[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]
4.
Angela, Mike e Minnie li raggiunsero, venivano dal lato opposto del lago. Angela si sedette sulla panchina guardando i rametti di abete che Minnie teneva in mano.
«Non è come la salvia selvatica che si deve usare secondo il rituale nativo-americano, però il profumo della resina secondo me andrà comunque bene per allontanare delle stanze gli spiriti maligni.»
«Dici che ce ne sono?» chiese Angela alzando un sopracciglio.
«Penso che ognuno di noi si sia portato dietro i suoi demoni,» fece Jeff «vero Minnie?»
«I miei non li avrei seminati neanche andando a centocinquanta miglia all’ora…» disse Mike.
«Con quella carretta non arriveresti neanche a novanta!» gli fece Jeff con una faccia da cowboy dispettoso.
«È una macchina a noleggio, tesoro, la mia è in garage, a casa.»
«Uh, sexy… vorrei davvero sapere cosa nascondi nel tuo… garage, bellezza.» gli rispose tutto svenevole Jeff.
«Sei molto carino ma temo di preferire le signore.»
«Non sai che ti perdi, gringo!»
James si dispiacque un po’ a sentirlo esporsi così, sapendo quello che gli passava dentro. Aveva la sensazione di doverlo proteggere, da sé stesso. «Ma non avete fame anche voi? È davvero solo mezzogiorno?» Provò a cambiare discorso.
«Andiamo James? Ho un po’ freddo adesso.» Angela si alzò stringendosi nelle spalle, e a lui venne spontaneo prenderla sotto braccio, come se il sentiero fosse ghiacciato. Nel modo in cui aveva fatto l’anno prima con Eileen quella volta a Sausalito, quando si era alzata la nebbia nella baia.
Francesca gli aprì la porta, li aveva visti arrivare «Fame eh?»
«Visto che è lei a chiederlo allora confesso: sì!»
«Anzi che siete solo voi due. Mi aspettavo di vedervi arrivare tutti prima dell’una. Comunque vi ho preparato delle tartine, il tacchino sarà in tavola puntualissimo.» Indicò la tavola apparecchiata su cui c’era anche un vassoio con dei bicchieri di spumante. «Prego!» e sparì di nuovo in cucina.
«Vuoi un plaid? Lo spumante lo bevi?»
«Se mi metti il plaid addosso mi addormento.» rise lei «Mi sento un po’ come mia nonna.»
«Che fa tua nonna?»
«Fa il cadavere, al cimitero. Scusami, una battuta cretina… è morta l’anno scorso. Come un angelo, andata via senza un fiato, una notte. Mi ha cresciuta lei.»
James annuì comprensivo, ma poi non resistette a chiederle «I tuoi genitori?»
«Mamma è morta quando avevo nove anni, incidente. Mio padre non pervenuto.»
James fece un lungo sospiro «Non hai nessun altro?»
«Sì, zii e zie, cugini. Gente molto carina. Stanno nel Connecticut.»
«Fratelli o sorelle niente?»
«Niente… Un po’ lo capisco Joe, che è andato via. Il mio ex. Non è facile. Lui ha pure un anno meno di me.»
«Ma tu quanti anni hai?»
«Ventisei. Lo so, sembro più vecchia senza i capelli. Ma non ho voglia di portare la parrucca, mi dà una sensazione finta. E tu?»
James prese a contare sulla punta delle dita «Trentasei più di te.»
Angela annuì «Anche tu sembri un po’ più vecchio, ma si capisce che è la stanchezza. Sei stato troppo al chiuso, devi prendere aria. Dove abiti?»
«Vicino San Francisco, a nord, lì, dove ci sono le foreste di sequoia rossa, conosci?»
«Per sentito dire. Ti verrò a trovare, magari.»
«Perché no, un giorno.» Pensò alla sua casa chiusa, al vento che forse stava frusciando tra le piante del giardino. Aveva lasciato le calosce fuori dalla veranda; si augurò che non piovesse.
Non si dissero altro.
Il primo a raggiungere la sala da pranzo qualche minuto dopo fu Samuel. Da bagnati i capelli gli toccavano le spalle. Cercava di scrollarsi la frangetta di lato con un colpo del mento, ma gli continuava a cadere sugli occhi che avevano un taglio leggermente lappone, parve di notare a James. Eileen avrebbe detto che aveva una bellezza misteriosa. Troppo vecchio per Angela, e anche troppo scostante. Entrando gli aveva rivolto solo un ciao e poi si era preso un calice e una tartina, dando loro le spalle.
