Guido Michelone intervista Marta Sanz

SANZ Marta foto
L’autrice spagnola parla del nuovo libro Un buon detective non si sposa mai

Un buen detective no se casa jamás (Un buon detective non si sposa mai): il titolo è tratto dagli appunti sul noir del ‘classico’ narratore americano Raymond Chandler): il romanzo della grande scrittrice madrilena sembra quasi subito di quelli epocali; e anche il finale, come ogni pagina del libro, lo conferma. Anche senza leggere le precedenti opere di quest’autrice madrilena quarantenne – che risulta assai prolifica in poesia, narrativa e saggistica – e soprattutto anche senza leggere il precedente Black, black, black (quasi un primo capitolo, per via del comune protagonista, il detective privato Arturo Zarco) e forse anche per merito dell’ottima traduzione di Luigi Scaffidi, si ha la netta sensazione di trovarsi davanti a un’opera epocale per l’originalità del costrutto, l’intelligenza della narrazione, la ricchezza delle trovate a livello stilistico, sia di forma sia di contenuto.
La trama parte in tutta semplicità, facendosi via via complessa, stratificata, multidirezionale: Zarco, da poco separato dalla moglie Paula per la giovane fiamma Olmo, fugge in vacanza al Riurau, una bella fattoria sulla Costa Blanca, dove viene invitato da Marta, ex ragazza conosciuta e amata tanti anni prima. In quell’angolo di apparente felicità Arturo conosce quasi tutti i componenti di una famiglia di tre generazioni di gemelle omozigote. Marina ha come gemella Ilse, la quale ha due bambine di nome Fanny ed Erica, mentre la padrona di casa è la vecchia intraprendente Amparo, la cui gemella Janni vive da tempo a Stoccarda.
Nella prima parte del romanzo il detective e Marta forse tentano di riprendere ad amoreggiare, ma di colpo la donna scompare e prendono quindi il sopravvento le confidenze di Ilse, che dipinge una situazione via via sempre meno rosea all’interno della dimora patriarcale, dove avranno poi un ruolo fondamentale sia la domestica Charly sia il podologo Marcos, in un crescendo drammatico, che solo nella conclusione, per nulla scontata, vedrà i nodi venire al pettine, con il protagonista che resterà al contempo osservatore critico e amante dilaniato dai fantasmi del passato recentissimo. Ma questa è solo una minima parte di una trama lussureggiante, che sprizza umorismo nero e citazioni dotte in ogni dove, come si deduce dall’intervista con l’Autrice, in esclusiva per La Poesia e lo Spirito.

Marta, accetti per il tuo libro l’idea di romanzo sperimentale o avanguardista?
La definzione di “romanzo avanguardista” mi sembra un po’ anacronistica, perché per me l’aggettivo “vanguardista” [traducibile con ‘d’avanguardia’] ha a che vedere con quel periodo artistico-letterario tra le due guerre mondiali che fu particolarmente fruttuoso per l’Italia. In quanto allo “experimental” [‘di sperimentazione’ o ‘sperimentalismo’], nonostante la parola possieda connotazioni negative (che la mettono in relazione a un eccesso gratuito di difficoltà o con la noia o con un manierismo vacuo), tutti i romanzi che mi interessano hanno una prospettiva sperimentale: mi piace leggere e scrivere romanzi che, grazie a un nuovo modo di narrare, riescono a proporre un nuovo modo di osservare. Non mi piacciono i romanzi che non rappresentano una sfida per chi legge e chi li scrive. Non mi piacciono i romanzi di routine o abitudinari, che favoriscono e corroborano un patto commerciale tra lo scrittore e i suoi lettori.

Mi pare, dopo il finale del libro, di stare di fronte a una tragedia greca o a una di Shakespeare: sei d’accordo?
Mi piace molto questo paragone. E come no? Non me l’aveva ancora detto nessuno, ma a partire da adesso, col tuo permesso, vorrei utilizzarlo. In effetti, alcuni dicono che il thriller vanti le sue radici più profonde in tragedie come l’Edipo Re, che, in una certa misura, può essere interpretato come la storia di un uomo in cerca di un assassino senza sapere che egli stesso è l’assassino.

Ma perché sperimenti così tanto con un genere come il giallo o noir che dir si voglia?
Aspiro a tirar fuori il noir dalla routine, riabilitandolo come strumento letterario di critica politica e sociale. Questa componente è stata, negli anni, neutralizzata, perché un’impronta retorica non solleva dubbi o interrogativi nel lettore, insomma non disturba, ma tende a rassicurare e quindi a praticare un comodo lavaggio del cervello. Io propongo un tipo di letteratura che rompe gli schemi e vuole essere tagliente. Non mi piace quando la letteratura tratta il lettore come un consumatore: è solo paura di dispiacere, ossia di compiacere su quanto ha speso per divertirsi. Si tratta invece, per me, di proporre un approccio a una realtà scomoda mediante altri schemi retorici che risultino pure scomodi. È rendere visibili le cose che sono visibili, ma che non vogliamo vedere, attraverso il sovvertimento delle regole di un genere altamente codificato.

