
Parla l’Autore di Noi aspettiamo fuori
Disegnato da Matteo Bertone, redatto da Lorenzo Proverbio (per conto dell’editore Effedì) e soprattutto scritto dal romanziere Gianluca Mercadante, Noi aspettiamo fuori è un libro curioso, umoristico e stimolante, che indica ancora una volta la varietà di idee di un giovane narratore che qui si confessa parlando di sé, di libri e di altro ancora.
Mercadante, cos’è esattamente per lei Noi aspettiamo fuori?
È una carrellata di interviste a persone realmente prese dalla strada, individui grotteschi, involontariamente comici e terribilmente divertenti, che nell’insieme tratteggiano una società contemporanea raccontata per tipologie umane.
Come nasce per Noi aspettiamo fuori la collaborazione fra lei, Lorenzo Proverbio e soprattutto Matteo Bertone?
In maniera spontanea. Ho visto i disegni che Matteo faceva, anni fa, e io avevo in cantiere questi materiali. La mia idea era di metterli su carta senza filtri, senza abbellimenti, così com’erano su nastro. Ne sono risultate interviste esilaranti, qualcosa da leggersi con la pancia in mano. Il tratto grottesco di Matteo si accostava benissimo ai personaggi del libro e così gli ho chiesto di ritrarli, cosa che ha fatto sulla sola base del testo. E l’ha fatto in modo meraviglioso.
Come mai fra i moltissimi intervistati alla fine solo quindici figurano nel libro?
Il senso della misura e l’economia contenutistica di un’opera sono aspetti fondamentali di cui tenere conto, qualunque libro si scriva. Avevo raccolto un centinaio di interviste nell’arco di circa tre anni, questo sì, ma era necessario quanto inevitabile effettuare una scrematura, volendone trarre un libro.
Dopo questo si considera più romanziere o autore di racconti o altro ancora? E alla fine (o all’inizio) chi è Gianluca Mercadante?
Mi considero uno che scrive. Quello che gli pare, come faccio da sempre. Lo stesso dicasi per il ‘chi è’: uno che scrive.
Ma i motivi reali, profondi, inconsci che l’hanno spinta a diventare uno scrittore?
Sebastiano Vassalli, uno dei formatori che ho avuto ai corsi di scrittura che frequentavo più di quindici anni fa, disse che ogni scrittore ha una sua motivazione profonda, ma non sempre sa quale sia. A volte ci vogliono anni, per arrivarci, a volte non ci si arriva mai. Lui, Vassalli, c’era arrivato da poco – e aveva all’epoca una cinquantina d’anni, se ben ricordo. Io ne ho ancora 38. E tantissima pazienza.
Ma allora cosa rappresenta per lei la scrittura?
Condivido l’opinione che ne aveva Pier Paolo Pasolini: è una pura e semplice modalità espressiva, senza alcun particolare senso – il che non significa necessariamente che scrivere non abbia poi un fine, che sia questo morale, estetico, politico, sociologico. Ma quanto a scrivere per scrivere, non significa niente. Da bambino attaccavo figurine ai muri, anziché negli appositi album. Se la mia modalità espressiva fosse rimasta quella, a quest’ora abiterei dentro un’opera pop.
In che modo nascono le sue opere: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Perlopiù computer. Prendo appunti a mano, però, e dove mi capita. Ho un cassetto pieno di roba appuntata: certe volte lo apro, prendo mazzette di appunti, li leggo, e mi capita d’imbattermi magari in una buona idea su cui lavorare, un’idea che neppure ricordavo di avere scritto.
Ha luoghi o momenti della giornata che privilegia per scrivere?
No, avendo un lavoro ufficiale (il parrucchiere), ovvero un lavoro grazie al quale pago le tasse e mi mantengo, ho dovuto razionalizzare i tempi. Questo limite è stato finora per me un propulsore d’energia creativa: mi siedo alla scrivania e parto. Non conosco il panico da pagina bianca.
Esiste per Mercadante un libro-culto tra i molti che ha letto?
Viaggio al termine della notte di Céline. Non ho mai più pensato alla cenere nello stesso modo. Per me sa di miseria, come l’autore la descrive in una scena del libro.
Se la sente di indicare per La Poesia lo Spirito almeno tre titoli che porterebbe volenieri con sé sulla classica isola deserta?
È difficile rispondere; i libri si ricordano per le emozioni che ti lasciano dentro, e quelle te le porti dietro sempre. Credo vorrei soltanto la Bibbia, con me. Non che io sia particolarmente religioso, o spirituale, ma in una situazione del genere non mi verrebbe in mente di leggere nient’altro. Anzi: se in una situazione del genere dovessi proprio leggere qualcosa, credo lo farei per sentirmi meno solo – e, in questo caso, non ci sarebbe libro migliore.
Quali sono stati i suoi maestri riconosciuti nella letteratura?
Calvino e Buzzati, Cechov e Bulgakov, Bukowski e Miller, Pasolini e Tondelli, arrivando ai più recenti Moresco, Palahniuk, Lansdale.
E alla fine Mercadante ha pure veri maestri reali nella cultura e nella vita?
Considero tali i miei genitori, che hanno cercato di trasmettermi la sottile arte dello stare al mondo attraverso la pazienza e la perseveranza. Virtù imprescindibili, per uno scrittore.
