
Nuovo disco e nuovo spettacolo per il celebre artista romano
Ennio, puoi anticipare ai lettori de La Poesia e Lo Spirito qualcosa del tuo nuovo album?
C’è molta Francia nel nuovo lavoro che sto componendo e non solo nella musica. Ultimamente sono stato in Francia: la tv francese trasmette un’infinità di programmi musicali, concerti live in prima serata. E’ un popolo che ama l’arte, noi per lo più amiamo i rigatoni con la pajata, i bucatini all’amatriciana, prelibatezze made in Italy senza dubbio, ma il resto? Da noi non c’è più il resto.
Dunque che album potrà essere?
Sarà ancora una volta un disco contro le ovvietà disarmanti, il conformismo, l’assenza di un pensiero critico. Le parole sono ironiche e feroci come sempre, i racconti storie vere, quelle in cui spesso la gente s’imbatte distratta e non ferma né emozione né commozione. Penso a Christo, l’artista che 1974 impacchettò Porta Pinciana a Roma, uno dei varchi delle Mura Aureliane per farle notare dai romani, portare l’arte al pubblico. Sarà un doppio CD, conterrà 22 brani, di cui 14 inediti, 6 versioni speciali, un duetto con un artista internazionale, ed una bonus track version. Tra le versioni speciali Italia Irrilevante, Scritture ad aria. Stilisticamente l’album sarà folk/jazz, fondamentalmente acustico.
Perché secondo te c’è crisi anche nella produzione discografica?
Molti artisti hanno smesso di fare dischi con mille scuse, la ragione è una: il mercato del disco è morto, o è solo addormentato, dunque i produttori non investono più. La gente non compra più musica, qualcuno per fortuna, nelle poche librerie rimaste, compra libri. Questa è una speranza.
Se non andiamo errati, al disco corrisponde anche uno spettacolo teatrale: ce ne parli?
L’anarchia viene prima, anche del talento e della scuola. Il teatro è nella mia dimensione musicale. Non farei mai l’attore in compagnia di giro. Nel gennaio 2013 ho proposto uno spettacolo, diciamo di teatro-canzone per capirci, da me scritto ed interpretato, ispirato al mio ultimo lavoro discografico, dal titolo: Arrivederci Italia, messinscena di un forestiero in patria, con repliche a Roma e a Napoli. Anche il prossimo disco, previsto nel primo semestre del 2015, darà vita ad uno spettacolo teatrale, di narrazione tra musica e parole, pensato, scritto ed interpretato da me. Per anni ho fatto reading, ma è un’altra cosa. Qui il concerto è al lato, il saltimbanco al centro.
Quindi il rapporto musica/teatro in te è molto stretto?
La mia musica nasce teatrale da subito, la mia teatralità condiziona anche il canto. Io che ho avuto il dono di una voce calda, adatta all’opera, al bel canto, nei miei dischi “canto” poco, perché credo che la melodia non debba più accarezzare, che l’arte debba essere provocatoria e manipolatrice della forma. Per fare un parallelo con la pittura, un cantante moderno non può essere Caravaggio, deve essere Picasso o addirittura Duchamp. Ne abbiamo di melodie bellissime da cantare, grandi refrain da fischiettare, l’arte oggi ha il dovere di essere, come non mai, resistente. Un altro mercato, meno in edifici e più tra la gente. I francesi lo sanno bene.
Dunque, quanto è importante per te, cantautore, oltre la parte musicale (parole e sonori) la componente visiva e drammaturgica?
Dobbiamo solo volerci ascoltare per non piombare nella solitudine.
Ciò che io sento di fare è spaziare dal saltimbanco all’autore raffinato, dal musicista al cantautore. Da anni ormai “cantautore” è un termine non più indicativo di qualità come negli anni 70, oggi ogni cantante lo è: serve qualcuno capace di dare un nome a certe diramazioni anomale come la mia.
Alla fine cosa ti affascina maggiormente nel tuo lavoro quando sei in scena di fronte a un pubblico?
Ciò che mi intriga sono gli spazi di libertà che l’attore può conquistare al di là del copione. Nella mia idea di spettacolo, la musica viene ad assumere, oltre alla funzione scenica, riguardante la componente visiva caratterizzata dai musicisti in scena, una funzione drammaturgica: una drammaturgia dello spettacolo parallela a quella del testo scritto. Si tratta di anarchia, sinonimo di improvvisazione, che cerca imprevisti, come un teatro di strada cerca un rumore in piazza, tra palco e platea, pretesti, a cui agganciarsi per coinvolgere lo spettatore.
Quindi, in conclusione, il teatro è qualcosa di più.
Da sempre ho visto il teatro come una sorta di teatro totale alla Walter Gropius. Una delle mia grandi passioni da ragazzo fu il polacco Tadeusz Kantor la cui forma di linguaggio espressivo era a metà fra il teatro e le arti visive. Mi tiene insieme il teatro, che va oltre il boccascena, entra nelle nostre stanze.