«Mi andrebbe di fumare adesso.» fece Angela.
Samuel si volse quasi di scatto «Ti va una canna dopo pranzo?» le chiese, restando brusco.
Lei rise sorpresa «Magari dopo cena?»
«Come vuoi tu.» fece lui scrollando le spalle e girandosi di nuovo verso il caminetto.
«Grazie, eh?» e poi «Non avrei mai pensato che un chirurgo si facesse le canne, comunque. Sono un po’ naif, mi sa.»
Samuel si volse di nuovo verso di lei «Se può farti riacquistare la stima nella categoria, sappi che di norma fumo solo quando sono in vacanza, in ogni caso.»
Lei gli sorrise «Ne ho conosciuti un po’ di chirurghi ultimamente, ma li facevo più gente da whisky appena arrivati a casa. Tipo con la moglie che gli versa uno scotch prima di cena. “Bevi qualcosa caro”.» concluse con una buffa voce tremula.
«Un neurochirurgo alcolista è un neurochirurgo disoccupato bellezza.» disse facendosi saltare in bocca l’ultimo pezzo della tartina «Dove ti ha preso il cancro?»
A James diede fastidio quel tono freddo e ruvido; strafottente, sopra le righe. Si alzò dal divano, con la sensazione di volersi frapporre. Ma Angela stava già rispondendo, docile e precisa.
«Ovaio destro. Aggressivo.»
«Come l’hai beccato?» chiese Samuel finendo lo spumante in un unico sorso.
«Alla visita per la pillola. La ginecologa mi fa sempre anche l’ecografia, ha visto un po’ di ascite e mi ha mandata dritta all’ospedale. Era meno di un centimetro.»
Samuel tirò le labbra in fuori, meditabondo, poi le fece schioccare e disse «Al 65% ce la fai, secondo me.»
«Io dico al 100%!» Esclamò James, diventando velocemente rosso in viso.
«“100%” non le serve signor Harlott, quella è “speranza”. 65% è il concreto, ed è quello che le serve.»
«Concreto? Ma che ne sa lei! Non ha visto manco mezza cartella clinica! Ma che ne può sapere lei! Angela, non starlo a sentire per favore! 65%! Non ci posso credere!» esclamò facendo schioccare la lingua.
Samuel lo guardava senza dire nulla, con le braccia conserte.
«James per favore non ti preoccupare, ok? È un dottore!»
«Dottore un cazzo! Meglio che me ne vado.» fece avviandosi bruscamente verso le scale. Angela si sfilò dal plaid per andargli dietro, voltando la testa verso Samuel. «Grazie comunque, 65% a ventisei anni è tanto, lo so.» e raggiunse James in cima alle scale sussurrando «Dai, non farmi correre.»
«Scusa, ho bisogno di cinque minuti da solo, poi torno giù, va bene? Per favore, scusami.»
Angela aveva annuito ed era riscesa lentamente in salotto.
In camera si era tolto le pedule per indossare le scarpe da ginnastica, e poi si era lavato lentamente le mani; guardandosi allo specchio si era detto che era stato brusco, però quel tipo se l’era cercata. Tutti uguali questi medici, così insensibili.
Ridiscese che il pranzo cominciato da pochi minuti. Un inserviente stava affettando il tacchino mentre Francesca serviva le patate arrosto, che profumavano di vino bianco e limone. Minnie le sorrideva solare, offrendole il proprio piatto «Ma posso davvero aiutarla a fare le fettuccine oggi pomeriggio? E magari gli gnocchi domani mattina? Mi piacerebbe tantissimo imparare! Mia nipote è stata un mese in Italia e li mangiava tutti i giorni, dice che sono eccezionali. Sarebbe così bello farle una sorpresa!»
«Ma certo! Sono contraria alla proprietà intellettuale in genere, si figuri se la applico alla cucina.»
Jeff sospirò. «Adoravo preparare la cena al mio ex, per dieci anni gli ho cucinato meglio di una moglie.»
«E lui apprezzava?»
«Sì, era in lotta continua con la bilancia… ma credo sia l’unica cosa che gli manca di me, adesso.»
«Ma dai, figurati se è così.» disse Angela.
«Secondo me lo è. Era stanco di vedermi mordere le unghie sulla mia vita. Ma mi fermo qui, altrimenti diventa una terapia di gruppo.» concluse con una buffa smorfia.
