Dal testo introduttivo di ComicShow. Fumetti e spettacolo (2012) di Claudio Bertieri, revisionato dall’autore
Tutto è cominciato una sera della primavera 1964. Su una panchina di fronte al Palazzo del Parco di Bordighera, dove con alcuni amici/colleghi si tirava a far tardi. Eravamo stati invitati per prendere parte ad un convegno sulla “Commedia cinematografica” promosso dal Salone dell’Umorismo. Ragionando di vari argomenti saltò fuori che, seppure in misura diversa, eravamo un po’ tutti interessati ai fumetti.
Si trattava, in genere, di un rapporto vissuto più in passato che partecipato al presente, comunque non interamente appassito. Anzi, per certi versi, sollecitato di recente da alcuni incontri “festivalieri”. Delle isolate esperienze cinematografiche -dirette o indirette- che appunto sospingevano a riprendere in mano letture abbandonate da tempo. Non si viveva certo, in quei giorni, la stagione trionfante dei moviecomix, delle trascrizioni su pellicola di personaggi a lungo pedinati sui giornalini. Tuttavia, sembrava di capire che qualcosa si stava muovendo nella direzione di un recupero (tardivo) culturale di quella narrativa disegnata per converso messa all’indice dalle accademie.
Considerando che a Bordighera, da diverse stagioni, veniva allestita una manifestazione riservata ad uno specifico territorio dei racconti per immagini, quello guidato dall’ironia e da sguardi irriguardosi, cominciarono a intrecciarsi tra di noi domande e proposte. Perché non seguire l’esempio di chi s’occupava dei vignettisti (e pure della letteratura umoristica) percorrendo la medesima strada? Organizzare un convegno, un incontro, una tavola rotonda? Qualcosa, insomma, che suonasse come una chiamata a raccolta di quanti -a diverso titolo- avevano un qualche rapporto con le tavole a quadretti.
Quell’improvvisato confronto panchinaro, tra diversi suggerimenti e idee, si è concretato nel febbraio successivo quando venne inaugurata la prima edizione del “Salone Internazionale dei Comics”, autorevolmente “promosso” dalle presenze in tutto inaspettate di due autori quali Lee Falk e Al Capp. L’anno dopo, per mancanza di stanziamenti comunali appropriati, la manifestazione si trasferì tra i bastioni di Lucca, spostando l’incontro a fine ottobre, una stagione che Hugo Pratt amava chiamare “l’estate indiana”.
Questa premessa per rammentare quando, ripreso il dialogo con i comics, è iniziato un lavoro di approfondimento quanto alle loro intramature nei vari comparti del sociale e dell’intrattenimento. All’epoca i fili di questa ragnatela risultavano ancora parecchio fragili, si dovevano ricercare con fatica, non tanto perché il supporto Internet viveva solo nei sogni di qualche anticipatore del futuro, bensì per la limitatezza di circolazione delle informazioni e la saltuarietà degli accadimenti.
Il Salone è servito moltissimo a questo riguardo. Con il suo sviluppo ha consentito e favorito scambi, rapporti internazionali, confronti, contatti personali, accertamenti. Anche imitazioni. Il legame tra i comics e i diversi media -cinema, teatro, radio, televisione, pubblicità- è andato lentamente emergendo, ha permesso di inglobare esperienze che il nostro Paese ha conosciuto purtroppo parecchio in ritardo, vuoi per ragioni squisitamente politiche (l’embargo fascista sulle produzioni angloamericane accoste al secondo conflitto mondiale), vuoi per un tardivo aggiornamento mediale (per dire, il fenomeno televisivo inizia ad essere considerato in Italia solamente una ventina e più anni dopo l’avvio di quello statunitense). E, non meno di certo, per l’incancrenito concetto “umanistico” dominante nella intellettualità nazionale.
Tutti questi fattori hanno senza dubbio raffrenato quel sotterraneo movimento di apertura verso nuove realtà culturali, in certi casi lo hanno anche osteggiato, ma il trascorrere delle stagioni ha confermato che la giusta strada da perseguire era appunto quella di una ricerca allargata, interdisciplinare, così da individuare i singoli apporti, le essenzialità di un ampio dialogo a più voci, le evidenze manifestate dai diversi settori della comunicazione. Un lento scavo, fatto di ricerche e di analisi, che ha fruttato un corpus non certo ristretto di indagini fissate nelle pagine di testi a carattere storico, monografie di autori ed artisti, esegesi (talvolta anche provocatorie) sui vari generi e su tematiche particolari (il supereroismo piuttosto che l’insolito o l’orrorifico).
In questa notevole varietà di percorsi ed approdi si è collocato, ormai una quarantina di anni or sono, un mio excursus volto soprattutto a ricapitolare (e ordinare in qualche modo) oltre sette decadi di rapporti, scambi, furti, e conseguenti varianti, avvenuti tra i fumetti trasmigrati sullo schermo e il cinema introdottosi gradatamente tra le tavole quadrettate. I diversi capitoli del mio percorso, riprendendo una forma gergale degli editori inglesi per indicare i comics derivati da personaggi di celluloide o da suggestioni pertinenti il cinema, lo ho raggruppati sotto la testata “I film di carta”.
Un lavoro di ricerca che si collocava tra i primi testi interessati all’argomento, con un’accettabile ricchezza di informazioni ed ovvie lacune. Era comunque il risultato di una osservazione che cercava di capire certi collegamenti sottopelle avvertibili tra il comicdom (quasi in assoluto statunitense) e la società alla quale si rivolgeva, la notevole varietà delle proposte e gli avvenimenti che potevano averle in qualche maniera suggerite. Ed ancora, il perché di taluni fanatici successi, le ragioni di un’adesione popolare talora contraddittoria ma quanto mai intensa. Infine, la sempre più avvertita consanguineità tra fumetti e cinema e, più in generale, tra i comics e lo showbiz. Ben oltre, pertanto, gli ovvi collegamenti industriali ed economici esistenti tra Hollywood e le altre centrali dell’entertainment stellestrisce.
Collegamenti che si sono andati sempre più rafforzando dai primi anni Ottanta del secolo scorso e che ormai sono testimoni di un’avvenuta saldatura se consideriamo che le due potenze dell’editoria fumettistica d’oltreoceano, la Marvel e la DC, operano quali produttrici in proprio dei travasi operati in seno alle rispettive scuderie dei characters. L’orizzonte è dunque completamente mutato e quelle che ieri l’altro apparivano quali isolate e saltuarie emergenze, all’attuale sono la norma.
Che non si tratti soltanto di quantità, di un ampliato ventaglio di proposte, lo affermano altre realtà, situazioni e casi ben più indicativi. Che Frank Miller e Enki Bilal, o Dave McKean e Gipi, si pongano dietro la macchina da presa per realizzare propri progetti, o contribuiscano ad iniziative di colleghi (od anche di cineasti) non sta unicamente ad indicare un mutamento di rotta professionale, un volersi provare in una forma comunicativa solo all’apparenza contigua. Ed i nomi da aggiungere sono diversi, ché una intera nuova generazione di narratori per immagini, quindi di fumettisti e cineasti, s’è andata inserendo nei meccanismi produttivi con il bagaglio di un personale immaginario, fatto di intrecci mediali e culturali, di passioni artistiche, di connivenze pop(olari).
Ecco perché merita risalire alle origini di un complesso fenomeno, rivivere le successive tappe di accosto dei comics ad altri media, per giungere all’attuale, quando gli apporti innovativi della tecnologia (leggi la Rete ed altre emergenze) stimolano la creatività autoriale a provarsi in esperienze crossmediali oltremodo sollecitanti.

