Il Marcovaldo Punk di Pilade Cantini

di Guido Michelone

Il Marcovaldo di Italo Calvino, uscito nel 1963, per i tipi della torinese Einaudi – quando l’autore è già un fenomeno cult per le nuove generazioni, grazie ai racconti e alla trilogia I nostri antenati –  diventa subito un libro non solo di successo, ma soprattutto di riferimento per insegnanti ed educatori, almeno fino alla morte dello scrittore nel 1985, quando in Italia si inizia a prediligere soprattutto il Calvino teorico delle lezioni americane o il meta-romanziere complesso di Palomar, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili, abbandonando il narratore realista (Il sentiero  dei nidi di ragno e soprattutto gli splendidi La giornata di uno scrutatore e La speculazione edilizia, fra l’altro coevi a Marcovaldo) o surreale (Le cosmicomiche e Ti con zero) che, tranne qualche rara adozione scolastica, meriterebbe oggi nuova visibilità proprio come il nuovo Marcovaldo di cui oggi tanto si parla.

Marcovaldo Punk infatti è un romanzo breve, in forma quasi diaristica, di Pilade Cantini, quarantasettenne scrittore di San Miniato di Pisa che in precedenza scrive la monografia Carlo Monni ballando in burrasca (2016) e le poesie Manifesto del Partito Comunista in ottava rima (2017). L’autore dunque riprende, sia pur assai indirettamente, il tenero sognante personaggio calviniano, vittima della società industrializzata consumista, trasportandolo dalla Torino anni Sessanta alla Roma odierna, addirittura a Palazzo Chigi, come avverte il sottotitolo, alle dirette dipendenze di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni durante i governi di centrosinistra dal 2014 al 2018.

Il protagonista del libro, chiaramente autobiografico, fin dal nome e cognome, si trova all’improvviso catapultato da un tranquillo borgo toscano (dove lavora in un teatro) a sbrigare la corrispondenza del Primo Ministro in un’angusta stanzetta, che però è al centro della vita politica italiana e dalla quale riesce a scorgere i maggiori esponenti della scena internazionale. 

Cantini racconta dunque ciò che succede (e non succede) in quei quattro anni, alternando, come flashback, i ricordi dell’amato passato campagnolo ad aneddoti, curiosità, riflessioni esistenziali, con una prosa secca e asciutta, ricca soprattutto dello storico umorismo degli antichi paesini collocati tra Pisa e Firenze, inanellando, anche sul piano linguistico, diversi toscanismi, a rendere la prosa ancor più brillante ed estroversa. Infine il sottotitolo – Un comunista a Palazzo Chigi – in fondo da un lato giustifica l’ingresso di un bonario punk nei meandri del potere, dall’altro invece  spiega, nella mente del personaggio, la fine delle ideologie nel mondo attuale, dove forse, o suo malgrado, tutto si mescola e si confonde, ma forse qualche sogno ancora rimane.

Pilade Cantini, Marcovaldo Punk, Edizioni Clichy, Firenze, 2019, pagine 186, € 15.00.

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