Samuel fece un sorriso tra sé e sé. «Forse invece che spendere 800 dollari per questo weekend potevamo tenerli da parte per farla sul serio. Se siamo qui ne abbiamo sicuramente bisogno.»
«Chi ti dice che in fondo non lo sia?» disse Angela con voce tenue.
Invece che risponderle lui si rivolse a Francesca «Che ne dice signora Chimenti, questa è una terapia di gruppo?»
«Ne dico che lei ha scelto di venire qui a spendere i suoi 800 dollari.»
«E io dico che lei è una donna molto intelligente.»
«Grazie.» rispose con uno dei suoi brevi sorrisi.
«Ti piacerebbe provare una terapia di gruppo Samuel? Posso darti del tu?» fece Jeff usando il suo timbro baritono più elegante.
«Certo, Jeff!» rispose Samuel con un tono ironico. «A quanto pare siete in due a non temere il lupo cattivo qui.»
«Chissà se è davvero cattivo questo lupo, dopo tutto. Magari è solo un po’ stronzo?» fece James cercando di usare un tono sardonico.
«Non ama i dottori vero? Chissà, magari ha le sue buone ragioni, magari è per questo che è qui.»
«Fatti i cazzi tuoi chirurgo. Non ci tengo a sapere della tua vita, non farti domande sulla mia.» Rispose stizzito.
Angela si intromise sospirando «Anche tu un lupo cattivo James? Posso finire senza altri screzi il mio tacchino per favore?»
«Scusami tesoro.» disse abbassando lo sguardo.
Si scusò anche Samuel «Perdonami Angela, devo imparare a resistere alle provocazioni, sono un po’ come quell’aforisma di Oscar Wilde… come diceva?»
«“So resistere a tutto tranne che alle tentazioni”?» provò Minnie titubante.
«Precisamente signora Court.»
«La mia preferita di Wilde è “È assurdo dividere le persone in buoni o cattivi. Le persone o sono affascinanti o sono noiose.”» declamò Jeff con accento britannico.
«Adorabile. Avresti dovuto fare l’attore.»
James e Jeff si guardarono un attimo negli occhi poi scoppiarono a ridere.
«Ho detto qualcos’altro di sbagliato signor Harlott?»
«Ma no, è che io sono un attore. Anzi, lo ero.»
«Davvero?» chiese Samuel con interesse.
«Non si può smettere di fare gli attori, quando ce l’hai nel sangue.» fece Minnie. «Senti ma lo sai che è da quando ti ho visto che sto cercando di ricordarmi perché riconosco la tua faccia? Ora che mi dici attore mi sa che forse ho capito… Ma tu per caso eri l’infermiere di “Ogni volta che torni”, quello che accompagnava la signora in giardino?»
Jeff si illuminò fino a arrossire, aprendo la bocca due volte a vuoto prima di riuscire a dire «Davvero mi hai riconosciuto? Davvero?» guardò James per accertarsi che non fosse una macchinazione, ma sul suo viso c’era solo un’espressione contenta e stupita.
«Sì sì, l’ho visto due volte quel film, l’ultima un paio di mesi fa, mi è piaciuto molto! Ma è tanto strano che ti abbia riconosciuto?»
«Sì… cioè, non mi succede quasi mai fuori dal giro, cioè, nessuno mi… scusatemi.» disse coprendosi gli occhi con le mani, respirando tra le labbra tremule. Minnie si allungò oltre Mike per appoggiargli le dita sull’avambraccio. «Era una parte piccola ma significativa sai? C’era una dolcezza bellissima nei tuoi gesti, quando l’aiuti a salire in macchina alla fine, era bello.»
«Grazie.» le disse scoprendo il viso, gli occhi velati.
«Vieni Jeff, andiamo a farci una sigaretta.» si alzò in piedi Mike, che non fumava. Aveva davvero una statura imponente. Jeff lo seguì fuori remissivo, senza dire una parola.
«Bene. Qualcun altro a cui posso dire la cosa sbagliata?» fece Samuel a voce bassa.
Francesca sorrise «Ma no perché la cosa sbagliata? Anzi. E anche fosse, penso comunque che ognuno di noi scelga che sentimenti provare di fronte alle cose. Non possiamo far star male nessuno che non voglia starci.».
«In che senso scusi? Se le pestano un callo fa male no? Mica sceglie!» disse James, leggermente irritato.
Francesca fece una pausa prima di rispondergli «Mi faccia un esempio di una cosa che lei sa fare molto bene e di una cosa che invece non sa fare… una cosa qualsiasi! Le va?»
