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da qui
a cura di Luigi Maria Corsanico
Nel centenario della nascita di David Maria Turoldo
Frate, poeta e profeta
Coderno di Sedegliano (Udine), 22 novembre 1916
Dall’articolo di Antonio Borrelli, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/92616
Diceva di lui, il rettore universitario e critico letterario, Carlo Bo: “Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni”; e lui per decenni attuò inconsciamente con il suo canto lirico, un motto della tradizione ebraica mistica, che invitava il fedele a “un canto ogni giorno, a un canto per ogni giorno”. Padre David Turoldo nacque a Coderno (Udine) il 22 novembre 1916; a 13 anni entrò nell’Ordine dei Servi di Maria (fondato nel 1233 a Firenze dai Santi Sette Fondatori), che si distingue per lo specifico e intenso culto per la Beata Vergine. Fu ordinato sacerdote nel 1940, conseguendo nel 1946 la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
La sua vita di frate servita fu molto movimentata e la sua produzione poetica, unitamente ai numerosi interventi nel sociale, pongono padre David Turoldo, dopo fra’ Paolo Serpi (1552-1623) di Venezia, certamente come la figura più nota al di fuori dell’Ordine, in tutta la sua secolare storia. Durante l’occupazione nazista (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945) fece parte della Resistenza, fondando a Milano un foglio clandestino “L’Uomo” insieme ad altri compagni; con padre Camillo De Piaz, fondò la “Corsia dei Servi” (attività letteraria con specifica libreria). Uomo di grande sensibilità, combatté con sdegno le ingiustizie, rifiutando ogni compromesso con il potere; gli aggettivi che meglio lo qualificarono furono, ribelle (nel senso nobile del termine), impetuoso (nelle sue reazioni ed atteggiamenti), drammatico (per le sue vicissitudini), fedele (a Dio, alla sua vocazione, alla sua origine). In tutta la sua poderosa opera poetica, si riflettono la passione, l’entusiasmo, la spontaneità, le scelte della sua vita; come la partecipazione al sogno di don Zeno Saltini e della sua Nomadelfia; le sue prediche nel Duomo di Milano; la sua parola detta e scritta attraverso i vari canali della comunicazione, giornalistica, teatrale, televisiva e cinematografica.
La sua fitta produzione poetica: Io non ho mani, 1948; Udii una voce, 1952; Gli occhi miei lo vedranno, 1955; Poesie, 1971; O sensi miei…(Rizzoli, Milano, 1990, che raccoglie la sua creazione poetica dal 1948 al 1988); I canti ultimi (Garzanti), Lungo i fiumi…(Ediz. Paoline, 1987); durata fino agli ultimi giorni, lo impose subito all’attenzione della critica e dei lettori come una delle voci più emblematiche della poesia italiana, soprattutto religiosa, contemporanea. Riportiamo qualche strofa delle sue intense poesie, tratte dal sopra citato volume “O sensi miei….”: Da ‘Mio atto di fede’: “Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere. / Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti. / E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione…”.
Da ‘Ballata della speranza’, dove il poeta esprime l’impazienza per la seconda venuta del Signore, quando tutta la creazione sarà trasfigurata: “…Anche il grano attende / anche l’albero attende / attendono anche le pietre / tutta la creazione attende. VIENI VIENI VIENI, Signore / vieni da qualunque parte del cielo / o degli abissi della terra / o dalle profondità di noi stessi / (ciò non importa) ma vieni, / urlassimo solo: VIENI…”.
Ma padre David Maria Turoldo fu soprattutto un cantore della Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, disse di lui il Cardinale Gianfranco Ravasi, biblista insigne, che lo ebbe come amico profondo e fecondo cooperatore, specie attraverso le ripresa poetica di tre libri biblici, dei quali padre Turoldo si era veramente innamorato, il Salterio, il Cantico dei Cantici e Qoèlet; che scopo e ragione d’essere della sua poesia è stato quello di far cantare la Parola divina, esterna a lui, donata, di cui la sua possente voce, da cattedrale o da deserto, era solo “conchiglia ripiena”; “Servo e ministro sono della Parola” si era un giorno autodefinito.
Come per tanti altri uomini di Chiesa, anche padre David Maria Turoldo, dovette subire l’incomprensione delle Autorità ecclesiastiche, nel 1954, anche per l’appoggio dato all’opera di don Zeno Saltini, allora non compresa, il Santo Uffizio chiese ai superiori dell’Ordine dei Servi di Maria, di allontanarlo dall’Italia; iniziò così in ubbidienza un lungo itinerario in varie Case servite di Austria, Baviera, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, che in pratica lo fece conoscere ed apprezzare ad un vasto mondo, al di fuori del suo Ordine.
