
Il notturno scurissimo di Cristina Rava
A tu per tu con l’autrice del romanzo Dopo il nero della notte
Dopo il nero della notte è un libro che avvolge dall’inizio alla fine: come nei migliori romanzi di stile noir (o giallo, che dir si voglia) c’è sorpresa, intreccio, dramma, umorismo, tensione; ma anche, indirettamente, un discorso sul senso della vita (e della morte) che ha un profumo filosofico, visto che si tratta di un’opera di un’autrice coltissima, che sparge qua e là, fra le pagine, tra vittime e carnefici, anche una dichiarazione d’amore per i libri altrui, per la musica classica, per l’arte e il paesaggio della propria città (Albenga, in Liguria, dove sono ambientati quasi tutti i testi della Rava), oltre che per la buona cucina regionale. Di questo e altro parliamo con Cristina, in esclusiva per La poesia e lo spirito.
Innanzitutto, a bruciapelo, chi è Cristiana Rava?
Cristina Rava è una con la passione della scrittura.
Due ragioni per leggere Dopo il nero della notte?
Prima ragione: racconta una storia che non c’era. Seconda ragione: possono convivere riflessioni sulla morte e spifferi di comicità.
Quanto c’è di autobiografico nella protagonista Ardelia Spinola?
Un po’, il giusto. Quanto più si attinge al proprio vissuto, tanto più si è immediati e spontanei. Si raccomanda di lasciare fuori il narcisismo.
Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare questo personaggio?
Ho inventato Ardelia Spinola perché ben rappresenta la coesistenza di istinto e ragione.
E le ragioni per le quali sei diventata una scrittrice noir?
Perché non so scrivere romanzi sentimentali e nemmeno erotici. Inoltre il genere crime è l’unico in cui alcune situazioni hanno un aspetto scientifico e ubbidiscono a regole logiche.
Ti consideri di appartenere a qualche filone o corrente di giallo o di noir?
Non ci ho mai capito niente tra filoni e generi. Nelle mie storie qualcuno schiatta malamente, qualcun altro indaga e può cogliere l’occasione per interrogarsi su domande più grandi.
Ma cos’è per te la scrittura?
Respirazione.
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?
Prima nasce l’idea, come una linea tracciata a matita su una tela, poi la linea si articola e comincia a rappresentare qualcosa. Alla fine si dà il colore e si fanno le ombre. Io coltivo e do forma all’idea. I concetti sono conseguenza dell’azione narrata, i sentimenti fanno parte della vita dei personaggi.
Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Computer.
Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?
La cucina. Pomeriggio e sera, a volte fino a tardi, quando tutti ronfano.
Tra i libri che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionata?
Sempre quello che sto scrivendo in quel momento o, certe volte, quello che deve ancora nascere.
Mi racconti il tuo primo ricordo letterario?
Il richiamo della foresta di Jack London. Poi, da grande, ho capito che avevano ragione i Nativi, ma quando l’avevo letto non mi ero fatta queste domande. Quello che mi aveva colpito, per sempre, era stato il silenzio dell’inverno, gli spazi bianchi, le foreste di conifere, lo sguardo di topazio dei lupi. In parte provengo da un paese di montagna e ‘vedevo’ la storia nei miei boschi.
E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto?
Noi siamo le nostre radici e quelle più affascinanti sono quelle recise. La famiglia di mia nonna materna proviene da un puntino sulla mappa che fu dell’impero austro-ungarico e poi luogo di contese e di sangue infinito. Miscuglio di razze e culture. Libro amato, non tanto per la vicenda, quanto per la magia è La cotogna di Istambul di Paolo Rumiz.
Almeno tre titoli che porteresti sull’isola deserta?
Il maestro e Margherita, La cotogna, e poi ragazzi bisogna anche ridere un po’: L’anno della lepre di Paasilinna.
Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Simenon, Sciascia, I.B.Singer.
E più in generale hai altri maestri, nell’arte, nella cultura, nella vita?
Caravaggio, Mozart, Freud.
Qual è stato finora per te il momento più bello della tua carriera di scrittrice?
Il momento più bello è quando, alla fine di una presentazione, che sia stata affollata oppure no, un anziano mi avvicina e mi dice che i miei libri gli fanno compagnia.
Come vedi la situazione della letteratura in Italia?
Una campana gaussiana. Più si alza il livello creativo, inventivo, artistico di un’opera e più cala il numero dei lettori. Per avere tanti lettori bisogna raccontare cose accessibili (se possibile molto impressionanti, fantasiose, struggenti) in una lingua semplice, riducendo figure retoriche, astrazioni e riferimenti colti.
E, più in generale, la cultura oggi nel nostro Paese?
La cultura con la C in grassetto è un microcosmo preziosissimo a basso tenore di ossigeno: ci si può stare per poco e in pochi. E dopo un po’ manca l’aria. Poi c’è la divulgazione, sforzo encomiabile, ma non sempre limpido. Per finire ci sono le tv al plasma, megaschermi per guardare le partite, i reality, dopo un pomeriggio domenicale trascorso in un centro commerciale, mentre i musei cadono a pezzi.
Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Sopravvivere dignitosamente. Scrivo un libro, cercando di conciliare le possibilità di vendita con i sogni che ho nella testa.
Cristina Rava, Dopo il nero della notte, Garzanti, Milano 2014, pagine 299, euro 16,40.