Fu incerto se rispondere, si sentiva esposto anche di fronte agli altri, temeva che avrebbe fatto la figura dello stupido. Ma l’avrebbe fatta comunque, se si rifiutava di rispondere. «Boh… faccio una crostata di mele meravigliosa.» ci pensò su «Ma non ho il pollice verde, in effetti.»
Gli fece piacere notare che Francesca restava molto calma «Ok. Mettiamo che un suo vicino di casa le dica che la sua crostata fa schifo. Cosa prova? Ci pensi un attimo prima di rispondere.»
«Nulla… penso che è scemo!» questa era stata facile.
«Ma se il vicino di casa le passa accanto e le dice che i suoi cespugli di rose stanno andando in malora e che le ortensie sono da estirpare?»
James rifletté per qualche secondo poi rispose in un crescendo di irritazione «Ho capito perfettamente. Quindi è sempre colpa mia vero? Se mi arrabbio è colpa mia, se mi offendo è colpa mia, se ci resto male è colpa mia? Eh? Tutta colpa mia?»
«Non è colpa sua. È una scelta sua.» gli rispose ferma.
«Troppo facile. Così gli altri non hanno mai colpa di niente…» si intromise Samuel schioccando la lingua.
Francesca si voltò alla sua destra per rispondergli guardandolo negli occhi «Responsabilità, signor Olsen, non colpa. Non è la stessa cosa. Io penso che diventa colpa se lei gli dà modo di andare a centrare l’obbiettivo.»
«Scusi ma allora chi ci dice delle cose apposta per farci male?» chiese Angela con una vocina piccola.
«Beh se lo sappiamo, se lo capiamo, proprio per questo non dovrebbe ferirci no? Quello che addolora è la loro intenzione, più che altro, non il senso delle parole. Ci fa male quello che risuona “vero” dentro di noi, a prescindere da loro: è un dolore che già abbiamo, che ci portiamo dentro. Cose che ci diciamo già da soli, di cui ci accusiamo già da soli»
«È per questo che ci conosce bene può ferirci tanto.» disse Minnie a voce bassa.
«Siamo sempre noi che glielo lasciamo fare però, non pensa signora Court?» disse Francesca, continuando a essere molto calma.
«Senta lei forse ha ragione, anzi, sicuramente. Ma oggi non voglio dargliela ragione ok? Mi scusi, gliela darò magari domani mattina, ma adesso sono troppo arrabbiato. Ed è strano, perché io non mi arrabbio mai. Chieda a chi vuole!» disse James alzando un po’ la voce «Ai miei colleghi di lavoro, a mia figlia, ai miei nipoti, ai vicini di casa, a chiunque! Io non mi arrabbio mai, cacchio. E tu chirurgo togliti quel sorriso cazzone dalla faccia.»
«Mi rilassi Harlott. Non so spiegarti perché ma lo fai. C’è la cannabis, e poi ci sei tu.»
James si alzò, prese il giubbotto e uscì all’aperto, senza dire nulla, mentre stavano rientrando Jeff e Mike.
Si avviò verso il lago, aveva bisogno di camminare. Sentiva i muscoli delle gambe come pompe meccaniche ingovernabili che non si sarebbero fermate neanche a un suo espresso comando. Non era un bacino molto grande, ma il periplo era sicuramente almeno un miglio; ciò nonostante, dovette percorrerlo due volte prima di sentirsi finalmente un po’ stanco. Il sole declinava sostituito dal vento, ma James si sentiva accaldato. Il suo corpo gli mandava una sensazione di benessere. Non erano solo endorfine. Si guardò le mani: non aveva preso i guanti e iniziavano a arrossarsi. Erano le sue mani, pensò. Quanto tempo che non le vedeva, che agiva con loro per sé stesso. Fare qualcosa per sé. Non era facile. Le infilò in tasca.
Sentì il foglio del giornale in quella sinistra. Si ricordò che l’aveva messo lì prima di partire in modo da avere sotto mano il numero di telefono della villa, in caso si fosse perso. Lo sfilò dalla tasca, voleva guardarlo di nuovo. Era strano rileggere l’annuncio, ora: “Stai vivendo un momento difficile e non vuoi festeggiare il Giorno del Ringraziamento in famiglia? Se desideri passarlo da solo in un ambiente tranquillo e non festoso, senza obblighi sociali, immerso nel silenzio e nella natura, Big Oak Mansion, affacciata su un lago, è il luogo che cerchi. Combinazione quattro giorni/tre notti in pensione completa a $ 800.00. Dettagli su nostro sito” e seguivano i contatti.
