Guido Michelone intervista Gianluigi Caron

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Il nostro caro Angelo: Lucio Battisti (e altro ancora)

Il professor Gian Luigi Caron, attivo in esperienze culturali che spaziano dalla poesia alla narrativa, dallo sport alla musica, scrivendo dal 1998 a oggi sei libri (E che Dio ce la mandi buona; Oltre il volo delle farfalle; Il ritorno degli Dei; Il calcio e i favolosi anni Sessanta; Oceano 2012; Il volo di Colombo) ha da poco pubblicato Il nostro caro Angelo, un testo sul cantautore Lucio Battisti, di cui parla volentieri in esclusiva per ‘La Poesia e lo Spirito’, allargando poi il discorso a molti altri temi di attualità e letteratura.

Gianluigi, ci parli del suo nuovo libro?
Il nostro caro Angelo contiene delle riflessioni personali sulle canzoni di Battisti. Nei favolosi anni Sessanta abbiamo avuto tanti artisti e tanti complessi musicali di notevole spessore. Secondo me tra essi svettano Battisti, Tenco e De Andrè, ma anche Gaetano, Guccini, Dalla, Baglioni, Venditti, De Gregori, e i componenti degli storici complessi musicali di quegli anni hanno lasciato un segno quanto mai profondo. Li considero dei profeti, sommi messaggeri di pace universale. In questo mio libro ho cercato con le mie ali terrene di volare all’altezza di uno di quei miti musicali dell’epoca.

In copertina c’è un vero angelo, ha qualche significato allegorico o metaforico?
Il nostro caro Angelo è una canzone di Battisti da cui traspare il Novecento come secolo diabolico per eccellenza, con le guerre sanguinose e le sue filosofie materialiste e tendenti a sotterrare un Dio trascendente e universale. Il nostro caro Angelo, o meglio l’arcangelo Gabriele, rappresenta un fido scudiero di Dio, che un giorno in un amen sotterrerà tutto il male di tutti i tempi. Chissà se la mia generazione vedrà tutto ciò su questa terra.

Perché hai scritto proprio di Battisti e non ad esempio di Mina e Patty Pravo?
Patty Pravo e Mina sono le mie cantanti preferite, le auliche rappresentanti di un amore sublime anche solo per lo spazio di un mattino. La loro voce, la loro gestualità e il loro modo di proporsi li ritengo unici.

Altri cantanti italiani che apprezzi?
Ammiro Celentano, un supermolleggiato con il cuore di panna. Mi godo i suoi film e le sue canzoni, da cui traspaiono messaggi universali di amore e di natura da salvaguardare. La sua durezza apparente, alla fine, seduce le donne più dure d’animo e conduce a storie d’amore a lieto fine.

E Paolo Conte?
Conte è un elfo della foresta, un grande cantautore che si ispira ai messaggi universali dei cantastorie provenzali, di Brassens e di De Andrè. Con le sue ballate sembra quasi che porti in vita personaggi mitici del Novecento, tra cui svetta Bartali, eterno amico-rivale di Coppi. Ma per me Battisti resta speciale, uno dei “top three”!

Alla fine dunque cosa rappresenta, per te, Lucio Battisti?
Uno stile di vita e di pensiero che rasentano la perfezione su questa nuda terra. E’ un cane sciolto di Baudelaire, un uomo privo delle fottute sovrastrutture moderne e delle assurde ideologie politiche dei nostri giorni, un uomo al di sopra delle brutture terrene, alla fine un angelo. Io cerco di essere come lui ogni istante della mia vita, spero di riuscirci, ma alla fine della giornata, talvolta, allo specchio vedo spuntare le mie ali terrene e cerco di reciderle.

Mi racconti ora il tuo primo ricordo letterario?
Un ricordo indelebile è stato quello del Festival del 1969. Una sera di fine inverno ero davanti alla televisione in compagnia dei miei familiari, all’epoca l’attesa del Festival era spasmodica e le canzoni bellissime. Il ricordo di un Battisti riccioluto e dallo sguardo ispirato che esordiva con Un’avventura è fantastico, denso di sensazioni, e resta incollato alla mente per sempre.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare uno scrittore, oltre essere avvocato e professore?
Ho scoperto sin dalla prima adolescenza la mia vocazione alla scrittura. Ma non si vive di soli lieti passatempi. Mi sono laureato in legge, poco dopo ho fatto pratica legale e mi sono iscritto alle graduatorie per l’insegnamento scolastico. Inoltre ho collaborato per un giornale locale per un paio d’anni. Una data focale della mia vita è stata quella del 12 settembre del 1990, in cui ho sostenuto la prova orale dell’esame di Stato e sono stato respinto. Quel giorno, come un San Paolo fulminato sulla via di Damasco, ho deciso di darmi solo all’insegnamento e, naturalmente, di continuare a scrivere.

