PER QUANTO VI DICIATE ASSOLTI
A cura di Ivano Porpora, che ringrazio.

LARNED, CARTER (HEADLIGHT), 1904, work clothes for train engineer
Due parole sulla questione Weinstein, ma non solo.
Ho avuto modo di rifletterci allontanandomi dall’Italia per tre giorni per motivi di lavoro – sono stato in Francia a Loriol-Sur-Drôme, un paesino di 5800 abitanti e nessun bar o forse uno; al ritorno, dopo due notti di sonni saltati e connessioni ballerine, ho visto che l’hashtag #quellavoltache è stato sostituito da #metoo (per comodità, per dargli una immagine più internazionale, perché proposto fuori confine: non lo so).
La cosa che ho pensato è che, come spesso succede, le riflessioni che sono giunte hanno creato una sorta di diversione rispetto al tema principale. Qualcuno si è attardato sulle differenziazioni tra violenza e molestia (è il caso di ripeterle?), qualcuno sul fatto che la differenza tra provarci e molestia è sottile (e sì). Qualcuno ha suggerito che ogni maschio sia sottilmente molestatore, cosa che mi rifiuto anche solo di prendere in considerazione.
Il mio pensiero per poter essere discusso ha bisogno di tre punti fermi, e non prescinderò da questi tre punti fermi in alcuna risposta (ossia: se dovessi venire tirato in ballo in qualsiasi commento che neghi i tre punti fermi, non perderò il mio tempo rispondendo).
1. La denuncia delle violenze è sacrosanta, e la questione è di una gravità inaudita. Non penso che esistano temi più gravi che tolgono di mezzo quelli meno gravi, qui: non vale il chiodo scaccia chiodo.
2. Nella questione Weinstein/Argento la vittima è la Argento e il colpevole Weinstein. Non ho strumenti per capire se il produttore esercitasse la propria coercizione sessuale come forma di potere – per cui il sesso diventa un tramite: ti mostro la mia forza fruendo del tuo corpo – o di lussuria – il sesso diventa il fine, almeno da un punto di vista consapevole. Il risultato è che abbiamo una vittima e un colpevole. E aggiungo: trovo di pessimo gusto le opinioni di chi ha mostrato che la Argento si è svestita con regolarità nel corso del tempo, e anche quelle di chi ha operato una distinzione tra donne di spettacolo e (cito) donnette. L’individuo va rispettato per ciò che è; se una prostituta viene forzata al sesso non è un’attenuante pensare che di solito in quel modo (in quel modo ossia: tramite il sesso a pagamento, senza forzature) si guadagna la vita.
3. Come ho accennato in un post su Facebook, il fatto che il sesso fosse un tramite per l’ottenimento di un risultato utile non è un’attenuante. È la solita manovra scorretta: screditare la vittima per attenuare la colpa. Qui ci sono diverse variabili da tenere in considerazione. Una la ricorda – in maniera sacrosanta – Lory Del Santo: a volte darla non significava nemmeno in automatico raggiungere il proprio scopo. Che significa che viene proposto un commercio (la parte in cambio di sesso), che il commercio viene ingenerato non da un potenziale cliente qualsiasi ma dal cliente che si trova nella posizione fondamentale perché possano essere effettuate valutazioni nelle quali il potere è una risultante del suo lavoro (il provino), che in virtù di questo potere il cliente decide di far decadere la modalità di valutazione lecita e ingenerarne un’altra (non più il provino ma il sesso), e poi all’accettazione (accettazione, fondamentale ricordarlo, che è sostitutiva e non aggiuntiva: non puoi scegliere se fare il provino o fare sesso) può far comunque decadere il patto. Si è congiuntamente a questo creata in merito alla faccenda un’etica della vittima, e un’ortoprassi – ossia: il giusto comportamento da tenere da parte della vittima, tristemente ricordato sia a chi subisce molestie sia a chi subisce stupri da parte di chi, a mio vedere, sceglie manifestamente di diventar carnefice. Nell’etica che molti propongono, il raggiungimento di un beneficio da parte della vittima cancella la molestia. Che, se ci pensiamo, è proprio l’indirizzo preciso del comportamento del molestatore.