Mi sembra anche che tu lavori molto sulla relazione spazio/tempo livello narrativo: è così?
Sì, soprattutto nel caso di Un buen detective no se casa jamás, un romanzo dove l’atmosfera e gli aspetti descrittivi e la claustrofobia sono in qualche modo implicati con l’azione. La descrizione degli spazi si converte, in una certa misura, in narrazione delle azioni, perché, in questo romanzo, le azioni – comprese anche le più cattive o perverse – hanno a che fare con le omissioni: con la passività. In Un buen detective no se casa jamás quello che è più importante accade sempre in una stanza vicina o in spazi attigui. I personaggi intuiscono che qualcosa sta accadendo, però in qualche modo sono soliti sgattaiolare via, non chiedono di guardare la realtà di fronte, faccia a faccia, né di essere protagonisti delle azioni: in tal senso, di nuovo qui si propone una metafora politica che si rapporta al comportamento di taluni cittadini nelle società democratiche.

In questa saga famigliare mi sembra anche di ritrovare un discorso sull’identità che mi fa venire in mente un grande scrittore italiano, Luigi Pirandello. Lo conosci? Ne sei influenzata?
Grazie ancora per aver trovare un referente così straordinario nel mio libro. Mi pare del resto che non nessun testo dei secoli XX e XXI che voglia affrontare la questione dell’identità da un punto di vista letterario possa prescindere da Pirandello.

Il mistero del noir, nel tuo libro, si rifà a molti discorsi culturali. Ho letto che l’hanno paragonato ai racconti di Jorge Luis Borges. Condividi queste similitudini?
Fino a un certo punto. Borges m’interessa tantissimo nel suo interrogarsi sui limiti e sui confini tra la realtà e la finzione, nella sua idea che sia la letteratura sia la scienza siano appunto finzioni, perché la realtà è labile e sfuggente, e il destino, la miseria e la dignità dell’essere umano consisteranno sempre nel tentare di decodificare, di trovare ‘regole’ e di porre ordine in un universo caotico. Mi interessa questo discorso con il quale in qualche modo “inizia” il pensiero postmoderno focalizzandosi sul linguaggio di fronte alla realtà tangibile. Tuttavia, nonostante mi sembri affascinante, non sono d’accordo con lui, mi pare pericoloso da un punto di vista politico. Questo perché purtroppo esistono realtà inequivocabilmente reali: la disoccupazione, la povertà, quello che succede a Gaza. Non sono giochi o strategie del linguaggio. Non sono ‘finzioni’. Mi preoccupa la possibilità che la rivoluzione del linguaggio abbia sostituito il linguaggio della rivoluzione e credo, benché non possa astrarmi dalle coordinate del mio tempo, che il mio sentimentalismo e il mio credo siano più moderni che postmoderni.

C’è chi invece trova parallelismi fra il tuo libro e i film di Pedro Almodovar.
Per quanto riguarda Almodóvar, sono orgogliosa di essere paragonata a lui perché penso che, metabolizzando referenti magnifici come Luis Buñuel e Alfred Hitchcock, Pedro sia riuscito a creare un nuovo linguaggio cinematografico, con cui parlare di un mondo nuovo.

Tornando però al postmoderno, anche il tuo libro abbonda di frasi e di citazioni come in quasi tutti i romanzi postmoderni.
Certo: tutto questo ha a che fare con la questione dell’identità, di cui abbiamo parlato prima. Con il fatto che siamo tutti una sorta di Frankenstein, composti da alta e bassa cultura. Con il fatto che gli opposti dualismi individuo/comunità o testo/contesto sono discutibili; e con la certezza che la cultura non sia inoffensiva: probabilmente la cultura più ideologizzata di tutte è quella che ci spacciano come ‘cultura dell’intrattenimento’.

Perché nel romanzo c’è questa folta presenza di cinema e di cucina?
Per un gusto personale che è al contempo sociale e culturale. E poi perché nei gialli vi sono due temi ricorrenti, a cui ho cercato di conferire un tocco diverso: per esempio il cibo, che di solito è un elemento edonista nei testi di Camilleri o di Vázquez, in Un buen detective no se casa jamás diventa una componente sinistra, forse più vicina a La grande abbuffata di Marco Ferreri che, di sicuro, è un regista che mi affascina e sorprende.

Sembra che l’universo del libro sia dominato esclusivamente dalle donne, perché gli uomini sono quasi tutti gay. Ma si tratta di una posizione femminista o antimaschilista o altro ancora?
Io cerco di praticare una forma di femminismo che sia, soprattutto, autocritico. Mi preoccupa molto come i comportamenti di tante donne perpetuino valori sostanzialmente maschili o peggio ancora maschilisti. Per questo concedo alle donne un grande protagonismo nei miei romanzi. Per altri versi, nelle attuali società abbiamo assistito a un processo di “destabilizzazione” del maschio tanto nel pubblico quanto in privato, che, in certe occasioni, s’è tradotto in un’attitudine violenta prima di percepire una vulnerabilità mai sperimentata prima: questo è forse un altro tema molto importante di Un buen detective no se casa jamás.

Marta Sanz, Un buon detective non si sposa mai (Un buen detective no se casa jamás), traduzione di Luigi Scaffidi, Nutrimenti, Roma 2014, pagine 295, euro 17,00.

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