Ti consideri più narratore o saggista o altro ancora?
Mi considero uno scrittore che vive alla giornata e che cerca di cogliere l’attimo. Tra le mie sette pubblicazioni vi sono delle riflessioni sulle problematiche sociali degli ultimi decenni, storie di vita e di sport, voli verso l’infinito. Tuttavia nel mio ultimo scritto, Il nostro caro Angelo, ho scoperto la mia naturale vocazione ad affrontare le tematiche dell’arte musicale degli anni Sessanta e Settanta.

Ma cos’è per te la scrittura?
La scrittura è un modo di comunicare con il trascendente e di lasciare una traccia di sé ai posteri, è una sublime e vitale evasione, la quale in punto di morte non mi farà pensare di avere vissuto invano e di essere stato un grande fallito.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?
Martin Luther King ha detto che si può, si deve coltivare un sogno infinito. Lo ha detto in tempi in cui tanti giovani ardevano dalla voglia di cambiare il mondo. Alla fine i caratteri umani, taluni dei quali inossidabili come l’acciaio, in tutte le epoche, non hanno permesso questo. I giovani di oggi vivono in generale in uno stato di sonnolenza psicologica e di apparente rassegnazione dopo l’ultima utopia degli anni Sessanta. Comunque i miei sentimenti sono rivolti verso un nuovo umanesimo, verso un mondo futuro in cui tutti gli umani potranno capirsi quasi al volo e approssimarsi alla verità universale.

Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Faccio un capitolo o due di manoscritti, diciamo tre o quattro pagine al massimo, poi le trascrivo sul computer unite a qualche inevitabile nuovo spunto.

Hai luoghi e momenti della giornata che privilegi per scrivere?
A sera inoltrata nello studio di mio padre, soprattutto nelle stagioni rigide, dopo essere rincasato. Scrivere sul fare della mezzanotte è fantastico, non c’è il postino che ti porta le bollette, non c’è il libero professionista che ti dà il suo parere condito di parcella, non c’è chi vuole a tutti i costi rompere le uova nel paniere. Un mondo ancestrale e siderale mi accarezza, la mente vola come un gabbiano, e una dea o una dama medievale mi baciano con una dolcezza oggi perduta. Di certo la notte è la sorella di un’altra dimensione.

Tra i libri che hai scritto ce n’è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Il primo libro, come il primo amore, non si scorda mai. Ricordo l’emozione della mia prima pubblicazione E che Dio ce la mandi buona!, nel 1998. Era ancora vivo mio padre. In questo libro ho descritto lo smarrimento progressivo dei sogni della fresca adolescenza. Già negli anni di John Travolta e della febbre del sabato sera, diciamo nella seconda metà degli anni Settanta, da fresco ventenne, capivo che il mondo non era quello che volevo, ma ho sempre e comunque cercato di cogliere l’attimo e di continuare a vivere la vita a modo mio. Tuttavia, nei miei libri, alla cocente delusione per la realtà terrena si sovrappone sempre e comunque la speranza di un futuro definitivamente migliore.

E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto?
Sandokan. Da bambino l’ho visto travestito da Papa Giovanni, da John e da Robert Kennedy, da Martin Luther King, da Omar Sivori e da Gigi Riva, da tutti quegli artisti e da quei complessi musicali degli anni Sessanta avanti anni luce rispetto alle realtà di vita di quegli anni. In esso ho capito che la tigre dagli occhi diabolici può essere dominata e debellata dagli uomini di alti e nobili ideali, con l’aiuto di Dio naturalmente.

Almeno tre titoli che porteresti nell’isola deserta?
Naturalmente Sandokan, poi Il barone rampante ed Il Dottor Zivago. In essi appaiono eroi sia vincenti sia perdenti, uomini che alla fine sono stroncati dalla durezza della vita terrena e da un cuore che non regge più, che combattono sistemi sociali e politici diabolici, sia nel gelo del profondo Nord sia ai tropici, nel mezzo di una natura sontuosa e lussureggiante. Senza dubbio, Il barone rampante ci insegna che si può vivere bene la vita senza frequentare necessariamente i salotti e gli ambienti bene, dove le fiere talvolta sono più inferocite che in altri contesti di vita biasimati dai perbenisti e dai superficiali.

