[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]
6.
Bussò perché vide luce filtrare dalla porta.
«Chi è?»
«Sono James, ti disturbo?»
«No no, entra, è aperto!»
La stanza aveva la stessa aria disordinata che aveva avuto quella di sua figlia da ragazza. In ventiquattr’ore Angela l’aveva fatta sua, piegata al suo bisogno di tirare fuori i suoi troppi vestiti e scarpe da una valigia verde dall’aria antiquata che aveva lasciato buttata per terra, aperta. Maglioni e pantaloni erano appoggiati ovunque, l’accappatoio appeso all’angolo della porta del bagno; c’era profumo di miele, gli parve. Ripensò un istante a tutte le sgridate inutili che lui e la sua ex moglie avevano speso per l’indomabile caos di Carrie; allo sguardo sempre innocente e sorpreso che lei rivolgeva alla sua stanza durante le loro tirate: dove loro vedevano macerie e lacerti, lei rispecchiava sé stessa. Ed era così calda la sua camera, piena di speranze e desideri, di vita; al contrario del resto della loro casa dove anche i cuscini sembravano posizionati col goniometro; lucida, fredda. Gli parve di capire Carrie per la prima volta, sentì la sua voce dentro chiederle finalmente scusa.
Angela era a letto, minuscola sotto il piumone, molto sorridente.
«Ciao!»
«Ehi, ciao… come stai?»
«Bene! Ho dormito credo due ore, praticamente un coma. Ora ho fatto una doccia per svegliarmi ma mi è solo venuta voglia di tornare a letto.» concluse con uno sbadiglio.
«Puoi sempre scegliere di cenare in camera se vuoi…»
Stava per aggiungere “però mi dispiacerebbe”, ma si trattenne.
«No no, mi fa piacere stare con voi!»
«Anche quando c’è un cretino che a 63 anni ancora non ha imparato a tenere chiusa la bocca?» disse con un tono amaro «Devi scusarmi per prima Angela. Non m’importa nulla di Olsen, ma non dovevo stressare te. Scusami, davvero.»
«Senti non c’è problema. È stato un attimo di irritazione da parte mia, su un attimo di irritazione da parte tua, siamo pari.»
«Beh no, io ero proprio arrabbiato, altro che irritazione, incazzato come non mi capitava da… boh, non lo so. Non mi succede mai, davvero.»
Angela lo guardò con occhi castani da marmotta «Non è possibile. Ti arrabbi spesso, come tutti.»
«Ma no ti dico! Mai!»
«Semplicemente, non lo riconosci con te stesso, ma lo fai. Tutti ci incazziamo, venti volte al giorno. Anche se non vogliamo.» fece una pausa «Anche se non ci piacerebbe.».
James scosse la testa.
«Anche tu James. Trattenere ti fa ammalare.»
«Scusa ma questa è psicologia da autogrill. Io sono tranquillo per davvero, è il mio carattere.»
«Ok dai… dobbiamo scendere?»
«Sì, hai un quarto d’ora per farti bella.»
Angela gli rispose con un sorriso storto. «Sì certo… molto bella.»
Trovare Jeff e Olsen in salone che ridacchiavano di qualche battuta gli diede fastidio e si sentì un imbecille. Tradimento? O con me o contro di me? Ricordi di scuola salivano come succhi gastrici. Quel senso di rabbia latente. Rubò un pezzetto di pane dal cestino e andò alla finestra a guardare la macchina. La sua alleata dal mondo passato che conosceva, il suo mondo. Se fosse uscito in quel momento ci avrebbe trovato dentro il suo vecchio plaid, la cartina della California, i suoi cd di Leonard Cohen che non aveva più ascoltato da quando era morta Eileen. Oggetti grondanti lutto ma certi. Non questo luogo strano, ostile. Ostile? Si disse di piantarla. Si disse “James ma come cazzo sei messo?”. Ma si era inceppato come un animale colpito da un paio di abbaglianti, gambe rigide di statua. Minnie gli venne accanto e gli sorrise.