Rientrato in Italia dopo qualche anno, fu a Firenze dove lavorò accanto al noto sindaco il Servo di Dio Giorgio La Pira (1904-1977), una delle tante luminose amicizie, umili e grandi di quel suo tempo.
Lasciata Firenze dopo alcuni anni, fu ad Udine e poi si mise alla ricerca di un posto, dove raccogliere le forze e muovere per nuove iniziative; lo trovò nell’antica abbazia di Sant’Egidio a Fontanella di Sotto il Monte (Bergamo) il paese d’origine di papa Giovanni XXIII, che fece restaurare con amore e culto della bellezza; dal 1964 l’abbazia divenne luogo di richiamo ecumenico e di accoglienza, per innumerevoli persone e gruppi, centro di spiritualità denominato “Casa di Emmaus”, qui visse molti anni.
Afflitto da tumore al pancreas e dal progressivo disfacimento fisico, fu esemplare nel sopportarlo, la sua poesia degli ultimi anni denota il tormento interiore davanti al silenzio di Dio che si faceva più assordante, quanto più egli anelava la sua Voce: “Dio e il Nulla – se pur l’uno dall’altro si dissocia… / Tu non puoi non essere / Tu devi essere, / pure se il Nulla è il tuo oceano”. “All’incontro cercato nessuno giunge… Notte fonda, notte oscura ci fascia – nera sindone – se tu non accendi il tuo lume, Signore!”.
Dopo un itinerario in vari luoghi di cura, morì nel Convento di San Carlo a Milano il 6 febbraio 1992; i suoi funerali videro la partecipazione di una folla incontenibile, fra cui la gente semplice e gli intellettuali si mescolavano per ore sfilando davanti alla sua bara. Presiedette le esequie il cardinale Carlo Maria Martini ,che qualche mese prima della morte, aveva consegnato a padre Turoldo il primo “Premio Lazzati”, chiedendogli così pubblicamente scusa a nome della Chiesa di tanti torti subiti.
Un secondo rito funebre ebbe luogo nella sua Casa di S. Egidio di Fontanella, nel cui piccolo cimitero fu sepolto.
Ballata della speranza
da qui: https://youtu.be/6rdS79dgo-4
O sensi miei… Poesie 1948-1988
(Milano /Rizzoli – 2002)
Lettura di : Luigi Maria Corsanico
Johann Sebastian Bach
Violin concerto in E major BWV 1042, II Adagio
Itzhak Perlman
English Chamber Orchestra, Daniel Barenboim
(fotografie di L.M.Corsanico / Sud del Cile)
Tempo del primo avvento
tempo del secondo avvento
sempre tempo d’avvento:
esistenza, condizione
d’esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l’albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da‘ nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
‘Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!).
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore ‘
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell’intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l’innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con. il condannato
avanti il plotone d’esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l’amante
che ha l’amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
-il silenzio delle origini –
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
‘ogni parola uccisa
-finito questo vaniloquio! –
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione
del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
quest’unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme
e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
degli abissi della terra
dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall’oriente
fino all’occidente così
sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo – perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest’unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
– .Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
non sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d’amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
– Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest’unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest’unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
«ecco, già nuove sono fatte tutte le cose»
allora canteremo
allora ameremo
allora allora …
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Poesia composta il giorno prima della morte:
Benedico il Signore
che la mente m’ispira:
per questo immane
soffrire dei giusti,
per questo gioire
tante volte insperato,
per questo sperare di glorie
ogni giorno:
impossibile che sia il Nulla
l’estremo traguardo:
impossibile sarà pensarti
come realmente tu sei,
o mio Signore:
sconosciuto Iddio sei tu
la nostra unica sorte.

Emozione e pensiero: il miracolo della vita
Un pezzo, questo, che commuove e arriva nel profondo dell’anima.
Non si può non entrarci dentro e sentirsene parte.
Grazie!
Coinvolgente interpretazione di un bellissimo Canto.
“perché anche la morte non sarà più”
La risposta d’amore ad ogni attesa dell’uomo.
Avvento realizzato e compiuto, il premio dell’attesa partecipata con anima e corpo.
Grandiosa
La bellezza delle cose di Dio è infinita e sono molte le Sue cose, come questa ballata, sorgente zampillante di Fede fervida, di Speranza, di Amore. Anche la narrazione si riempie di maggiore grazia, perché è l’anima intrisa di questi versi che parla. E nel nostro cuore nasce davvero il desiderio di chiedere: “…Signore vieni da qualunque parte del cielo tu possa trovarti…”
Grazie per questa meraviglia
Il mondo non morirà mai di fame per la mancanza di meraviglie, quanto per la mancanza di meraviglia.
Gilbert Chersterton
.. e allora tutto si riaccendera’ alla sua luce … sono parole e segno di una speranza cristiana che ci sorregge come ha sorretto questo grandissimo profeta convinto che Dio e’ con noi sempre anche se silenzioso e sofferente.