Quale è stato finora per te il momento più bello della tua carriera di scrittore?
Ogni istante in cui scrivo mi emoziono come un bambino. Ma forse il momento più bello, quello di una possibile consacrazione, potrei sperare di vederlo dall’alto dei cieli stellati.

Come vedi la situazione della letteratura in Italia?
Risente del degrado culturale italiano di questi tempi, percepibile come la lama di un coltello. E internet è un’arma a doppio taglio: ti propone in un amen l’Orlando furioso, La divina commedia oppure il Canzoniere, ma al tempo stesso ha meccanizzato il cervello delle menti più superficiali, che neanche si pongono il problema di analizzare in profondità il singolo verso di un poema. Di recente ho domandato a un avvocato milanese, consulente legale di famiglia con otto anni in più del sottoscritto, se gli adolescenti nel cuore degli anni Sessanta approfondissero maggiormente le varie tematiche letterarie, sociali e politiche. Mi ha risposto affermativamente.

E i giovani rispetto alla letteratura?
I giovani di oggi, schiavi di internet e del cellulare, appaiono quasi insensibili al dolce elisir della letteratura, oppure hanno un animo criptato, assai difficile da scavare. Di certo anche la mia generazione non è stata caratterizzata da dialogo ed ascolto, mentre quella dei miei nonni e dei miei genitori, né arida né tecnologica, come quelle successive, è stata pervasa da un misticismo campagnolo e da un forte idealismo, pur avendo dovuto subire le atrocità delle guerre mondiali.

C’è qualcuno che nella storia della canzone ha saputo esprimere tale disagio?
IL degrado è stato fotografato fedelmente da quel guru splendido di Gaber, il quale ci ha parlato, in tempi non sospetti, di una generazione resa più debole dal progresso smodato e deleterio, e vinta dalla durezza della vita umana.

E più in generale in che modo vedi e giudichi la cultura nel nostro Paese?
Assai triste. Penso che siamo alla fine di una civiltà. Se tornassero in vita mio padre e i miei maestri, si metterebbero le mani nei capelli. Se descrivo a una persona del vecchio continente, ovvero a un barbaro d’occidente, la scena di un film di Sordi, di Villaggio o di Totò, talvolta non sorride o neanche ascolta. Se faccio questo con una persona dell’Est europeo o dell’estremo oriente asiatico, spesso sorride e ascolta divertita, in quanto lì i messaggi di Budda e di Confucio sono realtà abbastanza solide.

Di chi sono, per te, le colpe e le responsabilità dell’attuale crisi anche culturale?
Forse la classe dirigente del vecchio continente europeo, in particolare in questi ultimi tempi, ha smarrito il contatto ancestrale con il soprannaturale, patrimonio delle antiche civiltà. Il termometro di ciò è rappresentato dall’eliminazione delle metafore dolci nelle battute, prerogativa di Campanini, Chiari, Tognazzi e Vianello, e dal dilagare di volgari doppi sensi, in ossequio a una crassa ignoranza.

Dunque, nella vita italiana, il passato prossimo ti appare remoto?
Di certo si registra un abisso generazionale tra i genitori della mia epoca e quelli a noi contemporanei; talvolta mi sento un dinosauro, ma non lo sono affatto. Alla fine, mi limito a scrivere e a fare le mie lezioni a scuola cercando di essere me stesso. Poi, chi vivrà, vedrà.

Per concludere positivamente, cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Cercherò di scrivere ancora di arte e musica, ovvero di interpretare al meglio i messaggi universali che ci hanno lasciato i cantautori degli anni Sessanta e Settanta. Cercherò nuove ali per sfiorare i loro cieli stellati e i loro mondi infiniti. A qualcuno sembrerà che scriva con le lenti scure degli occhiali raiban anni Settanta. La verità è che ‘c’è chi dice no’, o meglio, che bisogna mettere il dito nella piaga, avere il coraggio di dire che qualcosa non va anche in mezzo a persone sorridenti e ipocrite, per avere una fondata speranza di un domani migliore.

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