Nella saletta della lungodegenza dove sto dando da mangiare a mia madre ci sono altri malati in carrozzella e altri parenti; un unico malato mangia da solo, nel tavolino accanto. Ha le mani che tremano e sembra che le muova a casaccio, versandosi più pappa in viso e sul bavagliolone che in bocca; ma ha un’espressione che senza affatto essere idiota si può tranquillamente dire beata.
Però a un tratto s’adombra, posa il cucchiaio, si avvicina biro e taccuino che stavano in un angolo del vassoio e comincia a scrivere, certo a fatica, ma con gesto che in lui pare più naturale di quello di cibarsi.
Scrive per un pezzo, oscurandosi sempre di più. Quando posa la biro e la respinge insieme al taccuino sembra addirittura torvo, ma in pochi minuti si riprende e torna a mangiare.
Ho seguito la scena, devo ammetterlo, con crescente curiosità, anzi partecipazione. Come finisco di aiutare mia madre mi rivolgo al vecchio chiedendogli:
“Signore, se sono indiscreto mi fermi subito, ma il modo in cui ha smesso di mangiare per scrivere incupendosi non poteva non attirare la mia attenzione”.
“Lei… non mi parla… come mi parlano… qui” risponde il vecchio fra un boccone e l’altro, con molte esitazioni, ansimando “ma come… mi parlavano… un tempo. La cosa dovrebbe… spiacermi… ma confesso… che una parte… di me… se ne lusinga.”
“Potrei sapere perché, almeno in apparenza, ciò che scrive la incupisce tanto, senza che, credo, lei possa fare a meno di scriverlo?”
“Legga… legga pure… signore. Non ci sono… segreti… qui. Non… ce ne sono… più.”
Mi avvicino e con fatica forse non minore di quella da lui compiuta per scrivere leggo. La grafia è incerta e aggrovigliata, spesso devo chiedergli conferma, ma alla fine sono fortemente commosso.
“Signore” gli chiedo “posso trascrivere i suoi versi che certo potranno far riflettere qualcuno, come ora stanno facendo riflettere me?”
“Faccia pure… le ho detto che qui… non ci sono più segreti… Forse nel mondo… di fuori… queste cose hanno… ancora peso… come a volte purtroppo… a tradimento… tornano ad… averne… anche qui.”
Prendo un foglio ed ecco che cosa trascrivo:
“Scorre maestoso il fiume,
scorre come la vita:
e chi vi nuota non ne scorge il fonte,
e lo reputa sacro.
Ma divino è l’oceano,
che sommerge la terra e la rinnova.
Il caldo e il freddo passano,
la pioggia fa i colori più smaglianti,
ciò che si mostra è il tempio della luce.
Un vento soffia, allevia ogni ferita;
e l’illusione ha fine”.
“Mi domando” gli chiedo ancora “come parole simili possano farla tanto incupire. Io mi chiamo Roberto Rossi Testa, mi può dire il suo nome che certo chi leggerà questi versi avrà desiderio di conoscere?”
“NO” risponde il vecchio con un piccolo scatto che subito si smorza “tanta fatica… per lasciar cadere tutto… specialmente… il nome. Non ce l’ho più… nemmeno voi, badate, ma a voi queste… cose… servono ancora… vi attirano. Va bene così… non giudico. Ma mi arrabbio… con me stesso… quando non posso… fare a meno… di ricordare miei… miei versi… di cinquant’anni fa… scritti appena… dopo… aver letto versi… di altri. Bisogna proprio… lasciar cadere… queste cose… qui e ora… lo scritto… non conta… più. Son buoni i giorni… vuoti… trascorsi solo… con gli odori… del corpo… penso a quando… ero dentro… mia… madre…”
Mentre lo ascoltavo il mio viso si è imporporato, e la mano con cui tenevo il foglietto come un trofeo si è abbassata, ora penzola inerte. Con l’altra mano oso sfiorargli la spalla e quando lui posa il cucchiaio e mette i suoi occhi acquosi nei miei e ce li tiene prendo questo gesto come il dono più grande che potesse farmi.
“Come sei…fui… come sono… sarai” inaspettatamente conclude “ricordalo… tu che devi… e vuoi.”

emozionante!
ciao
Grazie, troppo buona,
ciao a te,
Roberto
Touché…
…ma senza malizia, anzi con un po’ di mestizia…
scommetto che il vecchietto sei tu!
io credo all’importanza dell’identità, soprattutto in questo mondo
dopo (nella morte) che importanza potrebbe avere?
Tutti vogliono un posto al cimitero, ma il cimitero è in ogni luogo, a ben pensare.
Certo che sono io!
Ma sei anche tu, e tu, e tu…
Per non parlare del fatto che tutti, penso, preferiremmo andarcene prima di essere ridotti in quel modo.
Quanto all’identità, è così faticoso raggiungerla, ed è altrettanto faticoso liberarsene.
scorre maestoso il sentimento di emozioni che sgorga dalle parole di questo Apologo. L’essere ha bisogno di un nome per convenzione, per identificare la persona, ma l’anima, L’anima no! L’anima è libera, scorre e fluisce tra sguardi che non sanno fermarsi finché non cadi nel vicolo dell’incertezza, ed è lì che s’apprende quanto è preziosa la vita. Allora impari ad osservare ed ascoltare quello che ti circonda e dai importanza speciale ai piccoli gesti.
Con ammirazione
Francesco
Caro Francesco,
grazie. L’ammirazione naturalmente va all’Agente che a tratti ci solleva alla consapevolezza liberatrice.
Ciao,
Roberto
L’ha ribloggato su "RAPSODIA" di Giorgina Busca Gernetti.
Con grande ammirazione, soprattutto in questo particolare momento della mia vita.
Giorgina