Era veritiero; era quello che offriva. Niente di meno, pensò. Piuttosto qualcosa in più. C’era Angela e il suo cranio piccolo e nudo. Non l’aveva preventivata Angela. C’era questa donna che non sembrava una manager d’albergo. Era misteriosa, calma ma così attenta. C’era quel neurochirurgo pazzo, svitato, un asociale, un provocatore. Chi cacchio si credeva d’essere? L’aveva fatto davvero uscire dai gangheri. La signora Chimenti avrebbe detto che era stato lui a dargliene il potere. Si irritò nuovamente a pensare a quel discorso, pensò che lei gli avrebbe detto che se lui si irritava era perché aveva ragione, anche se lei non avrebbe mai usato quelle parole. Ne avrebbe usate delle altre più giuste e equilibrate, senza perdere la calma. Come faceva anche lui, di solito. Quando non era lì. Forse aveva ragione Carrie, era in un posto “strano” a fare era una cosa “strana”, come mai c’era andato? Cosa cercava? Pensò a una sorta di trappola, una congiura contro di lui: erano tutti attori, e i capelli di Angela erano solo rasati e non aveva mai fatto una chemio.
Che cazzo diceva? Stava diventando paranoico. Però dovette ripensare per qualche secondo a come aveva scelto di andare, come aveva prenotato, per convincersi che nessuno lo aveva influenzato: no, era stato proprio un annuncio sul giornale, l’aveva letto e scelto lui, da solo. Non poteva essere una trappola, un Truman Show.
Era in paranoia, partito per un bad trip.
Doveva essere la stanchezza. Ecco. Sì. La stanchezza gli stava franando addosso. Cinque anni a curare Eileen, a occuparsi di ogni suo respiro, a tenere vivo l’ottimismo e le sue mani; sorriderle, accudirla, contare i suoi giorni fino a smettere: vivere in un unico eterno giorno di fine, la sua trasformazione in acqua fragile, risucchiata dalla terra in una bara troppo grande per lei.
Si alzò in piedi, il morso dell’acido lattico dietro il polpaccio. Era buio. Le finestre accese della villa lo guardavano in lontananza, aveva bisogno di una doccia.
La luce di una sigaretta sul portico, doveva essere Jeff.
«Ciao… sei stato a fare un giro?»
«Sì, avevo bisogno di sgranchirmi un po’.» rispose James con una voce che non assomigliava per nulla a quell’uomo paranoico che aveva incontrato in sé stesso qualche minuto prima. «Scusami per lo sfogo a pranzo, non so che mi è preso, sono solo un po’ stanco, credo. Devo scusarmi anche con la signora e con Angela. Col chirurgo però non mi scuso.»
«Beh senti, siamo tutti a pezzi qui, ognuno ha la sua storia, fossi in te non mi scuserei con nessuno. Io non mi faccio problemi, neanche per me stesso. È strano qui, come mi sento. Pensavo di scappare dalla mia vita e invece ci sono saltato dentro come Mary Poppins e i bambini nell’acquarello di Bert, ti ricordi il film?»
«Certo… adoravo anche il libro, da ragazzo.» fece una pausa «Comunque sì, ho presente la sensazione. Anche io mi sento così. Dici che siamo vittime di un incantesimo? Che la signora Chimenti è una maga? O è una fata?»
Jeff scoppiò a ridere «O un’arpia? La matrigna cattiva di Hansel e Gretel? Sei sicuro che fosse tacchino e non bambino quello che abbiamo mangiato a pranzo?»
«Ah ah ah! Troppo grasso per essere un bambino! Che orrore di battuta comunque!»
«Sì lo so, adoro questo cinismo, ti ha dato fastidio?»
«Ma no figurati! Sei una delle poche persone che è riuscita a farmi ridere ultimamente. Entriamo?»
«Dai! Un whisky?»
«Alle…» guardò l’ora «cinque del pomeriggio? Mi sa che devo passare, fratello. Magari una tisana?»
«Grazie, sì. Mi aiuta, se tu…» disse Jeff improvvisamente serio «Ho bisogno di darci un po’ un taglio.» completò alzando lo sguardo su di lui. A James parvero gli occhi di un bambino vergognoso, che non sa se chiedere scusa o aiuto.
«Andiamo, che fa freddo.» gli rispose appoggiandogli il braccio intorno le spalle.
