Che il suo rapporto con il mondo della psiche abbia origini molto antiche, lo si evince dalla prime righe della biografia: il padre lavora come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, in Inghilterra, e lui trascorre lì gran parte della sua infanzia. Quando poi – dopo aver abbandonato gli studi di psichiatria – decide di iniziare a scrivere romanzi, lo fa scegliendo come epicentro narrativo l’indagine sulla mente umana e sulle sue possibili devianze. Stiamo parlando di Patrick McGrath, scrittore inglese che vive tra New York e Londra, non a caso considerato maestro del thriller psicologico a partire dal suo più noto bestseller il cui titolo (in italiano è “Follia”) suona già come una dichiarazione di poetica.
Nei mesi scorsi McGrath è stato in Italia dove, nell’ambito di in un intenso tour nazionale che lo ha visto impegnato dalla Lombardia alla Sicilia, ha presentato al pubblico dei lettori il suo nuovo romanzo: “La guardarobiera” (La nave di Teseo, p. 438, € 19, traduzione di Carlo Prosperi), storia ambientata nel mondo del teatro della Londra dell’immediato dopoguerra. La protagonista è Joan, la guardarobiera, colei che gestisce i costumi di scena. Una bella donna che sin dalle prime righe della narrazione conosciamo nel suo status di vedova, giacché il marito – il noto attore Charlie Grice – è appena morto lasciando lei e la figlia Vera (anch’ella attrice) in un vortice di dolore molto difficile da gestire. Quando assiste alla prima replica dello spettacolo dove recitava il marito defunto, Joan si convince però che nello sguardo e nell’interpretazione del giovane attore che lo sostituisce si celi lo spirito del suo amato Charlie. Da qui si snodano le vicende del romanzo, narrate peraltro (scelta inusuale) in prima persona plurale da questo Noi (un gruppo di signore del teatro probabilmente già tutte defunte, mi spiega l’autore) che si insinua nella storia instaurando una sorta di particolarissimo patto letterario con il lettore. Un espediente narrativo “teatrale”. D’altra parte c’è molto teatro in questo romanzo. E il teatro è un ambiente molto familiare a Patrick McGrath. «È vero. Potrei dire che, in questo caso, l’ispirazione è derivata dalla pigrizia. Dato che mia moglie ha trascorso la sua vita nel mondo del teatro, ho deciso che mi sarei risparmiato parte del lavoro di ricerca – che è centrale nell’attività di uno scrittore – ponendole domande senza dover andare in biblioteca». Battute a parte, l’attività di ricerca diventa invece fondamentale con riferimento al contesto storico-sociale in cui è impiantata la trama del romanzo. In fondo sarebbe stato più semplice ambientare “La guardarobiera” ai giorni nostri. Invece ci ritroviamo nella Londra del 1947. «Ho sempre desiderato conoscere meglio questo periodo storico. Stiamo parlando dei due anni successivi alla conclusione della Seconda guerra mondiale. Il Regno Unito aveva vinto la guerra, mentre la Germania di Hitler era uscita sconfitta. Quindi è un periodo di “gloria morale” per gli inglesi. Tuttavia, nonostante ciò, le città erano state devastate dalle bombe e la gente era circondata da macerie. Inoltre quell’inverno fu uno dei più freddi di cui si ricordi a memoria d’uomo. E mancavano carbone, denaro e risorse di vario genere. Da questo punto di vista, la condizione delle persone che vivevano in quel periodo era di grande depressione. Ecco. Questo contrasto tra lo stato effettivo in cui si trovava il paese e l’umore positivo derivante dalla vittoria della guerra consentiva di creare un ambiente e un’atmosfera che ritenevo estremamente interessanti per il romanzo che volevo scrivere».
Saluto McGrath augurandogli di continuare a portare avanti le sue abitudini di scrittura quotidiane. «Scrivo sempre di mattina, quando ho la mente fresca. Il mio obiettivo è arrivare a scrivere ogni giorno almeno mille parole. Per il resto, non seguo regole particolari».
Che siano allora mille parole al giorno, caro McGrath. E mille di questi libri.

Ho letto “Follia” e mi è piaciuto molto. Questo non lo perderò di sicuro ?