera, il gossip,digita con i mezzi che ha a sua disposizione, grida,urla.ma non parla”. La scuola deve formare e per formare si deve “Parlare”, comunicare, trasmettere agli altri ciò che si sa, per far sì che futuri pensatori possano dare una svolta, un cambiamento a quelli che vorrebbero “un popolo ubbidiente”,un “popolo bue che segue la pagla senza sapere se essa lo porta al macello o in unprato a pascolare”.Che lo faccia uscire da questo stato vegetativo in cui si trova,da questa apatica rassegnazione che si racchiude nella solita frase detestabile “tanto non cambia niente” L’uomo è ben altro. Si,sono certo che se don Milani fosse ancora in vita, non si sarebbe mai arreso,purtroppo è costretto a rivoltarsi nella tomba per la rabbia.
    Grazie, un abbraccio
    nino

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  3. stefanie golisch

    Cara Stefanie,

    Ho letto anche quello che scrivi sulla scuola di Barbiana; ricordo che molti anni fa feci leggere ai miei alunni la famosa lettera ad una prof, e loro la discussero con grande animazione.
    Ma per realizzare certe cose ci vogliono una passione infinita ed una generosità da santi; lui stava con i suoi alunni sempre ed aveva anche la loro amicizia e impartiva loro un sapere globale; il sapere nelle scuole è franto, le materie divise anche dal fatto concreto del cambio dei prof e dal suono della campana e soprattutto dal cambio di metodo. Non si mira alla crescita, né alla libertà del pensiero, non si pensa a formare individui, ma solo ad espletare un dovere che spesso è sentito come noioso, non ci si dona. non si prende dall’altro, non ci si sa relazionare in modo corretto. Sulla scuola gravano consuetudini, stili, comportamenti vecchi; non si sa dove finisce l’autoritarismo e comincia l’autorevolezza, non si ha il coraggio di essere come siamo, perché temiamo il giudizio e così molte altre cose potrei dire…la scuola deve cambiare, ma ancora non sa come, come non lo sa, mi sembra, questa società che cambia senza cambiare del tutto, che resta vecchia indossando abiti all’ultima moda.

    Franca

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  4. Mimma

    “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.”

    Questo significa insegnamento, trasversale ad ogni disciplina, ma essenziale per formare degli uomini. Non cedere alle lusinghe di una facile e comoda obbedienza, che oggi tradurrei con le parole omologazione e adeguamento, e ritenersi sempre responsabili di tutto, anche rischiando la sopravvalutazione o il masochismo.

    E per questo non sono necessarie grandi riforme, ma grandi maestri.

    Stefanie, grazie del bel testo,
    m.

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  5. Francesco Zaccaria

    Cara Stefanie, ti dicevo appunto che negli anni Sessanta si parlò tanto di don Milani e della scuola di Barbianane, dell’obbedienza che non è più una virtù, della Lettera a una professoressa, che nella Scuola media unificata si tralasciasse il Latino a favore delle lingue moderne, della legislazione sul lavoro e di tante altre cose utili e arricchenti, e in uno spirito nuovo di viva e appassionata missione educativa che tu reclami meritoriamente anche per il nostro tempo. Complimenti vivissimi, Fsco

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