
Parla l’autore di Nessuna carezza, romanzo sui giovani italiani
Una giovane coppia, un supermercato, una periferia urbana, un’umanità disorientata di trentenni afflitti da problemi economici: sono questi i principali ingredienti di un breve ma intenso romanzo, talvolta con le strutture del noir, ma in grado, tra colpi di scena più o meno realizzati, di descrivere in maniera convincente, autentica e profonda la condizione odierna della precarietà morale, in cui si dibattono i giovani italiani delle classi povere, alla ricerca d’una via d’uscita. Se ne parla in esclusiva per La Poesia e lo Spirito con l’autore di Nessun carezza, Alberto Schiavone.
A bruciapelo, chi è Alberto Schiavone?
Un uomo di quasi trentacinque anni, malato di libri, che da venti li legge, vende e scrive.
Parliamo del tuo nuovo libro, Nessuna carezza. Mi sembra una sorta di nuovo neorealismo, per la capacità con la quale affronti e sintetizzi in fiction la realtà di oggi: concordi?
Osservo molto, interpreto molto, intuisco. Quello che vedo attorno non mi piace, quindi evidentemente una narrativa “camera in mano” mi si addice più di quella che si avventura per la vasta prateria del pensiero, del periodo lungo. Forse è un limite, o verosimilmente il mio modo di trascrivere la realtà.
Come sei riuscito a fotografare così bene problemi dei giovani d’oggi in italia? hai fatto ricerche? Ti sei mimetizzato fra loro?
Quando mi sono messo a scrivere Nessuna carezza non avevo affatto intenzione d’affrontare i problemi dei giovani d’oggi. Non so neanche bene chi siano. Forse lo sono anch’io. Di certo non siamo generazioni indimenticabili. Mi sto accorgendo, però, che soprattutto la critica legge quest’ultimo romanzo cucendogli addosso questo taglio. Non so se parlare di forzatura giornalistica o di esigenze figlie del tempo, per cui il lavoro e i giovani sono temi onnipresenti. Come la figa e il calcio al bar, ma con meno intensità.
Prima ancora della povertà o della disoccupazione sembra che i tuoi personaggi vivano soprattutto il problema della solitudine..
Ecco questa è la tematica principale. Giovane o meno. Se dovessi registrare un sentimento dominante nella contemporaneità sarebbe proprio la solitudine.
Oltre la solitudine i tuoi protagonisti vivono anche un enorme vuoto culturale, nessuno più legge e Google o Wikipedia paiono la Bibbia o il Vangelo..
Io stesso mi affido ogni tanto alla ricerca facile e di pronto uso. Non posso demonizzarla. Nel romanzo, però, ho usato, anche in termini spudoratamente narrativi, il leitmotiv “dopo guardiamo su internet”. I due mediocri imbecilli, gli ipotetici killer che ripetono la frase sono la caricatura, neanche troppo accentuata, di un abbandono alla rete e al grande blob anonimo, che mi spaventa. Magari è sintomo solo di vecchiaia, per cui mi affido a una massima utile: pare che nessuno abbia niente da dire, ma tutti muoiano dalla voglia di dirlo.
Come si rapporta Nessuna carezza agli altri tuoi libri?
Segna una ritorno alle atmosfere de La mischia, il mio romanzo d’esordio. Quindi molta realtà, dialoghi poco rassettati, parecchia bruttezza e solitudine. La libreria dell’armadillo era più commedia, gioco letterario, un atto d’amore verso i librai e le librerie e ciò che essi rappresentano, ora che ve ne sono sempre meno. Alcuni lettori si sono sentiti spaesati da queste variazioni di tono. Eppure mi rispecchiano.
Se ti va, allarghiamo il discorso alla tua figura: in primis cos’è per te la scrittura?
Fatico a credere ai cosiddetti colleghi che si dichiarano incapaci di smettere di scrivere. Non sono divorato dal sacro fuoco. Potrebbe succedere di smettere, e la storia della narrativa e più in generale della cultura non ne risentirebbero. Forse proprio il disincanto, o il “non prendermi troppo sul serio” mi aiuta a non montarmi la testa nei successi e a non sprofondare quando cado. La scrittura è una cosa che so fare e in cui mi sento a mio agio. Molto meglio che stare in mezzo alle persone, per quanto mi riguarda, dove spesso ho l’impressione di fare troppo o troppo poco.
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?
Torna inesorabile il tema della solitudine. Ci deve essere un po’ d’infelicità per creare un mondo su di un foglio. Anche un mondo verosimile. Questa è l’unica concessione romantica che riuscirai ad ottenere da me. Poi, il mio grande desiderio sarebbe quello di far ridere la gente. Ogni tanto ci riesco, e strappare una risata mi riempie il cuore. Poi, però, quando mi metto a scrivere, le dita si sporcano, e così pure i pensieri, e la risata si tramuta sovente in ghigno amaro o rabbia.
Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Per ora ho due fasi di lavoro. Una più scriteriata e affascinante, che parte da un’intuizione, una suggestione particolare, un desiderio di raccontare una cosa anziché un’altra. In questa fase prendo molti appunti, scrivo a penna sui fogli, costruisco (anche disegnando) dei personaggi, ascolto musica, leggo, bevo, fantastico. Mi perdo proprio. Poi arriva il momento dell’artigianato. Quindi niente musica, niente alcol, molte sigarette, e la pagina da aggredire. Qui lavoro esclusivamente al computer. E chi, come me, non è sfiorato dal genio sa quanta fatica costi la parte di scrittura, riscrittura, di lima, di rifinitura. Insomma, officina.
Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?
Per anni ho pensato e sperato di essere uno scrittore notturno. Ed è vero che per anni la mia vita si svolgeva soprattutto di notte. Poi ho fatto i conti con il mio metabolismo. Quindi ho realizzato che mi piace svegliarmi all’alba e andare a letto presto. Almeno ci provo. In generale la mattina presto, dalle cinque in poi, sono i momenti in cui lavoro meglio. Nel silenzio. Nessuna colonna sonora, meno che mai fracasso o spazi pubblici.
Tra i libri che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Ho una produzione ancora ridotta, per cui direi l’ultimo, anche soltanto per vili ragioni di marketing. Però non è vero: La mischia, l’acerbo e difettoso libro d’esordio, è quello a cui guardo sempre con affetto.
E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto?
E’ troppo quello che mi ha reso ciò che sono. Troppi libri, e troppi quelli che ancora non ho letto. Però, da ex libraio, a questa domanda devo rispondere, non mi è possibile fare scena muta. Quindi, ti dirò il libro che ho più regalato e venduto in vita mia: Una solitudine troppo rumorosa, di Hrabal.
Almeno tre titoli che porteresti sull’isola deserta?
Sono per gli estremi. O tutto o niente. In questo caso o tutto o uno. Porto Hrabal, che è anche piccolo (vedi mai che pure per l’isola deserta ci sia la limitazione del bagaglio!). Lì dentro c’è quello che basta.
Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Ho iniziato a leggere tardi, ad adolescenza inoltrata. Merito di una insegnante illuminata, che non smetterò mai di ringraziare. Ho iniziato con Tondelli e Kundera, poi mi sono innamorato di Bianciardi, Fusco, Joseph Roth, Hrabal, appunto. Recentemente ho scoperto Richard Ford, Cheever, Tevis. Ma ripeto: chi come me è malato di libri non riesce, per troppo amore, a rispondere bene a domande come queste.
E più in generale maestri nella cultura, nella vita?
Amo gli irregolari. Non ho maestri veri e propri. Punti di riferimento, forse. In questi giorni capita il compleanno di Beppe Viola. Ecco, mi sarebbe piaciuto conoscere uno come lui. Poi, nella vita ho incontrato tante persone, e a molte ho preso, rubato qualcosa. Ricambiando.
Come vedi la situazione della letteratura in Italia?
Non faccio parte di cerchie, corporazioni, aggregati, associazionismi vari. Spesso vedo che gli scrittori si muovono a blocchi, sperando di far massa e sfondare. Pensando, ad esempio, che i tanti like su facebook significhino qualcosa veramente. Poi qualcuno si stacca in avanti o resta indietro, e allora di lui si parla molto o non si parla più. Agli aperitivi si fa la conta di chi è rimasto, sorridendo e sperando di rimanere aggrappati al barcone.
E più in generale della cultura oggi nel nostro Paese?
Vediamo i risultati di un’emorragia che è iniziata da tempo. Tutto ciò che è fatica intellettuale, e penso soprattutto ai libri, alla loro caratteristica individuale, ha perso appeal, sovrastato a destra e a sinistra da qualunque stupidaggine più o meno pensabile. Ma siamo un paese fascista e cafone, il terreno era già predisposto.
Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
A breve uscirà la mia prima graphic novel, scritta da me e disegnata dal bravissimo Matteo Manera. Su John Belushi, a proposito di punti di riferimento. E sempre nel 2014 usciranno dei miei racconti in digitale per Feltrinelli. Questo inverno voglio provare a mettermi al lavoro sul prossimo romanzo, che da un po’ si muove nella testa. Merita di essere scritto. E ho altri progetti che mi stuzzicano. Ma non ho la folla sotto la finestra che invoca i miei scritti, quindi lavoro con calma.
Alberto Schiavone, Nessun carezza, Baldini & Castoldi, Milano 2014, pagine 172, euro 14,00.

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