Dati i tre punti suindicati, la mia riflessione è questa.
Nelle scorse settimane, secondo uno schema di reazione alla notizia abbastanza consueto su Facebook – che potremmo suddividere in: ascesa dell’argomento, discussione con polarizzazioni, rimozione momentanea, ritorno, oblio – abbiamo assistito ad almeno tre polemiche abbastanza distinte e una totalmente mancante e interessante in quanto tale.
La prima ha riguardato lo scandalo dei posti assegnati all’università prima che i concorsi vengano effettivamente svolti, e risaliamo al 20 settembre circa. Veniamo a conoscenza del fatto che i concorsi universitari sono truccati grazie a una denuncia; salta fuori che i professori si consigliano protetti a vicenda, dissuadono chi non lo è dal turbare il sistema. La locuzione “Veniamo a conoscenza” è ironica: degli scandali all’università siamo a conoscenza da tempo, dei voti comprati pure, delle falle del sistema anche; tempo fa una persona mi mostrò l’ascesa dei prezzi delle pubblicazioni che vengono fatte acquistare dai professori che nelle pubblicazioni compaiono alle università, arriviamo a 900 euro a volume per una ventina di volumi comprati – per un libro che anni fa costava 30.000 lire -, il baronaggio e i problemi dei dottorati spostati da una facoltà a un’altra più comoda sono noti.
La seconda ha riguardato lo scandalo Weinstein, e allo stato attuale siamo ancora nella fase-indignazione, direi, pur con le consuete polarizzazioni che mi hanno procurato in diversi casi un certo disgusto. Ma passiamo oltre. Non passiamo oltre il fatto che moltissime persone hanno partecipato alla discussione utilizzando entrambi gli hashtag indicati sopra, e diversi uomini (io incluso) hanno ammesso di esser stati molestati in forma più o meno pesante, da uomini e donne. Questo sarà rilevante sulla conclusione, e sarà rilevante sulla conclusione il fatto che nelle molestie sul luogo di lavoro – per dire – molte persone sapevano, tutti tacevano.
La terza concerne il problema del mondo del lavoro con due fenomeni abbastanza noti: l’ormai poco divertente barzelletta del “pagamento in visibilità” e l’altro poco, poco divertente problema delle condizioni lavorative. A Cuneo 2009 assistetti a una spiegazione da parte di una editor che disse “Basta coi problemi dello sfruttamento sul luogo del lavoro, non siamo più negli anni ’70 e non esistono i padroni”. Si assiste ogni tanto, vuoi per il ritorno in cronaca di certe note vicende (Thyssenkrupp e Ilva, morti per amianto, eccetera), vuoi per nuove polemiche, alla esplicitazione di un vissuto nel mondo lavorativo in cui i diritti sono tutt’altro che tutelati. Detto da una persona la cui seconda pipì della giornata veniva redarguita dal datore di lavoro.
Aggiungiamo la quarta tematica mancante, ossia: la malavita organizzata, di cui in Italia non si parla per nulla (e considerato che per insicurezza delle infrastrutture, sommerso, delinquenza, si può considerare la piaga numero uno, è piuttosto divertente che non sia nemmeno citata nei programmi elettorali dei principali partiti); e chiudiamo il mazzolino.
Il sistema nel quale viviamo, da ciò che leggo in giro – intendo: dalla percezione del sistema che si desume in larga parte degli status che ho letto – viene giudicato idealmente sano ma corrotto. Ossia: la rimozione della parte non sana, di quella che possiamo chiamare la massa tumorale del sistema, creerebbe in tempi più o meno rapidi la possibilità di un ritorno a un sistema in sé sano. Questo presuppone che il sistema sia malato e rigido, e che esiste una componente di questa società malata e rigida e una componente onesta sana e elastica; la mia teoria è che invece sia sano ed elastico, ma – esattamente come accade per la mafia – la sanità del sistema non equivale alla bontà dei suoi risultati.