«C’è sempre quella possibilità vero?»
Fece finta di non capire «Quale?»
«Quella di tornarsene a casa.»
James si senti improvvisamente così piccolo. Indifeso. Ma trovò il coraggio di chiederle «È così evidente?»
«In realtà l’opzione di tornare indietro non c’è. Ma se siamo arrivati fino a qui vuol dire che ne avevamo la forza, non credi?»
«Non lo so. Faccio fatica a parlare per me stesso, figuriamoci per gli altri.»
«Infatti. Ti guardi poco intorno, stai poco in contatto.»
«Scusa Minnie ma questa non è una gita scolastica! La socializzazione non è un obbligo, qui. C’era scritto chiaramente su sito.» aveva concluso con una strozzatura nella voce.
«Ok…» si era allontanata dalla finestra e si era seduta a tavola.
Gli inservienti stavano uscendo dalla cucina con i piatti da portata, mentre Francesca dava un’ultima mescolata alle fettuccine al centro della mensa. James pensò al profumo di quel cibo, al modo caldo e primordiale che lei metteva nel condividerlo; come non fossero ospiti a pagamento. Era un’illusione ma funzionava. Pensò a sua nonna, alle sue torte di more con la crema di vaniglia. Sentì un senso di commozione salirgli da dietro le pupille. Cercò lo sguardo di Minnie dal lato opposto del tavolo ma il suo sorriso infantile e raggiante era rivolto a Mike. Un calore quasi tangibile tra loro, parevano toccarsi. Angela alla sua destra era assorta, e anche Jeff alla sua sinistra tentava con l’unghia dell’indice di staccare l’etichetta del vino. Sentì il bisogno di toccarli appoggiando le mani sulle spalle di entrambi. Voleva essere un gesto carino, caloroso, ma si sentì un vecchio paternalista da telefilm, l’anziano seduto a capotavola, e le ritrasse subito. Angela però gli sorrise e gli fece l’occhietto, mentre Jeff gli servì un po’ di rosso. Alleati. Anche se Jeff aveva riso con Samuel, prima. “Ancora deliri, James?”
Vuotò il bicchiere troppo velocemente: Jeff gli sorrise sollevando il sopracciglio destro, mimando la parola “no” con le labbra.
«Che fai mi controlli?» gli disse piano James.
«Non hai l’aria di uno che lo regge, fratello.»
James rimase perplesso.
«Ehi sto scherzando!» gli disse appoggiandogli una mano sull’avambraccio.
James pensò che sarebbe rimasto in silenzio, adesso. Che avrebbe solo ascoltato i loro discorsi, le parole quiete e dolci di Minnie, le battute di Jeff, i rinforzi di Samuel, le rare parole della signora Chimenti, così dosate, necessarie. Avrebbe fatto come Angela, col suo muso curioso sul mondo, la sua voglia di ridere. Avrebbe fatto il pesce dentro l’acquario, muto come Mike: defilato, ma significativo. Perché? Non lo sapeva. Sentiva solo il pericolo di sbagliare, di essere inadeguato. Ma figuriamoci! Lui, un professore universitario. Ma scherziamo? Prese la bottiglia e si servì un altro bicchiere; mezzo. Prese fiato prima di portarlo alla bocca.
Si sentì la suoneria di un cellulare, una musichetta dozzinale. Samuel chiese scusa e rispose alzandosi da tavola. «Sharon, che c’è?» le sue labbra erano sottilissime. «Ti ho detto che…» uscì fuori, senza prendere la giacca. Sentirono che stava alzando la voce, parecchio, nonostante si fosse allontanato; doveva essere arrivato alla macchina.
«Avete una scelta per domani a pranzo: gnocchi al ragù o pomodoro e basilico, mettiamo ai voti.» annunciò Francesca con un sorriso.
«Ci dica prima come li fa, ci faccia sognare! Posso venire in cucina anche io domani con Minnie?» fece Jeff. «Le fettuccine sarebbero state troppo anche per me, ma sui sughi…»
«Venga, certo! Però sappia che se vince il ragù dobbiamo cominciare da stasera.»