Per semplificare: giudichiamo il sistema malato, e invece è perfetto per il raggiungimento dei suoi obiettivi – che non coincidono con quelli dichiarati. In questo, la funzionalità si rivela fondamentale e un esempio è semplicissimo: compriamo Made in China sperando che le condizioni di lavoro siano buone, compriamo Apple sapendo cosa succede là ma applicando una bendatura etica a ciò che sappiamo, compriamo Amazon immaginando i lavoratori intenti a sfrecciare su bellissimi rollerblade per i corridoi.
Quindi, leggendo le polemiche di questo periodo mi si è affacciata alla mente una nuova teoria, molto semplice in realtà e al momento piuttosto convincente: quella del sistema endemicamente sano, e ci siamo, ma sano in maniera malata. Lo chiamerò sistema funzionale grazie alle storture. Ossia: togliere le componenti devianti del sistema non lo bonificherebbe, ma anzi lo distruggerebbe – perché il sistema su quelle malattie si basa. Combattere la mafia (sottolineo: cosa sana e santa) è possibile fino a un certo grado, per dire; oltre quel grado la società collasserebbe perché basata anche sulla mafia.
Il #metodo ha dimostrato che moltissime, moltissime persone sono state molestate (perlomeno) da bambine, quale che ne fosse il sesso, e sono rare le persone che al contrario non hanno mai ricevuto molestia. Non solo: ha anche dimostrato che come l’attenzione è alta nei confronti della tematica, con gli ovvi richiami a considerare come giusta la denuncia di questi comportamenti, così le stesse persone (è questo il punto) sono pronte a attuare il comportamento omissivo nei confronti di tematiche che non le riguardino nettamente.
Faccio un esempio.
Una persona che sia stata molestata ha riconosciuto il comportamento malato delle persone che giravano intorno al molestatore, spesso col loro comportamento prone alla volontà del molestatore e quindi adatte al mantenimento di questo schema vessatorio. Contemporaneamente questa stessa persona utilizzerà telefonini dei quali conosce perfettamente le polemiche legate alla costruzione, perché deciderà di girarsi dall’altra parte; avrà fatto l’università (che, ricordo, in Italia conta 7 rettori donna e 70 uomini) e avrà conosciuto professori di dubbio spessore, decidendo col silenzio di mettere a rischio i futuri suoi colleghi pur di assicurarsi la tranquillità del suo proprio esame; avrà notato le condizioni di lavoro dei suoi colleghi e deciso di tacere per motivi di comprensibile cautela; avrà notato che in Italia esistono quattro organizzazioni criminali onnivore, e forse ne avrà anche visto piccoli comportamenti a loro correlabili o assimilabili, e avrà deciso di non parlare o sfruttare questo comportamento ai propri scopi.
La conclusione cui giungo è molto triste: ossia che per quanto ci sentiamo assolti siamo coinvolti, e che tutti coloro che – maschi o femmine – stanno denunciando molestie ricevute, dovrebbero allargare lo spettro della denuncia a ogni ingiustizia di cui siano venuti a conoscenza.
Non siamo pronti ad affrontare tutto questo, credo.
Ma credo anche che siamo chiamati a farlo.
Ivano Porpora nasce a Viadana (MN) il 12 marzo 1976 da padre napoletano e madre mantovana. Ha pubblicato due romanzi (La conservazione metodica del dolore, Einaudi 2012 e Nudi come siamo stati, Marsilio 2017), un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, Miraggi 2016), una favola per bambini (La vera storia del Leone Gedeone, Corrimano 2017), un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria 2017). Scrive di fumetti su Scuola di fumetto, tiene corsi di scrittura in giro per l’Italia, ha un sito internet nuovo di zecca (www.ivanoporpora.it).