«Ma quando lo trovate voi italiani il tempo per suonare il mandolino, se state sempre a cucinare?»
«Ma no caro, il mandolino lo suonano gli uomini, le donne stanno sprangate a casa a spignattare.»
«Ah certo, tutto chiaro! Allora ragù ragazzi? Fatelo per il cuoco che è in me. Devo trovare una nuova occupazione. L’ennesimo ristorante italiano a Santa Monica, che ne dite?»
«Vince il ragù, dai!» disse Angela convinta, e tutti le andarono dietro.
Samuel rientrò in silenzio, senza cercare lo sguardo di nessuno. Spinse con troppa forza la forchetta per arrotolare le fettuccine, facendola sgraziare contro il piatto. «Adesso mi calmo, scusate.»
«Tranquillo Sam, basta che ci dici che ti vanno bene gli gnocchi al ragù per domani e ti vogliamo tutti bene lo stesso.» gli disse Jeff.
«Ancora mangiare? Ragazzi ma un po’ di moto no? Chi viene domani a farsi una corsetta con me? Niente di che, solo 4-5 giri del lago.»
«Oddio mio… guardami Samuel, sono un uomo quasi morto, sto per fare quarant’anni, dici che ce la farei? Sempre che tu sia per il ragù.»
«Qualsiasi cosa. Alle nove? Prima è troppo freddo.»
«Facciamo alle nove e mezza?» si intromise James guardando Jeff. «Mi fermo a due giri, comunque.»
«Ma che onore Harlott. Sicuro di voler correre col lupo cattivo?» disse Samuel senza sarcasmo.
«È tuo il lago Olsen? Allora posso correrci intorno anche io, no? O devo chiederti un piacere per farmi una corsa con Jeff?»
«Harlott, ho appena finito di mandare in culo quella rompipalle di mia moglie. Ex moglie, a questo punto. Se mi offri la giugulare potrei mordertela, sai?»
«Signori, se non riuscite a non aggredirvi vi suggerisco di ignorarvi, o di uscire e darvele di santa ragione. L’aggressività non blocca solo la vostra digestione ma anche quella degli altri commensali. E sul benessere fisico dei miei ospiti non intendo transigere.» disse Francesca con voce molto ferma.
«Mi dispiace!» disse James con solo filo elettrico nella voce «Sono stato provocato!»
«Si è fatto provocare, in caso. È sempre una sua scelta. E comunque in questo caso non ho letto provocazioni.»
«Ah certo, sempre colpa mia, come al solito. Abbiamo qui uno che fa il pazzo, e il matto però sono io, vero? Che giustizia è?» la voce andava in crescendo «Sono deluso, molto deluso! Dov’è la giustizia? Ce l’ho qualche diritto anche io, o no? Eh?»
«Vieni James.» Jeff lo prese per un polso, ma lui non si muoveva. «Ho detto vieni.» disse alzandosi in piedi, la voce profondissima.
La tavolata era in silenzio, senza ostilità. Fu questa calma a far alzare James. Arrendersi. Jeff continuò a tenerlo per il polso su per le scale, fino alla sua stanza, gli sfilò le chiavi dalla tasca del pantalone, aprì la porta senza accendere la luce, lo spinse sul letto e iniziò a spogliarlo, lasciandolo con gli slip e la t-shirt. Lo spinse sotto le coperte e gli si sdraiò accanto, su un fianco. James non aveva neanche una parola da dire. Chiuse gli occhi e ricordò quella sensazione di più di trent’anni prima, durante il viaggio di nozze con la sua prima moglie, Christine, al Grand Canyon: all’improvviso aveva capito cosa volesse dire avere le vertigini. Non era paura di cadere nel baratro, ma desiderio di farlo. Lo stesso senso di risucchio, adesso. E la certezza che perdendo Eileen aveva perso il suo potere sul mondo, qualsiasi cosa questo volesse dire.
